domenica 30 agosto 2015

Te lo leggo negli occhi

Sergio Endrigo, durante il settimo decennio del XX secolo, scrisse e interpretò un cospicuo numero di belle canzoni; raramente lasciò le sue creazioni sonore ad altri cantanti. Te lo leggo negli occhi è uno di quei rari casi; eppure deve essere considerata una delle migliori canzoni di Endrigo, che ebbe anche un considerevole successo grazie a Dino (nome d'arte di Eugenio Zambelli), e, in minor misura, grazie a Giorgio Gaber. Il 45 giri con la canzone eseguita da Dino, fu pubblicato nel novembre del 1964 dalla ARC; verso la metà di dicembre entrò tra i primi dieci dischi più venduti in Italia rimanendovi per tutto il mese di gennaio. Gaber, a sua volta, interpretò la canzone e la inserì in un minisingolo uscito nel dicembre del 1965 (sul lato B c'era una canzone di Iva Zanicchi); purtroppo, forse per il troppo tempo intercorso tra i due dischi, forse perché il minisingolo non fu distribuito in maniera adeguata, quasi nessuno conobbe l'esecuzione di Gaber e Te lo leggo negli occhi rimane, ancor oggi, una canzone di Dino, che comunque seppe interpretarla in modo ottimo.
Se la musica è stata scritta da Endrigo, c'è da aggiungere che il testo è opera di Sergio Bardotti: ottimo paroliere che firmò altri grandi successi del cantautore polese come Era d'estate, Canzone per te e Lontano dagli occhi. A proposito del testo, si tratta di versi amorosi che hanno, come si evince dal titolo, negli occhi il tema portante; un ragazzo e  una ragazza, attraverso il gioco degli sguardi,  capiscono che il loro amore, apparentemente agli sgoccioli, è molto solido e quindi destinato a continuare, a patto che entrambi lo dichiarino in modo palese. Caso solo apparentemente strano, Dino, dopo questo disco, ebbe nuovi calorosi consensi anche e soprattutto con un'altra canzone in cui si parlava dello stesso argomento: Gli occhi miei (partecipò al Festival della canzone italiana nel 1968).
Come già detto, Te lo leggo negli occhi è una delle migliori canzoni di Endrigo, come quelle in cui il cantautore seppe cantare l'amore in modo profondo, intenso e poetico: accompagnato da una musica e da un arrangiamento di non comune valore.



TE LO LEGGO NEGLI OCCHI
(Bardotti-Endrigo)

Finirà, me l'hai detto tu 
ma non sei sincera, 
te lo leggo negli occhi: 
hai bisogno di me. 
Forse vuoi dirmi ancora no 
ma tu hai paura, 
te lo leggo negli occhi: 
stai soffrendo per me.
E nei tuoi occhi che piangono 
mille ricordi non muoiono 
perdonami, se puoi 
e resta insieme a me. 
Tra di noi forse nascerà 
un amore vero, 
te lo leggo negli occhi, 
tu lo leggi nei miei. 
Ma non sei sincera 
te lo leggo negli occhi 
stai soffrendo per me. 
E nei tuoi occhi che piangono 
mille ricordi non muoiono 
perdonami, se puoi 
e resta insieme a me. 
Tra di noi forse nascerà 
un amore vero, 
te lo leggo negli occhi,
tu lo leggi nei miei. 

mercoledì 26 agosto 2015

Come te non c'è nessuno

Come sono lontani gli anni '60! certamente più di quanto dica il tempo reale. Correva l'anno 1963 quando fu pubblicato un disco a 45 giri di Rita Pavone; sul lato A c'era la famosa canzone Come te non c'è nessuno: uno dei più grandi successi di sempre della cantante piemontese. Gli autori di questo memorabile brano di musica leggera sono Franco Migliacci per quel che riguarda il testo e Oreste Vassallo per la musica. Ritornando al discorso iniziale, il modo di pensare dei ragazzi e, soprattutto, delle ragazze degli anni '60, stando al testo di Come te non c'è nessuno, era assolutamente diverso rispetto all'odierno. Già, leggendo i primi versi della canzone, è facile rendersene conto: «Come te non c'è nessuno / tu sei l'unico al mondo; / nei tuoi occhi profondi io vedo / tanta tristezza. / / Come te non c'è nessuno / così timido e solo, / e se hai paura del mondo rimani / accanto a me.» Ebbene risulta chiaro che una ragazza è qui attratta dall'unicità di un ragazzo, la quale non consiste in muscoli sproporzionati, né in altre doti fisiche o sessuali, e nemmeno ci sono di mezzo i soldi: l'attrazione consiste nel fatto che il ragazzo è timido e solitario; inoltre, nel seguito del testo, la ragazza lo incoraggia affinché si fidi di lei e possa quindi esserne protetto e compreso. Non so, naturalmente, se il testo della canzone riproduca fedelmente certo modo di pensare da parte delle ragazze di allora, fatto sta che il 45 giri della Pavone, grazie anche ad una musica molto orecchiabile e ad una interpretazione magistrale, ottenne un consenso straordinario. Il disco entrò a far parte dei primi dieci più venduti in Italia a partire dal febbraio del 1963, quando in testa si trovava un altro successo di Rita Pavone: La partita di pallone; ai primi di marzo Come te non c'e nessuno arrivò in vetta e vi rimase per due mesi. Alla fine di dicembre risultò quale terzo disco più venduto del 1963 (superato da Cuore, sempre di Rita Pavone e da Quelli della mia età di François Hardy).


TITOLO: Come te non c'è nessuno
INTERPRETE: Rita Pavone
ETICHETTA: RCA
DATA DI PUBBLICAZIONE: febbraio 1963
DIMENSIONI: 17,5 cm.

BRANI
LATO A: COME TE NON C'È NESSUNO (Migliacci-Vassallo)
LATO B: CLEMENTINE CHERIE (Camucia-Tallino)
ORCHESTRA: Luis Enriquez Bacalov
MUSICISTI: 4+4 di Nora Orlandi (cori)



COME TE NON C'È NESSUNO
(Migliacci - Vassallo)

Come te non c'è nessuno
tu sei l'unico al mondo;
nei tuoi occhi profondi io vedo
tanta tristezza.

Come te non c'è nessuno
così timido e solo,
e se hai paura del mondo rimani
accanto a me.

Amore dimmi
cosa mai posso fare per te?
I pensieri dividi con me.
Io ti voglio aiutare, amore amor.

Come te non c'è nessuno
è per questo che t'amo
ed in punta di piedi entrerò
nei tuoi sogni segreti

Come te non c'è nessuno
così timido e solo,
e se hai paura del mondo rimani
accanto a me.

Amore dimmi
cosa mai posso fare per te?
I pensieri dividi con me.
Io ti voglio aiutare, amore amor.

Come te non c'è nessuno
è per questo che t'amo
ed in punta di piedi entrerò
nei tuoi sogni segreti

Come te non c'è nessuno
nessuno... nessuno...

mercoledì 12 agosto 2015

Cantautori italiani: Dal boom economico alla Contestazione (1963-1969)

Questo periodo preso qui in considerazione è certamente uno dei più importanti, per i fermenti, le idee, le passioni e i fatti che lo contraddistinsero; tale discorso è valido anche per la musica leggera italiana, dove accanto alle cosiddette canzoni balneari, si imposero sempre di più quelle impegnate. In questo contesto i cantautori italiani trovarono modo di esprimersi sempre più liberamente, seppur troppe volte vittime di censure ottuse.
Allora non si può cominciare che con Fabrizio De André: in quegli anni particolarmente prolifico, che sciorinò anno su anno dei capolavori come "Il testamento" (1963), "La guerra di Piero" (1964), "La canzone di Marinella" (1964), "La città vecchia" (1966), "Canzone dell'amore perduto" (1966), "Preghiera in gennaio" (1967), "Bocca di rosa" (1967), "Il gorilla" (1969). Qui (e l'elenco potrebbe allungarsi) il cantautore genovese tratta argomenti diversissimi tra loro: la morte, la guerra, l'emarginazione, l'amore, l'amicizia, il sesso, l'ipocrisia ecc. mostrando eccezionale acume e mostruosa bravura. Fatidica, anche per la musica leggera italiana, la data del 1968: quando De André pubblicò il primo album a tema (in questo caso la morte) intitolato: "Tutti morimmo a stento". Anche in tale album è possibile trovare capolavori di superlativa bellezza come "Inverno" e "Girotondo".
Come è noto, la breve e sofferta carriera di Luigi Tenco si concluse tragicamente all'inizio del 1967, dopo l'eliminazione di "Ciao amore, ciao" dalla finale del Festival della canzone italiana. Nei sei anni qui analizzati Tenco passò progressivamente da una canzone che prediligeva il tema amoroso ad una che si occupava di tematiche scottanti, di attualità e di costume, e che quindi poneva l'impegno al primo posto. Tra i titoli delle sue migliori canzoni voglio ricordare: "Io sì" (1963), "Ragazzo mio" (1964), "Ho capito che ti amo" (1964), "Vedrai vedrai" (1965), "Un giorno dopo l'altro" (1966), "Lontano lontano" (1966), "Io sono uno" (1966), "Io vorrei essere là" (1966), "Ognuno è libero" (1966).
Sergio Endrigo fu un altro cantautore che trovò, in questo preciso periodo, modo di esprimersi al meglio, ottenendo anche qualche gratificazione in verità rara se si parla di cantautori italiani: vinse infatti il Festival della canzone italiana del 1968 con "Canzone per te". Ma Endrigo, al contrario di De André e di Tenco, anche in questi anni continuò, principalmente, a parlare d'amore, seppure nel suo inimitabile, piacevolissimo stile; così nacquero pezzi indimenticabili come: "Era d'estate" (1963), "Mani bucate" (1965), "Teresa" (1965), "Adesso sì" (1966), "Lontano dagli occhi" (1969). Nel contempo, seppur di rado, il cantautore di Pola volle anche trattare temi di attualità come l'emigrazione ("Il treno che viene dal sud", 1967), di storia ("La ballata dell'ex", 1966; "Anch'io ti ricorderò, 1968; "1947", 1969) e di costume ("Il dolce paese", 1968; "Sophia", 1969); in altri brani tornò ad ispirarsi agli amati chansonnier francesi ("Viva Maddalena", 1963) e in altri ancora toccò direttamente la poesia, mettendo in musica testi di Pier Paolo Pasolini, José Martí e Paul Fort ("Il soldato di Napoleone", 1963; "La rosa bianca", 1963; "Girotondo intorno al mondo", 1966).
Gino Paoli nel 1963 si impose alla grande con un brano: "Sapore di sale", che a torto viene spesso annoverato tra le canzonette balneari di quel tempo. Nello stesso anno o giù di lì cantò altri brani memorabili come "Che cosa c'è" (1963), "Basta chiudere gli occhi" (1964), "Ieri ho incontrato mia madre" (1964), "Prima di vederti", e tutte quante hanno come tema principe l'amore: esposto da Paoli in modo ineccepibile, con un phatos difficilmente rintracciabile altrove. Nella seconda parte degli anni '60 Paoli ebbe un calo d'ispirazione e di consenso, ma non mancano alcune canzoni da ricordare, come "Il poeta" e "Albergo a ore".
Giorgio Gaber era divenuto ormai un personaggio popolare, grazie anche alle sue molte apparizioni televisive; proseguì comunque la sua carriera di cantante, e proprio in quegli anni pubblicò molti dischi che ancora oggi si ricordano. Tra le sue migliori canzoni, si possono citare: "Porta romana" (1963), "Le nostre serate" (1963), "E allora dai" (1967), "Suona chitarra" (1967), "Il Riccardo" (1968) e "Com'è bella la città" (1969). Vorrei però ricordare due bellissimi brani musicali che Gaber fece uscire soltanto in due album e che non sono per nulla conosciuti dal grande pubblico. Il primo è del 1964 e s'intitola: "E la città non lo sa"; tratta in modo esplicito della totale incomunicabilità e della generale indifferenza che caratterizza la vita degli esseri umani di una grande città. La seconda, del 1968, è "Un uomo che dal monte", testamento in musica di un uomo che non sente più alcuna spinta vitale. Dopo il 1969 Gaber si dedicò sempre meno alla canzonetta, abbracciando in toto il mestiere di attore teatrale, pur continuando a scrivere ed eseguire canzoni nate appositamente per i suoi spettacoli.
In questi anni viene allo scoperto l'immenso talento di Enzo Jannacci, che canta parecchie canzoni di pregio, utilizzando sia il dialetto milanese che la lingua italiana; ecco allora: "El portava i scarp del tennis" (1964), "Sfiorisci bel fiore" (1965), "Faceva il palo" (1966), "Vengo anch'io. No tu no" (1967), "Giovanni telegrafista" (1967), "Ho visto un re" (1968), "Bobo merenda" (1968), "La ballata del pittore" (1968), "Pedro Pedreiro" (1968), "Gli zingari" (1969). Qui, spesso e volentieri, i protagonisti dei testi sono gli emarginati, gli sconfitti, i deboli di una società che non prova alcuna pietà per chi rimane indietro o per chi ha serie difficoltà a fare una vita normale. A volte la satira è molto pungente, grazie anche alla collaborazione di Dario Fo, amico di Jannacci e autore di alcune sue canzoni.
Anche Bruno Lauzi (1937-2006), altro famoso esponente della scuola genovese, seppure in ritardo rispetto ad altri suoi colleghi coetanei, si pone in evidenza con ottime canzoni. Tra i titoli si ricordano: "La banda" (1963), "Il poeta" (interpretata anche da Paoli, 1963), "Ritornerai" (1963), "Il tuo amore" (1965), "La donna del sud" (1966), "Una storia" (1966). Spirito prevalentemente romantico, Lauzi, come gli altri genovesi spicca per un tangibile pathos che accompagna un po' tutti i suoi brani musicali. Più raramente emerge anche una accattivante ironia.
Herbert Pagani (1944-1988) è stato, oltre che un cantautore, un poeta; e questo viene fuori in modo chiaro anche ascoltando le sue canzoni e soprattutto le sue cover. Infatti Pagani cantò diverse canzoni francesi traducendone i relativi testi in italiano. Ottime sono quelle di Brel, come "Lombardia" (1965), "Testamento all'italiana" (1966), "Sai che basta l'amore" (1966). Ma Pagani, nel contempo, interpretò anche i suoi brani: "Canta (che ti passa la paura)" (1967), "Cento scalini" (1969). L'apice del successo gli arrivò grazie ad "Albergo a ore" (1969), ottimo rifacimento di una vecchia canzone francese.
Domenico Modugno proseguì in modo egregio la sua carriera di cantante, alternandola a quella di attore. Tra le sue migliori interpretazioni di questo periodo vanno citate almeno "Dio come ti amo" (1966), "Cosa sono le nuvole" (1968) e "Meraviglioso" (1968). La prima vinse il Festival della canzone italiana, la seconda fu scritta insieme a Pier Paolo Pasolini e si ascolta anche in un episodio del film "Capriccio all'italiana", la terza infine è stata rieseguita qualche anno fa dai Negramaro ottenendo un nuovo, grande successo.
Il 1967 è l'anno delle'esordio musicale di Francesco Guccini (1940), che pubblicò un bellissimo album intitolato "Folk beat n. 1". Tra le tracce di questo disco si trovano almeno quattro pezzi famosi: "Noi non ci saremo", "In morte di F. S.", "Auschwitz" e "Il sociale e l'antisociale". I temi di queste canzoni sono decisamente importanti: l'inquinamento, la morte, la guerra, il razzismo, i comportamenti umani. Anche Guccini, purtroppo, occupandosi di argomenti scottanti, ebbe a che fare con la censura. Meditativo e amaro è il brano uscito nel 1968: "Un altro giorno è andato".
Prorompente fu l'ingresso nel mondo della musica leggera italiana da parte di Lucio Battisti (1943-1998), divenuto in pochi anni uno dei migliori cantanti italiani grazie a canzoni impareggiabili, che si avvalgono, oltre alle musiche di Battisti, dei testi del grande paroliere Mogol. Uscirono in questi anni: "Per una lira" (1966), "Balla Linda" (1968), "Io vivrò (senza te)" (1968), "Un'avventura" (1969), "Acqua azzurra acqua chiara" (1969), "Mi ritorni in mente" (1969), "29 settembre" (1969) eccetera. Per Battisti non conta molto l'argomento del testo, quanto l'intensità interpretativa e la particolarità delle parole, oltre alle intuizioni geniali riguardanti le musiche: tutto questo fece sì che il duo Battisti-Mogol continuasse a sfornare dischi di rara bellezza per molti anni ancora, gratificati sia dalla critica che dal pubblico.
Nel 1964 Lucio Dalla (1943-2012) pubblicò il suo primo 45 giri. A dire il vero, la sua produzione discografica che va dall'esordio al 1969 non spicca per grande qualità. Emerge comunque la bravura dell'artista emiliano, e qualche canzone, come "Lucio dove vai" e "1999", volendo, la si può salvare perché mostra una tendenza alla meditazione ed all'impegno che poi si concretizzerà nei primi anni '70.
Un altro cantautore milanese, che seppe magistralmente eseguire, tradotte in dialetto milanese, alcune delle migliori canzoni di Georges Brassens, è senz'altro Nanni Svampa (1938). Fece parte inizialmente del gruppo dei "Gufi", i quali si fecero notare sia nel settore musicale che in quello cabarettistico; in seguito cominciò a pubblicare dei dischi per suo conto, tra i quali l'eccellente "Nanni Svampa canta Brassens" (1964): qui spiccano soprattutto i brani: "Poer Martin", "L'erba matta" e "El gorilla". Dal 2° e dal 3° volume, dedicati sempre alle canzoni di Brassens si segnalano "El temporal" e "I panchett".
Anche Beppe Chierici (1937), attore e cantante divenne amico di Georges Brassens e, a seguito di questa amicizia, pubblicò un bellissimo 33 giri intitolato "Chierici canta Brassens" (1969) in cui si possono apprezzare le ottime interpretazioni da parte del cantautore italiano delle più belle canzoni dello chansonnier francese. Tra i pezzi migliori citerei: "Tristo Martino", "I lillà" e "Un bel fiore".

sabato 8 agosto 2015

Cantautori italiani: albori e primi sviluppi (1958-1962)

Apriamo il dizionario e andiamo a leggere la definizione di "cantautore", troveremo la seguente: "Cantante di musica leggera che interpreta brani scritti o musicati da lui stesso". Ma, come sappiamo, un cantautore è ben più e ben altro rispetto a questa striminzita definizione. Per cominciare si potrebbe dire con sicurezza che i cantautori furono i primi a considerare il testo di una canzone più importante rispetto alla musica; secondariamente, l'interpretazione con loro diviene di fondamentale importanza, e per interpretazione s'intende una intensità, una intima emozione, un sentimento particolarmente elevato che si palesa nel cantare e che supera sia l'impostazione vocale che l'essere più o meno intonati. Ciò che conta, per il cantautore, è la passione, la verità, la rabbia che deve venire fuori ascoltando un brano musicale.  Questa nuova, rivoluzionaria concezione della canzonetta si impose sempre di più a partire dalla fine della sesta decade del Novecento, fino a raggiungere il culmine nella seconda parte degli anni '70. Trattasi, al dunque, del periodo più bello, per creatività e qualità, della storia della musica leggera italiana. C'è infine da precisare che furono definiti cantautori anche coloro che si limitarono a scrivere soltanto le musiche delle loro canzoni, affidando il compito della stesura dei testi a parolieri di grande bravura. Ma questo discorso vale soltanto per chi seppe, come già sottolineato in precedenza, interpretare le canzoni in un certo modo.
A detta degli esperti di musica leggera, il padre di tutti i cantautori italiani è Domenico Modugno (1928-1994); eppure egli stesso, quando gli fu riferita questa cosa, affermò che non poteva considerarsi il "primo" cantautore, se per cantautore s'intende chi scrive le sue canzoni (sia i testi che le musiche); fece quindi il nome di Odoardo Spadaro (1893-1965) quale capostipite o caposcuola di questo genere di artisti. Io aggiungo che si potrebbe andare ancor più in là negli anni, considerando come primo cantautore italiano in assoluto Rodolfo De Angelis (1893-1965): autore e interprete di canzoni memorabili come "Ma cos'è questa crisi" (1933), "E se non fosse vero?" (1933), "Che ridere" (1934), "Bravo ma come parla bene!" (1935) dove seppe, con eccezionale ironia e rara intelligenza, porre in risalto alcuni problemi, vezzi e costumi della società del suo tempo. Tutto ciò tramite la bistrattata canzonetta, che negli anni '30 del XX secolo ancora non era considerata una forma artistica, anzi, veniva completamente ignorata o snobbata. Tornando a Modugno, è cosa nota che la sua canzone: "Nel blu dipinto di blu" (1958), scritta insieme a Franco Migliacci, è considerata quale svolta verso un nuovo modo di concepire la canzonetta, sia per quel che riguarda il testo che per la musica e la voce (in questo caso intesa quale strumento musicale). Come già molti sapranno, la canzone nacque dall'osservazione di un famoso dipinto del pittore Marc Chagall: "Sopra la città" e si estrinseca totalmente nel grido estasiato: "Volare", da cui il titolo col quale fu in seguito riconosciuta questa celeberrima composizione. C'è da ricordare, però, che Modugno in quel fatidico 1958 già aveva scritto e pubblicato altre canzoni "rivoluzionarie": una è senz'altro "L'uomo in frack", che fu stranamente ignorata o quasi alla sua prima uscita, nel 1955, e divenne invece uno dei brani più apprezzati del cantante pugliese, a partire dal 1959: quando fu ripresentata al pubblico con leggere varianti. In questo caso si può ben dire che, per la prima volta, un cantautore italiano si ispira alle opere degli chansonnier francesi, ovvero agli artisti che per primi attuarono quei mutamenti sostanziali sulla canzonetta tradizionale sì da essere poi identificati col nome di cantautori. Visto il successo ottenuto nel '58 ("Nel blu dipinto di blu" stravinse il Festival della canzone italiana), Modugno proseguì sulla medesima linea anche negli anni successivi, ottenendo alti consensi di critica e di pubblico. In alcuni casi le sue canzoni sfiorarono la poesia ("Notte di luna calante" ad esempio, ricorda molto alcuni versi dannunziani) e in altri la attraversò appieno: mi riferisco a quello che potrebbe definirsi un esperimento tentato per la prima volta da Mister Volare: musicare dei testi poetici. Modugno lo fece con due poesie di Salvatore Quasimodo: "Le morte chitarre" e "Ora che sale il giorno". La prima canzone uscì in un album del 1960, mentre la seconda fu pubblicata quale lato B di un 45 giri del 1961. Più avanti parlerò di altri esperimenti simili che però, ebbero scarso successo.
Dopo Modugno mi sembra giusto parlare di Gino Paoli (1934), impostosi due anni dopo con una serie di canzoni eccezionali: "Il cielo in una stanza", "Sassi", "Grazie", "La gatta". Anche nel caso di Paoli si può parlare di svolta sia per i testi che per la maniera di interpretare le canzoni. Lui, senza alcun dubbio, può ritenersi l'iniziatore della "scuola genovese" perché fu il primo, tra quelli nati nel capoluogo ligure o in liguria, a imporsi al grande pubblico, ed ebbe l'ottima idea di regalare alcune delle sue migliori canzoni a solisti di grandissimo talento che valorizzarono ancor più le sue creazioni. Sempre Paoli fu uno dei primi a portare in Italia alcuni capolavori di cantautori francesi (i  primi, come già specificato, da cui nacque la definizione stessa) come Jacques Brel e Charles Aznavour.
A questo punto si deve parlare di Luigi Tenco (1938-1967): cantautore di un talento veramente straordinario, che però non si rivelò subito, dedicandosi all'inizio della carriera artistica ad altri generi. La svolta, per quel che riguarda quest'altro, grande esponente della scuola genovese, è rappresentata dalla canzone intitolata "Quando" (1961): interpretata anche da Peppino Di Capri, apprezzata da De André che la cantò pubblicamente, è la prima che mostra l'indole profondamente malinconica di Tenco. Negli anni seguenti il cantautore seppe migliorarsi notevolmente e nacquero così pezzi indimenticabili come "Angela" (1962), "Mi sono innamorato di te" (1962), "Il tempo passò" (1962): tutti i testi che parlano d'amore, ma che palesano una disperazione di fondo e una solitudine che cerca proprio nell'amore sognato una via d'uscita praticamente impossibile. Negli stessi anni Tenco cominciò a scrivere dei testi decisamente impegnati, come quello di "Cara maestra": manifesto mirabolante dell'ipocrisia di certa società italiana.
C'è poi Umberto Bindi (1932-2002), altro esponente della scuola genovese, autore di musiche di rara bellezza, le quali, unite agli ottimi testi di Giorgio Calabrese, fecero sì che nascessero capolavori come "Arrivederci" (1959), "Lasciatemi sognare" (1960) e "Il nostro concerto" (1960). Una velata vena malinconica è presente anche in molte canzoni di Bindi.
Ed ora parliamo di Fabrizio De André (1940-1999): il rivoluzionario dei rivoluzionari, il primo e totale innovatore della canzone italiana. Visto però che questo primo capitolo dedicato ai cantautori arriva fino al 1962, possiamo dire che già nel '61 De André pubblicò dei pezzi come "La ballata del "Miché" e "La ballata dell'eroe" che si avvalgono di testi e di musiche del tutto inedite per la musica leggera italiana. Per la prima canzone, bisogna riconoscere che molto si rifà alle ballate di Georges Brassens: forse il più grande cantautore francese,  molto amato e in parte imitato da De André. "La ballata dell'eroe" è, per quel che ne so, la prima canzone antimilitarista mai vista in Italia (a parte alcuni canti popolari, soprattutto anarchici) in cui il cantante si dichiara, senza mezzi termini, contrario a qualsiasi concezione di eroismo bellico.
Al di fuori della scuola genovese, altri enormi talenti si posero in evidenza durante quegli anni; uno di essi è Sergio Endrigo (1933-2005), che inizialmente si dimostrò cantante tradizionale, ma già nel 1961 cominciò a seguire strade diverse, come dimostra "Via Broletto 34": testo e musica originalissimi, influenzati da certe canzoni francesi di Brel e di Beart. Il successo gli arrivò, improvviso, con "Io che amo solo te" (1962), dove l'amore, il romanticismo e la fedeltà sono trattati in maniera quantomai insolita. Bellissima ed estremamente malinconica è anche "Vecchia balera" (1962).
Quando esordì, nel 1958, Giorgio Gaber (1939-2003) aveva uno stile ed un gusto assi lontano da quello dei cantautori. Fu nel 1960 che cominciò ad invertire la sua rotta artistica, come dimostra il brano "La ballata del Cerutti": breve storia di un povero ladruncolo che finisce in prigione, descritta con particolare ironia e con una palpabile simpatia nei confronti del protagonista. Anche "Le strade di notte" (1961) dimostra una svolta nella musica di Gaber, questa volta però nella direzione assai meno scanzonata; anzi, qui si respira un'aria decisamente triste e, in parte, romantica. "Trani a gogò" è un altro pezzo che vuole descrivere una umanità semplice e modesta, che popolava certi locali milanesi agli inizi degli anni '60.
Milanese come Gaber, Enzo Jannacci (1935-2013) si impose in ritardo rispetto ai suoi colleghi cantautori. Nel periodo preso in considerazione è opportuno ricordare almeno "Passaggio a livello" (1961): bella canzone  minimalista e scherzosa nello stesso tempo, che piacque a Tenco, il quale la reinterpretò ottimamente qualche anno dopo Jannacci.
Sicuramente e a torto meno conosciuto di tutti quelli di cui ho parlato fino ad ora, Piero Ciampi (1934-1980) esordì nel 1961 già in stile cantautorale, con brani decisamente intensi e impegnati che purtroppo ben pochi conoscono. Per citarne alcuni ricordo: "Autunno a Milano" (1961), "Confesso" (1962) e "Lungo treno del Sud" (1962).
Mi pare doveroso, a termine di questa dissertazione, ricordare il gruppo di Cantacronache, che, nato nel 1957 e terminato nei primi anni '60, potè contare su veri e propri talenti come Michele Straniero (il fondatore, 1936-2000), Sergio Liberovici (1930-1991) e Fausto Amodei (1934). Le canzoni dei Cantacronache rientrano di diritto nello stile cantautorale, trattando temi di politica e di attualità che mostrano un non comune impegno ed una novità nell'ambito della musica leggera italiana. In particolare mi piace ricordare due storici brani come "Dove vola l'avvoltoio" (1961) di Straniero e "Per i morti di Reggio Emilia" (1960) di Amodei.      

venerdì 8 maggio 2015

Cosa resterà degli anni '80

Al Festival di Sanremo del 1989 partecipa anche Raf, che propone un brano intitolato: Cosa resterà degli anni '80. Ebbene, al di là di ciò che recita il testo della canzone, si può affermare che di questo pessimo decennio non rimane un bel nulla; non parlo di eventi internazionali (politici e non), che hanno certamente anche alcuni lati positivi, parlo ovviamente di ciò che accadde nel nostro paese. Tentare di trovare qualcosa di buono avvenuto in questo periodo è pressoché inutile: tutti i ricordi che non siano stati rimossi risultano estremamente negativi.


COSA RESTERÀ DEGLI ANNI '80

Anni come giorni volati via 
brevi fotogrammi o treni in galleria 
è un effetto serra che scioglie la felicità 
delle nostre voglie e dei nostri jeans che cosa resterà. 
Di questi anni maledetti dentro gli occhi tuoi 
anni bucati e distratti noi vittime di noi 
ora però ci costa il non amarsi più 
è un dolore nascosto giù nell´anima. 
Cosa resterà di questi Anni Ottanta 
afferrati già scivolati via... 
...e la radio canta una verità dentro una bugia. 
Anni ballando, ballando Reagan-Gorbaciov 
danza la fame nel mondo un tragico rondò. 
Noi siamo sempre più soli singole metà 
anni sui libri di scuola e poi a cosa servirà. 
Anni di amori violenti litigando per le vie 
sempre pronti io e te a nuove geometrie 
anni vuoti come lattine abbandonate là 
ora che siamo alla fine di questa eternità... 
...chi la scatterà la fotografia... 
..."Won´t you break my heart?"... 
...Anni rampanti dei miti sorridenti da wind-surf 
sono già diventati graffiti ed ognuno pensa a sé 
forse domani a quest´ora non sarò esistito mai 
e i sentimenti che senti se ne andranno come spray. 
Uh! No, no, no, no... 
Anni veri di pubblicità, ma che cosa resterà 
anni allegri e depressi di follia e lucidità 
sembran già degli Anni Ottanta 
per noi queasi ottanta anni fa...

Non è più il momento

A proposito degli anni '80, è interessante ricordare una canzone di Giorgio Gaber intitolata Non è più il momento, uscita insieme alle altre sette che compongono l'album Pressione bassa nel 1980 (guarda caso proprio il primo anno del decennio in questione). Nel testo di questa canzone Gaber, come al solito in anticipo sui tempi, dichiara la morte del '68: l' entusiasmo, la speranza, la fantasia e l'impegno, ovvero gli elementi che esplosero in quel fatidico anno, a distanza di circa dieci anni si sono dileguati e al loro posto è rimasto il nulla: bandiera degli anni '80 insieme all'esibizionismo e all'egoismo.



NON È PIÙ IL MOMENTO

Caro amico sei messo male
sei vittima di un tempo un po' sbagliato
un tempo dove tutto si è appiattito
dove ciò che aveva un senso si è deteriorato

E se ti viene qualche idea geniale 
buttala via 
perché qualsiasi comportamento
ci ha già il suo riferimento all’idiozia

Non è più il momento di fare lunghe discussioni
di fare ipotesi sociali o confessioni personali
non è più il momento di fare inutili teorie
né di cantare una canzone né di comprarsi un cane

Non è più il momento di fare tristi seminari
di scrivere sui muri non ha più senso neanche la follia
non è più il momento di dedicarsi ad una donna
o a qualcos’altro di importante non è più il momento per niente

In mezzo a tanta confusione 
sono affogate le tue idee
e come chi è stato tradito da una donna per bene
tu ora pensi che tutte le donne siano puttane

Razza già finita senza neanche cominciare
razza disossata già in attesa di morire
no non fa male credere 
fa molto male credere male

Però fa un certo effetto ritrovarsi a ricordare
e più che altro a dire che era molto meglio qualche anno fa

Non è più il momento di generose aggregazioni
di noiosissime riunioni né di analisti né di fantasia
non è più il momento di aver fiducia nei contatti 
di ritentare la comune e di dare del tu a tutti

Non è più il momento c’è solo un po' di nostalgia
stava per nascere qualcosa la nostra rabbia era allegria
per tenerci in vita ci bastava una cazzata
non si sa perché improvvisamente non è più il momento per niente

Quella magnifica illusione non era mica un’idiozia
e tu che sei stato tradito nella tua aspirazione
ora pensi che tutte le idee siano coglione

Razza già finita senza neanche cominciare
razza disossata già in attesa di morire
no non fa male credere 
fa molto male credere male

No non fa male credere 
fa molto male credere male

martedì 6 gennaio 2015

"La befana trullallà" di Gianni Morandi

Me la ricordo ancora, la sigla: La befana trullallà, del programma musicale andato in onda su Rai 1 tra l'autunno del 1978 e la primavera del 1979 (il titolo era 10 Hertz). Era proprio il conduttore, Gianni Morandi, che la cantava. Mi pare fosse il brano con cui terminava la trasmissione, mentre quello iniziale era Abbracciamoci. Certo non si trattò del periodo di massimo fulgore per Morandi, che comunque trovò, anche in quei suoi anni "difficili", un modo per star a galla. Non deve meravigliare il fatto che il cantante emiliano avesse scelto di dedicare la sua attenzione al pubblico infantile, era infatti già uscito, due anni prima, un 45 giri intitolato Sei forte papà, che ebbe enorme successo e che mostrava un inedito Morandi interloquire con dei bambini (i suoi figli), i quali lo incitavano a raccattare qualsiasi animaletto si imbattesse sulla loro strada. Personalmente ho un bel ricordo di quel programma, dove si esibirono i protagonisti più in voga della musica pop dell'epoca, e Morandi fece del suo meglio dimostrandosi, come al solito, simpatico e competente. Da ricordare infine che il pezzo La befana trullallà, fu inserito come lato A in un 45 giri del 1978  e, successivamente, in due Long playing del cantante di Monghidoro: Gianni Morandi II (1978) e Abbracciamoci (1979).


LA BEFANA TRULLALLÀ
(P. Dossena - S. Rendine - R. Viscarelli)

Trullallà trullallà trullallà.
La Befana vien di notte,
con le scarpe tutte rotte,
con la calza appesa al collo,
col carbone, col ferro e l'ottone.
Sulla scopa per volare,
lei viene dal mare,
Lei viene dal mare.
E la neve scenderà
sui deserti del Maragià,
dall'Alaska al Canadà,
e partire lei dovrà,
e cantando partirà,
da ciociara si vestirà,
con il sacco arriverà,
la bufera vincerà,
e cantando trullallà,
la Befana arriverà.
Trulallà trullallà trullallà.

Un bambino, grande come un topolino
si è infilato nel camino
per guardarla da vicino.
Quando arriva la Befana
senza denti
salta, balla, beve il vino.
Poi di nascosto s'allontana
con la notte appiccicata alla sottana.

E un vento caldo soffierà
sui deserti del Maragià,
dall'Alaska al Canadà
solo una stella brillerà
e seguirla lei dovrà
per volare verso il nord,
e la strada è lunga
ma la bufera vincerà
e cantando trullallà
la Befana se ne va.
E cantando trullallà
truallalero trullallà
trullallà trullallà trullalà.