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martedì 9 ottobre 2018

"Non mi lasciare" di Dario Baldan Bembo


È, a mio parere, una delle canzoni italiane più belle degli anni '70 del XX secolo. L'autore della musica è Dario Baldan Bembo, cantautore milanese che, oltre a comporre musiche di canzoni celebri di Mia Martini e Renato Zero, ha avuto una buona carriera da solista a cominciare dal 1975, quando uscì il suo primo disco, che si è prolungata per oltre un decennio. Non mi lasciare, uscì in un 45 giri del 1977; oltre alla musica, di ottimo valore è anche il testo scritto da Salvatore Fabrizio, che alla fine molto somiglia ad una preghiera fatta alla donna amata, da un uomo che non intende essere abbandonato, pena un destino di solitudine e disperazione. Stranamente, da quanto mi risulta, questa bellissima canzone non ebbe un grande successo, e non rientrò mai neppure tra i 20 dischi più venduti della hit parade italiana. Comunque, due anni dopo Riccardo Fogli la ripropose, in una sua nuova, notevole interpretazione, quale prima traccia del lato B del suo 33 giri intitolato Che ne sai. Io la conobbi per la prima volta in questa seconda versione, dato che, due anni prima, avevo appena 11 anni e non mi interessavo assolutamente di musica pop. Spero che, prima o poi, qualche altro estroso cantante voglia rispolverare questo autentico capolavoro della nostra canzone, oramai finito da troppi anni nel dimenticatoio.

NON MI LASCIARE
(D. Baldan Bembo - S. Fabrizio)

Io e il vento
soli qui
senza tempo
senza età
e vento che ora è il solo amico
mi porta suo lamento antico
mi sta facendo compagnia
qualcosa poi farò.

Non te ne andare
non mi lasciare
stammi vicino
non ho che te
e il grande cielo che era in me
vissuto dentro
insieme a te
io scoprirò.

Non te ne andare
non mi lasciare
il mio confine
sei solo tu
e l'ansia grande che era in me
vissuta dentro
in un momento
io vincerò.

E il vento segue il mio respiro
che se ne va coi miei pensieri
e sono l'anima di un uomo
che adesso scoprirò.

Non te ne andare
non mi lasciare
stammi vicino
non ho che te
e il grande cielo che era in me
vissuto dentro
insieme a te
io scoprirò.

Non te ne andare
non mi lasciare
il mio confine
sei solo tu
e l'ansia grande che era in me
vissuta dentro
in un momento
io vincerò.

mercoledì 5 settembre 2018

"Dentro" della Bottega dell'Arte


Mi è successo di riascoltare spesso le canzoni più famose della Bottega dell'Arte: complesso romano di musica pop, che ebbe il suo exploit nella seconda metà degli anni '70; mi sono accorto solo ora che c'era un motivo validissimo per cui lo preferivo ad ogni altro di quel periodo: questi cinque musicisti erano veramente bravi, e ben pochi potevano essere considerati alla loro stregua (penso ai Pooh, a Le Orme e ai Matia Bazar). Per ricordarli, li citerò tutti, a partire dalla voce solita di Fernando Ciucci, per proseguire coi fratelli Piero e Massimo Calabrese, con Romano Musumarra e infine con Alberto Bartoli. Quando li conobbi e li apprezzai per la prima volta, avevo soltanto dodici anni, e non conoscevo tutti i loro successi, che però ebbi modo di ascoltare qualche anno dopo, nelle radio libere che trasmettevano musica leggera ininterrottamente. Tra le loro canzoni meno conosciute e non abbastanza valutate, c'è Dentro; si trova nell'omonimo disco a 33 giri che uscì nel 1977 (è la prima traccia). La musica è delicata e suadente, mentre il testo, una volta di più, esprime le atmosfere sognanti relative ad un amore della prima gioventù. Qui, in particolare, le parole descrivono ed esaltano una giovane donna innamorata e timida. L'argomento è ricorrente nelle canzoni più belle e famose della Bottega dell'Arte, e a pensarci bene non è affatto banale. L'ho ascoltata, forse un po' distrattamente, per la prima volta qualche anno fa, ma soltanto ora ho compreso l'elevato valore della stessa, da considerare tra le migliori del gruppo.




DENTRO
(M. Calabrese - P. Calabrese - R. Musumarra)

La luce del mattino
e l’alba nel tuo seno
s’è fatta già

Dormi ed ho capito
che una regina sei

Fiabe e leggende antiche
ricordano il tuo viso
le tue virtù

Dormi con un sorriso
in lui mi perdo...

Occhi chiusi per sognare
qual è il volto di un amore
che una donna spera sempre
nasca dentro lei

Un respiro nel suo cuore
una vita come un fiore
sboccerà per noi

Una donna solamente
una donna veramente
che arrossisce se la guardi
quando vuole te

Tra sognare e non capire
che succede di diverso
adesso intorno a te


Spiagge dimenticate
nascondono i segreti
i miei i suoi

Fuochi d’incenso e sogni
svaniscono con noi

Occhi chiusi per sognare
qual è il volto di un amore
che una donna spera sempre
nasca dentro lei

Un respiro nel suo cuore
una vita come un fiore
sboccerà per noi

Una donna solamente
una donna veramente
che arrossisce se la guardi
quando vuole te

Tra sognare e non capire
che succede di diverso
adesso intorno a te

Una donna solamente
una donna veramente
che arrossisce se la guardi
quando vuole te

Tra sognare e non capire
che succede di diverso
adesso intorno a te.

giovedì 9 agosto 2018

I Pussycat


Pussycat è il nome di un gruppo olandese di musica pop, formato principalmente da tre sorelle: Toni, Betty e Marianne Kowalczyk; insieme a loro, facevano parte della band anche quattro uomini: Lou Willé - che è stato anche il marito di Toni -, Theo Wetzels , Theo Coumans e John Theunissen. Il loro maggiore successo, grazie al quale raggiunsero i primi posti delle vendite dei dischi di mezza Europa e dell'America del Sud, s'intitola Mississipi ed uscì come 45 giri alla fine del 1975. L'anno d'oro dei Pussycat fu senz'altro il 1976, grazie alla canzone prima citata ed a Georgie, altro grande successo che spopolò in vari paesi ; grande risalto e fama ebbero anche i due successivi singoli del gruppo: Smile (1976) e My broken souvenirs (1977). I Pussycat continuarono a pubblicare dischi - 45 e 33 giri - fino al 1983, mantenendo un discreto consenso, soprattutto all'interno del loro paese di origine. Furono sempre ignorati o quasi in Italia, non so bene il perché. Ciò che colpisce, ascoltando le loro migliori canzoni, è la bellissima voce di Toni Kowalczyk e le piacevoli armonie che senz'altro si rifanno alla migliore tradizione melodica della musica pop.



DISCOGRAFIA PARZIALE


45 giri

1975: Missisipi / Do it
1976: Georgie / Take me
          Smile / What did they do to the people
1977: My broken souvenirs / Nothing to hide
          I'll be your woman / Just a woman
          If you ever come to Amsterdam / You must have been a beautiful baby
1978: Some old song / Stupid Cupid
          Wet day in September / I remember springtime
1979: Hey Joe / Love in september
          Daddy / The steps and then...
          Let freedom range / Don't love him


33 giri

1976: Firs of all
1977: Souvenirs
1978: Wet day in September
1979: Simply to be with You

domenica 17 aprile 2016

Inutili memorie

Nei dischi a 45 giri dei Pooh usciti durante gli anni '70, si trovano alcune canzoni pressoché sconosciute del più famoso complesso italiano di sempre, che, malgrado ciò, posseggono qualità non indifferenti. Una di esse è "Inutili memorie": retro del singolo pubblicato nel 1974 (il lato A conteneva "Se sai, se puoi, se vuoi"). Il testo, seppure non sia da buttare, non si discosta dai molti che hanno caratterizzato le canzoni dei Pooh sia in quel determinato periodo che in altri precedenti e successivi: tratta infatti della fine di un rapporto amoroso; in particolare, fin dalle prime parole, si intuisce che un uomo è rimasto da solo in una casa dove la coppia ha vissuto per un certo tempo; qui si presenta un altro uomo, conoscente della donna assente, per recuperare alcuni oggetti di lei rimasti ancora in casa. In sostanza, il discorso dell'uomo abbandonato, vuole mettere in risalto il bilancio totalmente fallimentare di questa relazione giunta al suo epilogo, sottolineando che non vale la pena neppure di ricordarla più di tanto, e per questo motivo, di tale periodo della vita dei due, rimangono soltanto inutili memorie. Molto più suadente del testo è la musica di Roby Facchinetti, che, con pochi, semplici accordi riesce a creare un'atmosfera decisamente gradevole; l'orchestrazione e le voci del gruppo fanno il resto, sì che pur avendola scoperta con molto ritardo, considero questa canzone dei Pooh tra le migliori di sempre. Peccato che quasi nessuno la conosca.


INUTILI MEMORIE
(V. Negrini - R. Facchinetti)

Lascio prendere
quel che c'era qui
ancora di tuo
c'è un signore che
si presenta qui in nome tuo
ne sa di nomi
È con calma che
sta insegnandomi
cosa sei
confusioni che
mai risolte qui
porti a lui
mi dà un consiglio, se ne va
Pace sia
se fossi intelligente
pace sia
per l'anima e la mente
libertà
sei da recuperare
tempo fa
l'avrei saputo fare
Dalla mia
la dignità violata
facile
considerarti odiata
facile
se fossi come ero
libero
su libero sentiero
Ma sui vetri
rivolti a un dolce
sole c'è
l'indistinta e
sconfitta ombra
di me e di te
m'interroga...
Al mio viso due
mani, un'anima
noi qui, io
trascinandomi
oppure in corsa fui
sempre io
che ne resta
non lo so
Rifiutai
per darti il mio presente
ciò di me
che forse era importante
e ascoltai
per farti ritrovare
ciò di te
che si lasciava andare
Restano
due strade da seguire
inutili
memorie custodire
ho di te
che niente mi hai lasciato
fare sì
che niente sia esistito
Possa estinguersi
l'inquietante
impressione che
lascio prendere
insieme al resto anche il
senso a me
di esistere
Uomo e non di più
ieri e sempre più
sono io
tu lo voglia o no
tu ci creda o no
io vivrò

tu esista o no


giovedì 31 marzo 2016

La mia musica

Tra le canzoni italiane migliori degli anni '80 inserirei sicuramente "La mia musica" di Toto Cutugno. Penso che pochi se la ricordino, visto che non fu un grande successo commerciale, né vinse alcuna competizione canora; pure possiede delle qualità, primariamente musicali e secondariamente testuali (si tratta di una collaborazione tra il cantante italiano e due chansonnier francesi). Iniziando con la musica non si può negare che la melodia sia accattivante e molto orecchiabile: soprattutto il ritornello principale rimane nella testa di chi ascolta. Il testo, che dovrebbe essere di origine francese, è una sorta di "amarcord", un ricordo dei principali momenti della vita di un giovane uomo, inframezzati da ripetute dichiarazioni d'amore nei confronti della musica. Non si può negare la sincerità, riguardo a quest'ultimo concetto espresso dal cantante toscano nelle sue note, visto che ha dedicato alla composizione di canzoni un'intera vita, tra l'altro con grandi soddisfazioni (certamente meritate). Non fu però soddisfacente, come già ricordato, il risultato delle vendite di questo 45 giri uscito, se non sbaglio, nella primavera del 1981. In seguito, Cutugno non pubblicò dischi per circa un anno; nel 1982 fece uscire il suo terzo album, intitolato proprio "La mia musica", dove il pezzo apre la serie di canzoni; riapparve poi al Festival di Sanremo dell'anno successivo, con quello che ancora oggi è il suo brano per eccellenza: "L'italiano" (che, clamorosamente, non vinse la competizione).


LA MIA MUSICA
(Salvatore Cutugno - Pierre Delanoe - Charles Michel Sardou)

E torno indietro con il tempo 
trent'anni e più son già del vento 
un pianoforte, un po' d'amore 
e una gran donna dentro il cuore. 

Lo so che hai ragione tu, 
lo so che ti trascuro un po' 
e che ti lacio troppo sola, 
per la mia musica che vola, 
ma ci sei solo tu. 

E torno indietro con il tempo 
vent'anni sono già del vento 
ciao marinaio, ciao aviere, 
ciao compagnia mangiare e bere. 

Suona la tromba tra le dita, 
alzarzi all'alba che fatica 
ciao caporale un po' coglione, 
ciao signorsì, ciao gavettone. 

Adesso ho la mia musica 
Do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nell'anima 
Musica: do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nell'anima. 

E torno indietro con il tempo 
sedici anni sono già del vento 
ricordo il treno e la stazione 
il primo amore che emozione.

La stessa età, la stessa scuola, 
sei la piu' bella, sei la sola, 
il primo bacio nel portone 
e poi la mia prima canzone. 

Adesso ho la mia musica 
Do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nel'anima 
Musica: do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nel'anima. 

E torno indietro con il tempo 
6 anni sono gia' del vento 
e mangio musica e frittelle 
amo la luna, amo le stelle. 
Mio padre con la tromba in mano, 
mia madre ascolta piano piano, 
da grande voglio inventare 
poesie e canzoni da cantare. 

Musica do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nel'anima 
Musica do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nel'anima

 

venerdì 8 maggio 2015

Non è più il momento

A proposito degli anni '80, è interessante ricordare una canzone di Giorgio Gaber intitolata Non è più il momento, uscita insieme alle altre sette che compongono l'album Pressione bassa nel 1980 (guarda caso proprio il primo anno del decennio in questione). Nel testo di questa canzone Gaber, come al solito in anticipo sui tempi, dichiara la morte del '68: l' entusiasmo, la speranza, la fantasia e l'impegno, ovvero gli elementi che esplosero in quel fatidico anno, a distanza di circa dieci anni si sono dileguati e al loro posto è rimasto il nulla: bandiera degli anni '80 insieme all'esibizionismo e all'egoismo.



NON È PIÙ IL MOMENTO

Caro amico sei messo male
sei vittima di un tempo un po' sbagliato
un tempo dove tutto si è appiattito
dove ciò che aveva un senso si è deteriorato

E se ti viene qualche idea geniale 
buttala via 
perché qualsiasi comportamento
ci ha già il suo riferimento all’idiozia

Non è più il momento di fare lunghe discussioni
di fare ipotesi sociali o confessioni personali
non è più il momento di fare inutili teorie
né di cantare una canzone né di comprarsi un cane

Non è più il momento di fare tristi seminari
di scrivere sui muri non ha più senso neanche la follia
non è più il momento di dedicarsi ad una donna
o a qualcos’altro di importante non è più il momento per niente

In mezzo a tanta confusione 
sono affogate le tue idee
e come chi è stato tradito da una donna per bene
tu ora pensi che tutte le donne siano puttane

Razza già finita senza neanche cominciare
razza disossata già in attesa di morire
no non fa male credere 
fa molto male credere male

Però fa un certo effetto ritrovarsi a ricordare
e più che altro a dire che era molto meglio qualche anno fa

Non è più il momento di generose aggregazioni
di noiosissime riunioni né di analisti né di fantasia
non è più il momento di aver fiducia nei contatti 
di ritentare la comune e di dare del tu a tutti

Non è più il momento c’è solo un po' di nostalgia
stava per nascere qualcosa la nostra rabbia era allegria
per tenerci in vita ci bastava una cazzata
non si sa perché improvvisamente non è più il momento per niente

Quella magnifica illusione non era mica un’idiozia
e tu che sei stato tradito nella tua aspirazione
ora pensi che tutte le idee siano coglione

Razza già finita senza neanche cominciare
razza disossata già in attesa di morire
no non fa male credere 
fa molto male credere male

No non fa male credere 
fa molto male credere male

domenica 8 settembre 2013

Pedro Pedreiro

È ancora attualissima una canzone di Chico Buarque de Hollanda che risale al 1966: Perdo Pedreiro; il testo parla di un uomo che allora sarebbe stato definito "proletario", ovvero una persona appartenente ad una categoria sociale molto bassa, uno squattrinato che ha sempre il problema di come sbarcare il lunario e passa la vita intera in attesa di una svolta, qualcosa che cambi drasticamente la sua vita in meglio, magari un aumento di stipendio o, nel migliore dei casi, una vincita alla lotteria. La canzone di Chico de Buarque fu cantata in italiano da Enzo Jannacci nel 1967, il titolo rimase tale e quale, come d'altra parte il testo, rielaborato da Giorgio Calabrese e dallo stesso Jannacci. Ecco la prima parte:

Pedro Pedreiro è pensoso e aspetta il tram,
domani forse dovrà aspettare ancora
per il bene di chi è bene e di chi è senza un soldo
Pedro Pedreiro resta pensieroso
e pensando il tempo passa
la gente resta indietro
aspettando aspettando aspettando
aspettando il sole, aspettando il tram,
aspettando l'aumento dell'anno passato
per il mese che viene.


Come è facile notare dalle parole della canzone che si ripetono con insistenza, l'aspettativa di Pedro è destinata a durare tutta la vita. Più avanti, parlando sempre delle aspettative di Pedro, il testo dice: «Pedro Pedreiro aspetta il carnevale / e la fortuna grossa col biglietto della lotteria / tutti i mesi»; qui mi pare si chiarifichi il vero sogno del protagonista: una improvvisa (e molto improbabile) vincita di una somma in denaro che porti un miglioramento decisivo nella grama vita di Pedro e lo renda finalmente felice, convinto com'è che nel denaro in quantità sproporzionata (e soltanto in quello ) risieda la felicità. Mi sembra che oggi, rispetto all'anno in cui uscì questa canzone, i tempi non siano per nulla cambiati, anzi, in giro per le città si possono incontrare moltissimi Pedri (almeno in Italia) che continuano a sperare in un enorme incasso giocando al Gratta e vinci o a qualche stupida lotteria, e quest'attesa quasi sempre, per non dire sempre, dura tutta la vita. Ma proseguiamo la lettura del testo:

[...]
Pedro Pedreiro aspetta anche la morte
oppure il giorno di tornare al nord
Pedro non sa ma forse, forse in fondo
aspetta qualcosa più bella del mondo
più grande del mar.
Ma perchè sognar se dà
la disperazione di aspettare ancora.
Pedro Pedreiro vuol tornare indietro,
esser solo muratore
senza aspettar,
aspettare aspettare aspettare,
aspettare il sole, aspettare il tram,
aspettare ancora quel famoso aumento,
aspettare un figlio che dovrà aspettare,
aspettare il premio della lotteria
aspettare la morte
aspettare un porto
aspettare di non aspettare più,
aspettare in fondo
niente altro che
la speranza afflitta infinita sfinita
che arrivi il suo tram.


Diceva un personaggio italiano assai famoso che, prima o poi, nella vita di ogni uomo si presenta un' occasione, un treno che passa e che va preso al volo, perchè forse non passerà mai più; ma per Pedro questo treno non è passato e non passerà mai, la sua vita trascorrerà perciò in perenne attesa di qualcosa che col tempo diverrà quasi indefinibile; se Pedro avrà un figlio, anche lui avrà la sorte del padre e così via per generazioni e generazioni che verranno tagliate fuori da qualsiasi possibilità di ricchezza a causa dei pochi detentori del potere e del denaro che egoisticamente escludono e sempre escluderanno intere classi sociali dal benessere e dalla possibilità di migliorare la loro vita. Agli esclusi non rimarrà che tentare all'infinito di ottenere quello che hanno i pochi fortunati con pochissimi mezzi a loro disposizione e con irrisorie possibilità di riuscita, rimanendo perciò al palo per l'eternità.

domenica 25 agosto 2013

"Addio Elena" di Sergio Endrigo

Addio Elena è una canzone di Sergio Endrigo che fu pubblicata nel 1978 in un disco a 33 giri intitolato Donna mal d'Africa. Precisamente la canzone menzionata è la prima del lato B. Non fu uno dei più grandi successi di Endrigo, pur possedendo delle qualità non indifferenti, sia riferendosi alla musica che, soprattutto, alle parole. Il testo infatti è una sorta di commiato dalla donna amata da parte di un uomo malinconico e rassegnato. Si potrebbe definire una poesia crepuscolare per motivi che riguardano alcune frasi e molti vocaboli usati spesso dai cosiddetti poeti crepuscolari. Già dall'inizio della canzone si può intuire che l'uomo è stato lasciato dalla compagna e che si trova in casa, in una situazione di totale abbandono (i calzini bucati, il letto sfatto, la porta-finestra sgangherata ne sono la prova). Più avanti si capisce che la vita di coppia, nelle ultime fasi, era divenuta ormai estremamente noiosa e inutile, che si prolungava stancamente in azioni e riti abitudinari senza un preciso motivo e senza slanci. L'ultima parte del testo utilizza una serie di termini e di pensieri che evidenziano la vita fallimentare dell'uomo; e proprio la parola "fallimento" (riferita all'impresa) è ben presente, seguita dalla "Torre di Babele": costruzione di cui si parla nella Bibbia, destinata a crollare in eterno. Stesso discorso vale per il "veliero mai partito" e per l'estremo saluto del capitano dalla "nave ormai a fondo". Le ultime parole, tornando al crepuscolarismo, esprimono chiaramente la totale inutilità ed inadeguatezza della vita di un uomo che, si avverte palesemente, sembra godere della sua completa sconfitta.





ADDIO ELENA
(S. Endrigo - C. Mattone - S. Endrigo)

Io ti saluto Elena 
dai miei bottoni perduti 
dai buchi freddi dei calzini 
senza rancore e senza lacrime. 
Io ti saluto Elena 
dalle porte-finestre sgangherate 
dai letti sfatti da tre giorni 
dal mio cavallo a dondolo 
io ti saluto Elena. 

Dalle mie notti spettinate 
dai tuoi capricci da bambina 
dalle tue voglie ritardate 
da una rosa settembrina 
Dalle mie sbronze senza rete 
dalla nostra assemblea permanente 
dal ruggito del Black & Decker 
ti saluta il comandante. 

Da questa terra di nessuno 
dal fallimento dell'impresa 
dall'ultimo pane fatto in casa 
da questa Torre di Babele. 
Dal mio veliero mai partito 
dalle mie conchiglie usate 
dalla nave ormai a fondo 
ti saluta il capitano. 

Io ti saluto Elena 
da un aquilone senza filo 
dal filo senza palloncino 
da questi versi inutili 
io ti saluto Elena.

sabato 6 luglio 2013

Il duo "Baccara"

Dotate di una suadente e bella voce, carine, molto aggraziate nei movimenti, il duo "Baccara" furoreggiò nella seconda metà degli anni settanta con canzoni come Yes sir I can boogie, Cara mia, Sorry, I'm a lady, Darling. Le due cantanti sono di nazionalità spagnola e si chiamano Mayte Mateos e Maria Mendiola; le loro canzoni più famose, tutte in lingua inglese, ricalcano le sonorità della musica disco e di quella melodica; si nota inoltre una particolare vicinanza con alcuni brani degli Abba, complesso che in quel periodo dominava le classifiche mondiali dei dischi. Dopo alcuni anni Mayte e Maria si divisero ed ancora oggi continuano a cantare avendo riformato ciascuna un nuovo duo.



YES SIR, I CAN BOOGIE
(Frank Dostal - Rolf Soja)

Mister
Your eyes are full of hesitation
Sure makes me wonder
If you know what you're looking for

Baby
I wanna keep my reputation
I'm a sensation
You try me once, you'll beg for more

Oh, yes sir, I can boogie
But as I need a certain song
I can boogie, boogie-woogie
All night long

And yes sir, I can boogie
If you stay, you can't go wrong
I can boogie, boogie-woogie
All night long

No sir
I don't feel very much like talking
No, neither walking
You wanna know if I can dance

Yes sir
Already told you in the first verse
And in the chorus
But I will give you one more chance

Oh, yes sir, I can boogie
But as I need a certain song
I can boogie, boogie-woogie
All night long

And yes sir, I can boogie
If you stay, you can't go wrong
I can boogie, boogie-woogie
All night long

Oh, yes sir, I can boogie
But as I need a certain song
I can boogie, boogie-woogie
All night long

And yes sir, I can boogie
If you stay, you can't go wrong
I can boogie, boogie-woogie
All night long

Oh, yes sir, I can boogie
But as I need a certain song
I can boogie, boogie-woogie
All night long

And yes sir, I can boogie

martedì 30 ottobre 2012

Quest'anno il mare

Esistono alcune canzoni che stranamente rimangono nell'oblio pur essendo molto belle; è il caso di "Quest'anno il mare", brano di Luciano Michelini che uscì quale lato B di un disco a 45 giri del 1965. Michelini non è certamente molto conosciuto come cantante, lo è certamente come musicista e forse come autore di colonne sonore e come arrangiatore di canzoni interpretate da personaggi famosi. La canzone citata è secondo me superlativa sia per la musica che per le parole (entrambe di Michelini) capaci di creare un'atmosfera molto malinconica, visto che si parla di un periodo immediatamente successivo alla stagione estiva (forse settembre), quando le prime, forti piogge autunnali portano le acque del mare ad invadere parte della spiaggia, e a volte arrivano anche all'interno delle abitazioni edificate a poca distanza dalla riva. Nel testo di Michelini l'acqua diviene "distruttrice" di un amore ormai consumato, destinato a dissolversi come un castello di sabbia. Nulla ormai rimane di quell'amore estivo, tranne qualche traccia quasi invisibile delle parole intense e passionali scritte sulla rena che il vento cerca invano di recuperare.
 
 
QUEST'ANNO IL MARE
(Luciano Michelini)
 
Quest'anno il mare
s'è spinto molto avanti
e ha cancellato
le orme dell'estate.

La pioggia è entrata
nella tua casa
e lentamente
consuma i miei ricordi.

Rimane solo il vento
che cerca nella sabbia
le ultime parole
che tu dicevi a me.

sabato 27 ottobre 2012

E la città non lo sa

Esistono alcune canzoni di Giorgio Gaber (Milano 1939 - Montemagno di Camaiore 2003) della prima metà degli anni '60 che già preannunciano il futuro cambiamento del cantautore milanese, sempre più indirizzato verso un tipo di canzonetta che non sia soltanto fine a sé stessa ma che racchiuda un significato ed un impegno sociale tale da renderla qualcosa di più concreto e importante. Da questa tendenza sempre più consistente mano mano che Gaber interpretava i suoi brani musicali nel corso del decennio citato, si concretizzerà la svolta avvenuta proprio nel 1970, quando l'autore di "La ballata del Cerutti" e di "Trani a gogò" passerà al "Teatro-canzone" che ha poco a che vedere con la sua produzione discografica precedente. Una delle canzoni che preannunciano la svolta è senz'altro "E la città non lo sa"; fu inserita in un 33 giri del 1964 intitolato "Le canzoni di Giorgio Gaber" e passò quasi totalmente inosservata. Cosa assi ingiusta e inspiegabile, visto il sicuro valore del testo e la non scadente qualità della musica. Il testo parla di una qualunque giornata cittadina cominciando dalle prime ore della mattina, quando lentamente la luce si diffonde sulle case e la gente si avvia ad affrontare le gioie e i dolori quotidiani, per finire con la tarda sera, quando le ultime luci artificiali si vanno spegnendo e i rumori dei motori si diradano sempre più fin quasi a scomparire. È, come ripete più di una volta Gaber, un giorno come un altro, che si va ad aggiungere alla serie infinita di giorni insignificanti che si vivono nelle caotiche città moderne, tra la generale indifferenza di uomini divenuti ormai automi, visto che ripetono le solite azioni quotidiane e non si accorgono minimamente dei drammi, delle forti emozioni e delle pulsioni vitali di chicchesia, totalmente immersi in una esistenza ormai completamente svuotata di significato. Vengono in mente alcuni versi di una bellissima poesia di Camillo Sbarbaro i quali ottimamente descrivono la popolazione che è facile incontrare camminando sulle strade di una città moderna:

«Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s'imprimono dolorosamente.
E conosco l'inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l'inutilità della lor vita
amara e il lor destino ultimo, il buio».
 
 
 
E LA CITTA' NON LO SA
(Giorgio Gaber - Renato Angiolini)

Un giorno come un altro
illumina le case si accendono le cose
e la città non lo sa.

Un’ora come un'altra
chi vive per amore chi muore di dolore
chi vive e non lo sa.

Un giorno come un altro
la gente passa e va
e la città non lo sa.

La luce della sera
già muore sulle case si spengono le cose
e la città non lo sa.

Fra poco tutto tace
si muove un po’ di luce sul tram che se ne va
e la città non lo sa.

Un giorno come un altro
la gente passa e va
e la città non lo sa.

lunedì 4 giugno 2012

Le Ciliegie Amare - Dormire con te

Fu brevissima la stagione d'oro delle Ciliegie Amare, trio musicale che comprendeva due uomini ed una donna, e che durò appena due anni. Eppure il loro esordio non fu affatto negativo, visto che il 45 giri "Dormire con te" ottenne un buon successo di vendite, riuscendo a raggiungere i primi posti della Hit Parade italiana. La canzone d'altronde è orecchiabile e, curiosità, vede tra gli autori anche la presenza di Donatella Rettore, quell'anno non ancora conosciutissima, visto che il suo primo grande successo: "Splendido splendente", sarebbe uscito esattamente un anno dopo. Dodicenne, anch'io ricordo i vari passaggi in TV delle Ciliegie Amare, dei cui componenti non so i nomi e a malapena ricordo i volti. Nel 1979, precisamente poco prima dell'estate, il trio si ripresentò al pubblico con un nuovo disco: un 45 giri che aveva, sul lato A, la canzone intitolata "Per", ed anche di questo brano ricordo qualche fugace passaggio televisivo. Ma il successo dell'anno precedente non fu certo eguagliato e lì (per quel che ne so) finì la storia delle Ciliegie Amare, di cui oggi rimane, per i nostalgici della musica pop degli anni '70, soltanto "Dormire con te".
 
 
DORMIRE CON TE
(Franco Marino - Claudio Rego - Donatella Rettore)

Dormire con te,
restarti al fianco
ma in fondo averti
ancora dentro
e trattenere il respiro...
Poi non dormire
per ripensare:
A letto insieme a te
non sono mai stanco.
Dormire con te,
chiudere gli occhi
senza sognare
qui ad aspettare...

Forse,
forse anche tu
ti porterai dietro l'autunno
come le prime piogge d'agosto.

Dormire con te,
cercare al buio
forse il tuo corpo,
il tuo pensiero...
E trovarti sveglia
e senza parlare
ricominciare
a non dormire mai.

Forse,
forse anche tu
ti porterai dietro l'autunno
come le prime piogge d'agosto.