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lunedì 2 settembre 2019

"I borghesi" di Giorgio Gaber




S'intitola I borghesi uno degli ultimi album che Giorgio Gaber registrò in studio. Fu pubblicato nel 1971 dalla Ricordi e contiene undici canzoni molto belle, alcune delle quali si rifanno più o meno esplicitamente a Jacques Brel; sto parlando di I borghesi, Che bella gente e L'amico; quest'ultima rappresenta uno dei momenti più sublimi mai raggiunti non solo da Gaber, ma dalla intera musica pop italiana: il testo parla di un uomo che assiste il suo migliore amico gravemente ammalato e fortemente depresso, perciò cerca di consolarlo rievocando i bei tempi, quando, ancora giovani e pieni di vita, si divertivano insieme in mille modi ed occasioni; tutto ciò per far sperare al povero malato che quei tempi possano tornare nel giro di poco tempo: quello necessario per guarire. Le altre due canzoni mostrano la vena più satirica di Gaber (e anche di Brel) che si scaglia contro la perfidia e l'ipocrisia di certa borghesia; classe sociale spesso accusata, almeno a quei tempi, di essere la causa principale di tutti i peggiori mali della società. Tra le altre canzoni, merita una segnalazione anche Latte 70, dove, come nelle altre citate, si nota una vicinanza a Brel, soprattutto per i toni improvvisamente convulsi che caratterizzano l'interpretazione; in sostanza il brano vuole porre l'attenzione sia sull'alienazione causata dal lavoro in fabbrica, sia sulle difficoltà giornaliere che s'incontrano nella vita di coppia. Quest'ultima tematica è presente anche in Ora che non son più innamorato, brano che esplicita senza mezze parole la noiosa e insensata vita di routine cui va incontro, cogli anni, una coppia. Da ricordare infine che, da questo memorabile LP, l'anno successivo furono estrapolati due pezzi: L'amico e Latte 70, che uscirono in versione 45 giri.

venerdì 19 aprile 2013

"Tutti morimmo a stento" di Fabrizio De Andrè


Tutti morimmo a stento (Cantata in si minore per coro e orchestra) è il titolo di un album storico di Fabrizio De Andrè uscito nel 1968. La sua storicità consiste nel fatto che fu il primo disco nato con una caratteristica particolare: tutte le canzoni che lo compongono sono incentrate sullo stesso tema (la morte in questo caso) e, quindi, va considerato come il primo concept album italiano. Per chi non lo sapesse un concept album è un disco in cui tutti i brani parlano di un determinato argomento o comunque risultano consequenziali, ossia formano dei tasselli che, messi insieme, compongono una storia. Nell'album in questione ci sono delle canzoni bellissime, entrate a far parte dei capolavori musicali di De Andrè: Ballata degli impiccati, Inverno, Girotondo e Terzo intermezzo spiccano sulle altre; la prima è una ballata che nasce dalla lettura di una poesia famosa di François Villon che ha il medesimo titolo del brano musicale (quello francese è Ballade des pendus) anche se gli impiccati di De Andrè, a differenza di quelli di Villon, mostrano un forte risentimento che sfocia nel vero e proprio rancore, nei confronti di coloro che li hanno condannati a morte. Inverno è una bella poesia sulla morte che si avvale di una musica eccezionale; il luogo descritto è un camposanto ricoperto di neve dove si sofferma un personaggio non identificabile che viene esortato (forse dai morti) a proseguire il suo cammino: «Ma tu che stai, perché rimani? / Un altro inverno tornerà domani / cadrà altra neve a consolare i campi / cadrà altra neve sui camposanti». Girotondo è una canzone che risente del clima in cui si viveva quando fu scritta, gli anni della guerra fredda fra le due superpotenze mondiali: Stati Uniti e Unione Sovietica e prefigura una situazione che tutti temevano in quel periodo: lo scoppio di una guerra nucleare che avrebbe devastato la terra. Il pezzo è originalissimo e, oltre alla voce di De Andrè, si avvale di quelle dei "Piccoli Cantori". Terzo intermezzo è una profonda meditazione sull'amore e sull'odio, quest'ultimo rappresentato dalla guerra e, di conseguenza, dalla morte; si tratta, anche in questo caso, di una vera e propria poesia di cui riporto alcuni versi: «La polvere, il sangue, le mosche e l'odore; / per strada, fra i campi, la gente che muore; / e tu, tu la chiami guerra e non sai che cos'è, / e tu, tu la chiami guerra e non ti spieghi il perché».
Per quanto riguarda le altre canzoni, Cantico dei drogati è ispirata ad una poesia di Riccardo Mannerini, Leggenda di Natale si rifà ad un brano di Georges Brassens mentre gli ultimi due pezzi: Recitativo e Corale si accavallano essendo il primo un monologo (in forma poetica) di De Andrè e il secondo un canto eseguito da un coro che è inserito negli intervalli o durante la recitazione del cantautore ligure.



giovedì 19 luglio 2012

"Bufalo Bill" di Francesco De Gregori

"Bufalo Bill" è il titolo di un album di Francesco De Gregori, uscito nel 1976 per la RCA. È il quarto 33 giri pubblicato dal cantante romano ed è anche uno dei suoi migliori dischi. Gli otto brani che vi sono compresi sono tutti di ottimo o di buon valore, a cominciare dal primo, che dà il titolo all'album e che uscì anche come 45 giri, in cui De Gregori fa parlare un personaggio storico e leggendario del Far West realmente esistito: William Federick Cody detto Bufalo Bill (1846-1917). Il secondo pezzo musicale s'intitola "Giovane esploratore Tobia" ed è l'unico che non risulta scritto dal solo De Gregori, vede infatti anche la firma di Lucio Dalla. Il testo parla di un adolescente che, durante una gita, casualmente, diviene eroe. Originalissimo è "L'uccisione di Babbo Natale" in cui due personaggi dai nomi simbolici incontrano e uccidono Babbo Natale, che qui sembra impersonare l'ingiustizia (l'autore lo descrive infatti "carico di ferro e carbone", ovvero dei regali destinati ad alcuni bambini in particolare). "Disastro aereo sul Canale di Sicilia" è un allarmato ammonimento che nasce dalla situazione politica mondiale che era presente nell'anno in cui uscì il disco, con tensioni già da tempo in atto tra i paesi occidentali (Europa e Stati Uniti) e i paesi mediorientali africani e asiatici. L'ultimo brano del lato A s'intitola "Ninetto e la colonia" e possiede un ritmo ed una narrazione decisamente coinvolgenti, anche se il testo risulta quanto mai difficile da interpretare.
Primo brano del Lato B è "Atlantide", ed è sicuramente il più malinconico: anche in questo caso il testo non appare di limpida chiarezza interpretativa, ma ciò che conta è la notevole suggestione che senz'altro possiede, così come "Ipercarmela", qui s'intuisce che il luogo in cui si svolge la scena è una casa dove vive una coppia in attesa di avere una figlia il cui nome sarà Carmela. "Ultimo discorso registrato" è un altro pezzo inestricabile e di sicuro fascino, mentre "Festival" è la canzone dedicata da De Gregori al cantante Luigi Tenco, suicidatosi durante il Festival di Sanremo del 1967. Chiude questo memorabile album un brano stupendo: "Santa Lucia", che non molto tempo fa Lucio Dalla definì come una delle canzoni più belle in assoluto.

mercoledì 6 giugno 2012

"L'orso bruno" di Antonello Venditti



"L'orso bruno" è stato il primo album pubblicato da Antonello Venditti nel 1973 (se si esclude "Theorius campus", disco dell'anno precedente che conteneva canzoni di Venditti e di Francesco De Gregori, non esclusi brani in cui i due cantautori cantano insieme). Seppure non riscosse il successo di altri, futuri album del cantante romano, è da considerarsi tra i suoi migliori per la qualità degli otto brani che lo compongono. Il primo pezzo che si può ascoltare s'intitola "E li ponti so' soli", è una canzone in romanesco molto accorata e malinconica: parla di una povera anziana che abita sul lungotevere di Roma e che ha avuto una vita molto difficile, irta di difficoltà e di amarezze; ora si trova ad affrontare la vecchiaia in completa solitudine, i suoi soli amici sono infatti i gatti, gli unici che la apprezzino perchè da lei ricevono il cibo quotidiano. È una vita e una storia facilmente ritrovabile anche ai giorni nostri, poichè oggi come quarant'anni fa gli anziani spesso si ritrovano soli, abbandonati e dimenticati da una società troppo intenta ad occuparsi di altre cose, piuttosto che pensare a loro, i quali spesso divengono gli ultimi elementi nella scala sociale. Bella è anche la seconda canzone dal ritmo incalzante che ha titolo "L'uomo di pane"; difficile capire chi sia o chi rappresenti costui, ma risulta evidente che "l'uomo di pane" è una vittima della società ingiusta, individuo sottoposto anche a torture fisiche per essersi opposto al volere di qualcuno. Molto tenera la terza canzone di questo album: "L'ingresso della fabbrica": l'argomento è ben spiegato dal titolo e la protagonista è una operaia con le sue amiche, il suo amore e la sua vita di tutti i giorni; anche qui, come in "E li ponti so' soli" si respira un'aria decisamente malinconica. "Lontana è Milano", quarto brano dell'LP, ritengo che sia una delle migliori canzoni di Venditti in assoluto; tratta l'annoso problema dell'emigrazione che in quel lontano 1973 era ancora un problema attualissimo in Italia. In particolare il testo della canzone dà voce a coloro che furono costretti ad abbandonare il meridione per cercare un posto di lavoro (spesso malpagato) al nord della penisola italiana, sognando perpetuamente il ritorno alle proprie terre. Il lato A di "L'orso bruno" si chiude con la canzone che dà il titolo all'intero album, molto poetica ed intensa. Il lato B si apre con la lunghissima "Il mare di Jan", storia del traviamento di Jan Silbeling, un uomo che dopo la morte del padre non dà retta alle ultime importanti raccomandazioni del povero genitore e sceglie la strada sbagliata ovvero quella della ricchezza facile e della corruzione. Qui si notano diversi riferimenti ad un misticismo particolarmente in voga tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70. "Dove", che segue il brano iniziale, è la più disperata tra le canzoni presenti nell'album: una sorta di itinerario spleenico del protagonista, che è completamente devastato dalla noia e dalla percezione di totale insensatezza della vita. L'ultimo brano s'intitola "Sottopassaggio" e parla del quotidiano incontro tra due uomini in un sottopassaggio cittadino: il primo è colui che parla dell'evento, passante che giornalmente, magari per ritornare a casa, fa la strada consueta e s'imbatte nel secondo, un povero cieco che si guadagna da vivere suonando il violino per strada e chiedendo in cambio qualche moneta.

sabato 28 aprile 2012

"L'alba" di Riccardo Cocciante


"L'alba" è il titolo di un LP del cantautore Riccardo Cocciante, pubblicato nel 1975, subito dopo l'omonimo 45 giri che ebbe un buon successo di vendite, rimanendo tra i dieci singoli più venduti per ben tre mesi (dal settembre al novembre del '75). Anche l'album riscosse un successo notevole, risultando tra i venti più venduti di quell'anno. Si può ben dire che le canzoni presenti in "L'alba" rappresentino il culmine di quei toni pieni di disperazione e rabbia che in parte costituirono gli elementi essenziali oltre che identificativi del successo di Cocciante. In questi dieci brani il cantautore raggiunse l'apice del pessimismo, che si può percepire, in maniera più o meno marcata, nei testi del paroliere Marco Luberti e nella sofferta e intensa interpretazione di Cocciante.
Partendo da "Smania", è facile intuire che essa sia una canzone-trampolino alla successiva, cioè "L'alba"; si parla infatti della smania di andare via, di fuggire da una situazione sgradevole che vede un uomo vivere una relazione ormai logora, dove prevalgono su tutto la noia e il disgusto. "L'alba" descrive appunto questa fuga che però, non avviene all'inizio del giorno, ma durante la notte, momento assai più propizio per non dare nell'occhio. "Il tagliacarte" e "Era già tutto previsto" trattano in sostanza il medesimo argomento: il tradimento subito da un uomo. Cambia però la reazione, che nella prima sembrerebbe rassegnata anche se quel tagliacarte lasciato come ricordo dall'uomo tradito, sul cuore della donna, fa pensare ad una fredda, sanguinosa vendetta. La disperazione invece domina in "Era già tutto previsto", infatti l'uomo, rimasto da solo, abbraccia il cuscino dove ha dormito la sua ex donna ripensando a lei e desiderando la morte. "Vendo" è sicuramente una delle canzoni più belle dell'album, qui emerge una poeticità straordinaria e ne scaturisce una confessione straziante. "E lei sopra di me" parla di un'altra "Bella senz'anima" che compie l'atto sessuale in modo animalesco, svuotandolo di passione e di qualsiasi sentimento, sì da causare la violenta ma repressa reazione dell'uomo. "Canto popolare" è un inno all'indifferenza totale di una donna nei confronti dell'uomo che la ama follemente. Decisamente al di fuori dal contesto dell'album è "La morte di una rosa", dove un poeta compone dei versi dedicati ad una donna dalla pelle molto chiara, candida proprio come una rosa bianca; la morte del fiore simboleggia la fine della verginità. "A mio padre", come s'intuisce dal titolo, è un brano dedicato da Cocciante al genitore, costui invecchiando perde via via speranze, ideali e forze; per questo il figlio lo incita a non mollare, a combattere ancora, se non altro per l'amore dei figli, che hanno bisogno della sua presenza. Infine "Comica finale" è un tentativo di sdrammatizzazione: dice infatti il testo: «Ed io lo so che a questo punto / per nascondere il mio pianto / per nascondere il mio male / per nascondere il dolore / per tirare su il morale / ci vorrebbe per finire: / una comica finale» ma l'impressione che si ha è di una forzatura; insomma la disperazione rimane, malgrado l'estremo tentativo, in tutte le canzoni di questo memorabile album di Riccardo Cocciante.

lunedì 27 febbraio 2012

"Alla fiera dell'est" di Angelo Branduardi


"Alla fiera dell'est" che è probabilmente l'album più famoso di Angelo Branduardi, uscì nel 1976 e sancì il successo definitivo del cantautore lombardo, il quale da allora in poi fu definito menestrello per via delle atmosfere medioevaleggianti che si respirano nei suoi brani musicali. La verità è che Branduardi, quando creò (insieme a Luisa Zappa) le canzoni di questo album, non si ispirò soltanto alle musiche e ai testi del Medioevo. Il pezzo che dà il titolo all'Lp, per esempio, è preso da un canto pasquale ebraico, come avverte lo stesso Branduardi nelle note contenute nella copertina del disco. Un altro brano: "Il vecchio e la farfalla" s'ispira chiaramente ad un aneddoto del filosofo cinese Chuang Tzu, vissuto prima della nascita di Cristo. "La serie dei numeri", altro pezzo di questo album, deriva da un canto bretone, mentre per quanto riguarda la musica di "Il funerale" Branduardi si rifece ad una melodia della tradizione americana, il testo della stessa canzone è invece preso da una poesia di Franco Fortini, poeta che per il cantautore lombardo fu un maestro molto apprezzato. Nel complesso questo terzo album di Branduardi è un'opera molto innovativa, originalissima e che contiene dei brani notevoli; citerei a tal proposito, oltre ad "Alla fiera dell'est", giustamente celebre, "Il dono del cervo" (altro brano che molti ricordano), "La favola degli aironi" intriso di una sconsolata tristezza, "La serie dei numeri" dal ritmo incalzante e avvincente, "Sotto il tiglio" e "Canzone del rimpianto", altro brano malinconico e ultima delle dieci canzoni di questo memorabile album.