sabato 17 settembre 2016

Cantautori italiani degli anni '70: Capitolo I - (1970-1971)

Gli anni settanta iniziarono, parlando esclusivamente di cantautori italiani, sulla falsa riga degli ultimi anni del decennio precedente. Infatti, analizzando le canzoni pubblicate nel 1970 ed il 1971, non si notano particolari innovazioni, né personaggi che sappiano stravolgere le regole secondo le quali si muoveva a quel tempo la canzone italiana.
Tra le cose da menzionare, c'è la drastica decisione di Giorgio Gaber di abbandonare il mondo della canzone, per abbracciare in toto  quello del teatro. La sua trasformazione avvenne però gradualmente, tant'è che proprio in questi anni uscirono due suoi ottimi 33 giri: Sexus e politica (1970) e I borghesi (1971); in quest'ultimo, Gaber mostra di saper interpretare alla grande alcuni memorabili pezzi di Jacques Brel (I borghesi e L'amico tra le migliori canzoni).



Continuando a parlare dei "vecchi" cantautori, o meglio, di coloro che già avevano trovato una certa dimensione ed una notevole affermazione, ancora una volta Fabrizio De Andrè si mostrò il migliore in assoluto; in questo lasso di tempo pubblicò due LP che rimangono nella storia: La buona novella (1970), ispirato dai vangeli apocrifi, e Non al denaro, non all'amore né al cielo (1971): un'ottima trasposizione musicale di alcuni versi tratti da "La leggenda di Spoon River" di Edgar Lee Master.



Bruno Lauzi, in questo periodo abbandonò il ruolo di cantautore per vestire soltanto i panni dell'interprete: ottimo in verità, soprattutto se ci si riferisce ad alcune canzoni della coppia Battisti-Mogol come Amore caro, amore bello e L'aquila.
Anche Enzo Jannacci interpretò a modo suo canzoni di altri autori come Paolo Conte (Mexico e nuvole), ma si fece notare anche per le sue geniali creazioni musicali, presenti, per esempio, nell'album La mia gente (1970); da questo disco voglio citare almeno due brani: Il dritto e Il Duomo di Milano.
Sergio Endrigo ottenne nuovi consensi di critica e di pubblico grazie alle sue partecipazioni sanremesi, in particolare con L'arca di Noè (1970). Buono anche il suo 33 giri Nuove canzoni d'amore (1971).
Meno positivo può definirsi questo biennio per la produzione artistica di Gino Paoli, il quale nel 1971 fece uscire ben tre album, discreti nella qualità, dove venivano riproposte anche sue canzoni famosissime degli anni '60.
Piero Ciampi acquistò popolarità grazie ad una canzone struggente di rara bellezza: Tu no (1970); nel 1971 uscì un album (che portava il suo nome) con alcune tra le sue migliori canzoni di sempre come L'amore è tutto qui, Il Natale è il 24 e Il vino.
Tra gli anni d'oro di Lucio Battisti (e anche del paroliere Mogol) vi sono compresi il 1970 ed il 1971: in questi due anni pubblicò grandissimi successi come Fiori rosa, fiori di pesco, Il tempo di morire, Emozioni, Anna, Pensieri e parole che, ancora oggi, sono conosciuti dalla stragrande maggioranza del pubblico musicale italiano. Più sperimentale risultò invece il Long Playing del 1971 intitolato Amore e non amore.



Lucio Dalla, finalmente, nel 1971 si affermò in modo superbo grazie alla bellissima 4/3/1943, canzone che partecipò anche al Festival di Sanremo. Dello stesso anno è anche l'ottimo LP Storie di casa mia, che contiene altri capolavori come Itaca, Il gigante e la bambina, La casa in riva al mare e Per due innamorati. Dalla in quegli anni non scrisse i testi dei suoi brani musicali, avvalendosi della collaborazione di ottimi parolieri, tra i quali ricordo Sergio Bardotti, Paola Pallottino e Gianfranco Baldazzi.

  
Nel 1970 Francesco Guccini ricominciò a pubblicare album (l'unico uscito fino a quell'anno era del 1967): Due anni dopo e L'isola non trovata sono i titoli. In entrambi si ritrova la stessa poetica meditativa e polemica del cantautore emiliano; si citano, tra i brani migliori: Primavera di Praga, Ophelia, Il frate, Canzone di notte.
Claudio Baglioni si era affacciato nel mondo della musica leggera per la prima volta nel 1969, quando aveva pubblicato il suo primo disco a 45 giri. Nel 1970 si ripropose alla grande con un LP che portava il suo stesso nome. Malgrado il buon valore dei brani musicali qui presenti, il disco non ebbe il successo sperato. Nel 1971 Baglioni si ripresentò al pubblico musicale con un 33 giri nuovo solo in parte (sono infatti presenti alcune canzoni del precedente LP) intitolato Un cantautore dei giorni nostri; qui c'è anche Cincinnato: una delle interpretazioni migliori del cantautore romano. Mi sembra giusto precisare che Baglioni, nella creazione delle canzoni di questi dischi come in quelle dei futuri, si avvalse del contributo di Antonio Coggio: musicista e amico del cantautore romano.



Bellissimo l'esordio discografico di Roberto Vecchioni, che nel 1971 pubblicò il suo primo album intitolato Parabola: qui, oltre al brano che dà il titolo al disco,  si trovano altre canzoni anche famose, come Luci a San Siro, Improvviso paese, Cambio gioco, che spiccano per qualità di musiche e di testi e per una interpretazione sempre "passionale".



Per il resto, va segnalato un album di Domenico Modugno del 1971: Con l'affetto della memoria, dove compare per la prima volta Amara terra mia: ottima rielaborazione di una vecchia canzone popolare abruzzese. C'è poi un 45 giri di Gipo Farassino del 1970 con due belle canzoni: Ballata per un eroe e Non piangere Maria. In questi anni debutta anche il giovane Claudio Rocchi: nei suoi primi 33 giri: Viaggio (1970) e Volo magico n. 1 (1971) si trovano alcune composizioni altamente poetiche come La tua prima luna e La realtà non esiste. Pochi oggi ricordano il nome di Giorgio Laneve, cantautore in stile francese che iniziò a pubblicare dischi a partire dal 1970; di questo anno è Amore dove sei, mentre, del 1971 è un altro ottimo brano intitolato La leggenda del mare d'argento; da ricordare anche l'intero album Amore e leggenda (1971). Infine merita una menzione anche il primo album pubblicato da Franco Battiato nel 1971: Fetus: all'interno si trovano otto composizioni musicali che hanno, come peculiarità principale, la netta sperimentazione (e ciò è riferito anche ai testi); insomma, un disco troppo "difficile" e ancora lontano da quelli che il cantautore siciliano pubblicherà a partire dal 1979.



domenica 17 aprile 2016

Inutili memorie

Nei dischi a 45 giri dei Pooh usciti durante gli anni '70, si trovano alcune canzoni pressoché sconosciute del più famoso complesso italiano di sempre, che, malgrado ciò, posseggono qualità non indifferenti. Una di esse è "Inutili memorie": retro del singolo pubblicato nel 1974 (il lato A conteneva "Se sai, se puoi, se vuoi"). Il testo, seppure non sia da buttare, non si discosta dai molti che hanno caratterizzato le canzoni dei Pooh sia in quel determinato periodo che in altri precedenti e successivi: tratta infatti della fine di un rapporto amoroso; in particolare, fin dalle prime parole, si intuisce che un uomo è rimasto da solo in una casa dove la coppia ha vissuto per un certo tempo; qui si presenta un altro uomo, conoscente della donna assente, per recuperare alcuni oggetti di lei rimasti ancora in casa. In sostanza, il discorso dell'uomo abbandonato, vuole mettere in risalto il bilancio totalmente fallimentare di questa relazione giunta al suo epilogo, sottolineando che non vale la pena neppure di ricordarla più di tanto, e per questo motivo, di tale periodo della vita dei due, rimangono soltanto inutili memorie. Molto più suadente del testo è la musica di Roby Facchinetti, che, con pochi, semplici accordi riesce a creare un'atmosfera decisamente gradevole; l'orchestrazione e le voci del gruppo fanno il resto, sì che pur avendola scoperta con molto ritardo, considero questa canzone dei Pooh tra le migliori di sempre. Peccato che quasi nessuno la conosca.


INUTILI MEMORIE
(V. Negrini - R. Facchinetti)

Lascio prendere
quel che c'era qui
ancora di tuo
c'è un signore che
si presenta qui in nome tuo
ne sa di nomi
È con calma che
sta insegnandomi
cosa sei
confusioni che
mai risolte qui
porti a lui
mi dà un consiglio, se ne va
Pace sia
se fossi intelligente
pace sia
per l'anima e la mente
libertà
sei da recuperare
tempo fa
l'avrei saputo fare
Dalla mia
la dignità violata
facile
considerarti odiata
facile
se fossi come ero
libero
su libero sentiero
Ma sui vetri
rivolti a un dolce
sole c'è
l'indistinta e
sconfitta ombra
di me e di te
m'interroga...
Al mio viso due
mani, un'anima
noi qui, io
trascinandomi
oppure in corsa fui
sempre io
che ne resta
non lo so
Rifiutai
per darti il mio presente
ciò di me
che forse era importante
e ascoltai
per farti ritrovare
ciò di te
che si lasciava andare
Restano
due strade da seguire
inutili
memorie custodire
ho di te
che niente mi hai lasciato
fare sì
che niente sia esistito
Possa estinguersi
l'inquietante
impressione che
lascio prendere
insieme al resto anche il
senso a me
di esistere
Uomo e non di più
ieri e sempre più
sono io
tu lo voglia o no
tu ci creda o no
io vivrò

tu esista o no


giovedì 31 marzo 2016

La mia musica

Tra le canzoni italiane migliori degli anni '80 inserirei sicuramente "La mia musica" di Toto Cutugno. Penso che pochi se la ricordino, visto che non fu un grande successo commerciale, né vinse alcuna competizione canora; pure possiede delle qualità, primariamente musicali e secondariamente testuali (si tratta di una collaborazione tra il cantante italiano e due chansonnier francesi). Iniziando con la musica non si può negare che la melodia sia accattivante e molto orecchiabile: soprattutto il ritornello principale rimane nella testa di chi ascolta. Il testo, che dovrebbe essere di origine francese, è una sorta di "amarcord", un ricordo dei principali momenti della vita di un giovane uomo, inframezzati da ripetute dichiarazioni d'amore nei confronti della musica. Non si può negare la sincerità, riguardo a quest'ultimo concetto espresso dal cantante toscano nelle sue note, visto che ha dedicato alla composizione di canzoni un'intera vita, tra l'altro con grandi soddisfazioni (certamente meritate). Non fu però soddisfacente, come già ricordato, il risultato delle vendite di questo 45 giri uscito, se non sbaglio, nella primavera del 1981. In seguito, Cutugno non pubblicò dischi per circa un anno; nel 1982 fece uscire il suo terzo album, intitolato proprio "La mia musica", dove il pezzo apre la serie di canzoni; riapparve poi al Festival di Sanremo dell'anno successivo, con quello che ancora oggi è il suo brano per eccellenza: "L'italiano" (che, clamorosamente, non vinse la competizione).


LA MIA MUSICA
(Salvatore Cutugno - Pierre Delanoe - Charles Michel Sardou)

E torno indietro con il tempo 
trent'anni e più son già del vento 
un pianoforte, un po' d'amore 
e una gran donna dentro il cuore. 

Lo so che hai ragione tu, 
lo so che ti trascuro un po' 
e che ti lacio troppo sola, 
per la mia musica che vola, 
ma ci sei solo tu. 

E torno indietro con il tempo 
vent'anni sono già del vento 
ciao marinaio, ciao aviere, 
ciao compagnia mangiare e bere. 

Suona la tromba tra le dita, 
alzarzi all'alba che fatica 
ciao caporale un po' coglione, 
ciao signorsì, ciao gavettone. 

Adesso ho la mia musica 
Do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nell'anima 
Musica: do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nell'anima. 

E torno indietro con il tempo 
sedici anni sono già del vento 
ricordo il treno e la stazione 
il primo amore che emozione.

La stessa età, la stessa scuola, 
sei la piu' bella, sei la sola, 
il primo bacio nel portone 
e poi la mia prima canzone. 

Adesso ho la mia musica 
Do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nel'anima 
Musica: do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nel'anima. 

E torno indietro con il tempo 
6 anni sono gia' del vento 
e mangio musica e frittelle 
amo la luna, amo le stelle. 
Mio padre con la tromba in mano, 
mia madre ascolta piano piano, 
da grande voglio inventare 
poesie e canzoni da cantare. 

Musica do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nel'anima 
Musica do re mi re do si la sol 
Melodia nel cuore nel'anima

 

domenica 30 agosto 2015

Te lo leggo negli occhi

Sergio Endrigo, durante il settimo decennio del XX secolo, scrisse e interpretò un cospicuo numero di belle canzoni; raramente lasciò le sue creazioni sonore ad altri cantanti. Te lo leggo negli occhi è uno di quei rari casi; eppure deve essere considerata una delle migliori canzoni di Endrigo, che ebbe anche un considerevole successo grazie a Dino (nome d'arte di Eugenio Zambelli), e, in minor misura, grazie a Giorgio Gaber. Il 45 giri con la canzone eseguita da Dino, fu pubblicato nel novembre del 1964 dalla ARC; verso la metà di dicembre entrò tra i primi dieci dischi più venduti in Italia, rimanendovi per tutto il mese di gennaio. Gaber, a sua volta, interpretò la canzone e la inserì in un minisingolo uscito nel dicembre del 1965 (sul lato B c'era una canzone di Iva Zanicchi); purtroppo, forse per il troppo tempo intercorso tra i due dischi, forse perché il minisingolo non fu distribuito in maniera adeguata, quasi nessuno conobbe l'esecuzione di Gaber, e Te lo leggo negli occhi rimane, ancor oggi, una canzone di Dino, che comunque seppe interpretarla in modo ottimo.
Se la musica è stata scritta da Endrigo, c'è da aggiungere che il testo è opera di Sergio Bardotti: ottimo paroliere che firmò altri grandi successi del cantautore polese come Era d'estate, Canzone per te e Lontano dagli occhi. A proposito del testo, si tratta di versi amorosi che hanno, come si evince dal titolo, negli occhi il tema portante; un ragazzo e  una ragazza, attraverso il gioco degli sguardi,  capiscono che il loro amore, apparentemente agli sgoccioli, è molto solido e quindi destinato a continuare, a patto che entrambi lo dichiarino in modo palese. Caso solo apparentemente strano, Dino, dopo questo disco, ebbe nuovi calorosi consensi anche e soprattutto con un'altra canzone in cui si parlava dello stesso argomento: Gli occhi miei (partecipò al Festival della canzone italiana nel 1968).
Come già detto, Te lo leggo negli occhi è una delle migliori canzoni di Endrigo, come quelle in cui il cantautore seppe cantare l'amore in modo profondo, intenso e poetico: accompagnato da una musica e da un arrangiamento di non comune valore.



TE LO LEGGO NEGLI OCCHI
(Bardotti-Endrigo)

Finirà, me l'hai detto tu 
ma non sei sincera, 
te lo leggo negli occhi: 
hai bisogno di me. 
Forse vuoi dirmi ancora no 
ma tu hai paura, 
te lo leggo negli occhi: 
stai soffrendo per me.
E nei tuoi occhi che piangono 
mille ricordi non muoiono 
perdonami, se puoi 
e resta insieme a me. 
Tra di noi forse nascerà 
un amore vero, 
te lo leggo negli occhi, 
tu lo leggi nei miei. 
Ma non sei sincera 
te lo leggo negli occhi 
stai soffrendo per me. 
E nei tuoi occhi che piangono 
mille ricordi non muoiono 
perdonami, se puoi 
e resta insieme a me. 
Tra di noi forse nascerà 
un amore vero, 
te lo leggo negli occhi,
tu lo leggi nei miei. 

mercoledì 26 agosto 2015

Come te non c'è nessuno

Come sono lontani gli anni '60! certamente più di quanto dica il tempo reale. Correva l'anno 1963 quando fu pubblicato un disco a 45 giri di Rita Pavone; sul lato A c'era la famosa canzone Come te non c'è nessuno: uno dei più grandi successi di sempre della cantante piemontese. Gli autori di questo memorabile brano di musica leggera sono Franco Migliacci per quel che riguarda il testo e Oreste Vassallo per la musica. Ritornando al discorso iniziale, il modo di pensare dei ragazzi e, soprattutto, delle ragazze degli anni '60, stando al testo di Come te non c'è nessuno, era assolutamente diverso rispetto all'odierno. Già, leggendo i primi versi della canzone, è facile rendersene conto: «Come te non c'è nessuno / tu sei l'unico al mondo; / nei tuoi occhi profondi io vedo / tanta tristezza. / / Come te non c'è nessuno / così timido e solo, / e se hai paura del mondo rimani / accanto a me.» Ebbene risulta chiaro che una ragazza è qui attratta dall'unicità di un ragazzo, la quale non consiste in muscoli sproporzionati, né in altre doti fisiche o sessuali, e nemmeno ci sono di mezzo i soldi: l'attrazione consiste nel fatto che il ragazzo è timido e solitario; inoltre, nel seguito del testo, la ragazza lo incoraggia affinché si fidi di lei e possa quindi esserne protetto e compreso. Non so, naturalmente, se il testo della canzone riproduca fedelmente certo modo di pensare da parte delle ragazze di allora, fatto sta che il 45 giri della Pavone, grazie anche ad una musica molto orecchiabile e ad una interpretazione magistrale, ottenne un consenso straordinario. Il disco entrò a far parte dei primi dieci più venduti in Italia a partire dal febbraio del 1963, quando in testa si trovava un altro successo di Rita Pavone: La partita di pallone; ai primi di marzo Come te non c'e nessuno arrivò in vetta e vi rimase per due mesi. Alla fine di dicembre risultò quale terzo disco più venduto del 1963 (superato da Cuore, sempre di Rita Pavone e da Quelli della mia età di François Hardy).


TITOLO: Come te non c'è nessuno
INTERPRETE: Rita Pavone
ETICHETTA: RCA
DATA DI PUBBLICAZIONE: febbraio 1963
DIMENSIONI: 17,5 cm.

BRANI
LATO A: COME TE NON C'È NESSUNO (Migliacci-Vassallo)
LATO B: CLEMENTINE CHERIE (Camucia-Tallino)
ORCHESTRA: Luis Enriquez Bacalov
MUSICISTI: 4+4 di Nora Orlandi (cori)



COME TE NON C'È NESSUNO
(Migliacci - Vassallo)

Come te non c'è nessuno
tu sei l'unico al mondo;
nei tuoi occhi profondi io vedo
tanta tristezza.

Come te non c'è nessuno
così timido e solo,
e se hai paura del mondo rimani
accanto a me.

Amore dimmi
cosa mai posso fare per te?
I pensieri dividi con me.
Io ti voglio aiutare, amore amor.

Come te non c'è nessuno
è per questo che t'amo
ed in punta di piedi entrerò
nei tuoi sogni segreti

Come te non c'è nessuno
così timido e solo,
e se hai paura del mondo rimani
accanto a me.

Amore dimmi
cosa mai posso fare per te?
I pensieri dividi con me.
Io ti voglio aiutare, amore amor.

Come te non c'è nessuno
è per questo che t'amo
ed in punta di piedi entrerò
nei tuoi sogni segreti

Come te non c'è nessuno
nessuno... nessuno...

mercoledì 12 agosto 2015

Cantautori italiani: Dal boom economico alla Contestazione (1963-1969)

Questo periodo preso qui in considerazione è certamente uno dei più importanti, per i fermenti, le idee, le passioni e i fatti che lo contraddistinsero; tale discorso è valido anche per la musica leggera italiana, dove accanto alle cosiddette canzoni balneari, si imposero sempre di più quelle impegnate. In questo contesto i cantautori italiani trovarono modo di esprimersi sempre più liberamente, seppur troppe volte vittime di censure ottuse.
Allora non si può cominciare che con Fabrizio De André: in quegli anni particolarmente prolifico, che sciorinò anno su anno dei capolavori come "Il testamento" (1963), "La guerra di Piero" (1964), "La canzone di Marinella" (1964), "La città vecchia" (1966), "Canzone dell'amore perduto" (1966), "Preghiera in gennaio" (1967), "Bocca di rosa" (1967), "Il gorilla" (1969). Qui (e l'elenco potrebbe allungarsi) il cantautore genovese tratta argomenti diversissimi tra loro: la morte, la guerra, l'emarginazione, l'amore, l'amicizia, il sesso, l'ipocrisia ecc. mostrando eccezionale acume e mostruosa bravura. Fatidica, anche per la musica leggera italiana, la data del 1968: quando De André pubblicò il primo album a tema (in questo caso la morte) intitolato: "Tutti morimmo a stento". Anche in tale album è possibile trovare capolavori di superlativa bellezza come "Inverno" e "Girotondo".
Come è noto, la breve e sofferta carriera di Luigi Tenco si concluse tragicamente all'inizio del 1967, dopo l'eliminazione di "Ciao amore, ciao" dalla finale del Festival della canzone italiana. Nei sei anni qui analizzati Tenco passò progressivamente da una canzone che prediligeva il tema amoroso ad una che si occupava di tematiche scottanti, di attualità e di costume, e che quindi poneva l'impegno al primo posto. Tra i titoli delle sue migliori canzoni voglio ricordare: "Io sì" (1963), "Ragazzo mio" (1964), "Ho capito che ti amo" (1964), "Vedrai vedrai" (1965), "Un giorno dopo l'altro" (1966), "Lontano lontano" (1966), "Io sono uno" (1966), "Io vorrei essere là" (1966), "Ognuno è libero" (1966).
Sergio Endrigo fu un altro cantautore che trovò, in questo preciso periodo, modo di esprimersi al meglio, ottenendo anche qualche gratificazione in verità rara se si parla di cantautori italiani: vinse infatti il Festival della canzone italiana del 1968 con "Canzone per te". Ma Endrigo, al contrario di De André e di Tenco, anche in questi anni continuò, principalmente, a parlare d'amore, seppure nel suo inimitabile, piacevolissimo stile; così nacquero pezzi indimenticabili come: "Era d'estate" (1963), "Mani bucate" (1965), "Teresa" (1965), "Adesso sì" (1966), "Lontano dagli occhi" (1969). Nel contempo, seppur di rado, il cantautore di Pola volle anche trattare temi di attualità come l'emigrazione ("Il treno che viene dal sud", 1967), di storia ("La ballata dell'ex", 1966; "Anch'io ti ricorderò, 1968; "1947", 1969) e di costume ("Il dolce paese", 1968; "Sophia", 1969); in altri brani tornò ad ispirarsi agli amati chansonnier francesi ("Viva Maddalena", 1963) e in altri ancora toccò direttamente la poesia, mettendo in musica testi di Pier Paolo Pasolini, José Martí e Paul Fort ("Il soldato di Napoleone", 1963; "La rosa bianca", 1963; "Girotondo intorno al mondo", 1966).
Gino Paoli nel 1963 si impose alla grande con un brano: "Sapore di sale", che a torto viene spesso annoverato tra le canzonette balneari di quel tempo. Nello stesso anno o giù di lì cantò altri brani memorabili come "Che cosa c'è" (1963), "Basta chiudere gli occhi" (1964), "Ieri ho incontrato mia madre" (1964), "Prima di vederti", e tutte quante hanno come tema principe l'amore: esposto da Paoli in modo ineccepibile, con un phatos difficilmente rintracciabile altrove. Nella seconda parte degli anni '60 Paoli ebbe un calo d'ispirazione e di consenso, ma non mancano alcune canzoni da ricordare, come "Il poeta" e "Albergo a ore".
Giorgio Gaber era divenuto ormai un personaggio popolare, grazie anche alle sue molte apparizioni televisive; proseguì comunque la sua carriera di cantante, e proprio in quegli anni pubblicò molti dischi che ancora oggi si ricordano. Tra le sue migliori canzoni, si possono citare: "Porta romana" (1963), "Le nostre serate" (1963), "E allora dai" (1967), "Suona chitarra" (1967), "Il Riccardo" (1968) e "Com'è bella la città" (1969). Vorrei però ricordare due bellissimi brani musicali che Gaber fece uscire soltanto in due album e che non sono per nulla conosciuti dal grande pubblico. Il primo è del 1964 e s'intitola: "E la città non lo sa"; tratta in modo esplicito della totale incomunicabilità e della generale indifferenza che caratterizza la vita degli esseri umani di una grande città. La seconda, del 1968, è "Un uomo che dal monte", testamento in musica di un uomo che non sente più alcuna spinta vitale. Dopo il 1969 Gaber si dedicò sempre meno alla canzonetta, abbracciando in toto il mestiere di attore teatrale, pur continuando a scrivere ed eseguire canzoni nate appositamente per i suoi spettacoli.
In questi anni viene allo scoperto l'immenso talento di Enzo Jannacci, che canta parecchie canzoni di pregio, utilizzando sia il dialetto milanese che la lingua italiana; ecco allora: "El portava i scarp del tennis" (1964), "Sfiorisci bel fiore" (1965), "Faceva il palo" (1966), "Vengo anch'io. No tu no" (1967), "Giovanni telegrafista" (1967), "Ho visto un re" (1968), "Bobo merenda" (1968), "La ballata del pittore" (1968), "Pedro Pedreiro" (1968), "Gli zingari" (1969). Qui, spesso e volentieri, i protagonisti dei testi sono gli emarginati, gli sconfitti, i deboli di una società che non prova alcuna pietà per chi rimane indietro o per chi ha serie difficoltà a fare una vita normale. A volte la satira è molto pungente, grazie anche alla collaborazione di Dario Fo, amico di Jannacci e autore di alcune sue canzoni.
Anche Bruno Lauzi (1937-2006), altro famoso esponente della scuola genovese, seppure in ritardo rispetto ad altri suoi colleghi coetanei, si pone in evidenza con ottime canzoni. Tra i titoli si ricordano: "La banda" (1963), "Il poeta" (interpretata anche da Paoli, 1963), "Ritornerai" (1963), "Il tuo amore" (1965), "La donna del sud" (1966), "Una storia" (1966). Spirito prevalentemente romantico, Lauzi, come gli altri genovesi spicca per un tangibile pathos che accompagna un po' tutti i suoi brani musicali. Più raramente emerge anche una accattivante ironia.
Herbert Pagani (1944-1988) è stato, oltre che un cantautore, un poeta; e questo viene fuori in modo chiaro anche ascoltando le sue canzoni e soprattutto le sue cover. Infatti Pagani cantò diverse canzoni francesi traducendone i relativi testi in italiano. Ottime sono quelle di Brel, come "Lombardia" (1965), "Testamento all'italiana" (1966), "Sai che basta l'amore" (1966). Ma Pagani, nel contempo, interpretò anche i suoi brani: "Canta (che ti passa la paura)" (1967), "Cento scalini" (1969). L'apice del successo gli arrivò grazie ad "Albergo a ore" (1969), ottimo rifacimento di una vecchia canzone francese.
Domenico Modugno proseguì in modo egregio la sua carriera di cantante, alternandola a quella di attore. Tra le sue migliori interpretazioni di questo periodo vanno citate almeno "Dio come ti amo" (1966), "Cosa sono le nuvole" (1968) e "Meraviglioso" (1968). La prima vinse il Festival della canzone italiana, la seconda fu scritta insieme a Pier Paolo Pasolini e si ascolta anche in un episodio del film "Capriccio all'italiana", la terza infine è stata rieseguita qualche anno fa dai Negramaro ottenendo un nuovo, grande successo.
Il 1967 è l'anno delle'esordio musicale di Francesco Guccini (1940), che pubblicò un bellissimo album intitolato "Folk beat n. 1". Tra le tracce di questo disco si trovano almeno quattro pezzi famosi: "Noi non ci saremo", "In morte di F. S.", "Auschwitz" e "Il sociale e l'antisociale". I temi di queste canzoni sono decisamente importanti: l'inquinamento, la morte, la guerra, il razzismo, i comportamenti umani. Anche Guccini, purtroppo, occupandosi di argomenti scottanti, ebbe a che fare con la censura. Meditativo e amaro è il brano uscito nel 1968: "Un altro giorno è andato".
Prorompente fu l'ingresso nel mondo della musica leggera italiana da parte di Lucio Battisti (1943-1998), divenuto in pochi anni uno dei migliori cantanti italiani grazie a canzoni impareggiabili, che si avvalgono, oltre alle musiche di Battisti, dei testi del grande paroliere Mogol. Uscirono in questi anni: "Per una lira" (1966), "Balla Linda" (1968), "Io vivrò (senza te)" (1968), "Un'avventura" (1969), "Acqua azzurra acqua chiara" (1969), "Mi ritorni in mente" (1969), "29 settembre" (1969) eccetera. Per Battisti non conta molto l'argomento del testo, quanto l'intensità interpretativa e la particolarità delle parole, oltre alle intuizioni geniali riguardanti le musiche: tutto questo fece sì che il duo Battisti-Mogol continuasse a sfornare dischi di rara bellezza per molti anni ancora, gratificati sia dalla critica che dal pubblico.
Nel 1964 Lucio Dalla (1943-2012) pubblicò il suo primo 45 giri. A dire il vero, la sua produzione discografica che va dall'esordio al 1969 non spicca per grande qualità. Emerge comunque la bravura dell'artista emiliano, e qualche canzone, come "Lucio dove vai" e "1999", volendo, la si può salvare perché mostra una tendenza alla meditazione ed all'impegno che poi si concretizzerà nei primi anni '70.
Un altro cantautore milanese, che seppe magistralmente eseguire, tradotte in dialetto milanese, alcune delle migliori canzoni di Georges Brassens, è senz'altro Nanni Svampa (1938). Fece parte inizialmente del gruppo dei "Gufi", i quali si fecero notare sia nel settore musicale che in quello cabarettistico; in seguito cominciò a pubblicare dei dischi per suo conto, tra i quali l'eccellente "Nanni Svampa canta Brassens" (1964): qui spiccano soprattutto i brani: "Poer Martin", "L'erba matta" e "El gorilla". Dal 2° e dal 3° volume, dedicati sempre alle canzoni di Brassens si segnalano "El temporal" e "I panchett".
Anche Beppe Chierici (1937), attore e cantante divenne amico di Georges Brassens e, a seguito di questa amicizia, pubblicò un bellissimo 33 giri intitolato "Chierici canta Brassens" (1969) in cui si possono apprezzare le ottime interpretazioni da parte del cantautore italiano delle più belle canzoni dello chansonnier francese. Tra i pezzi migliori citerei: "Tristo Martino", "I lillà" e "Un bel fiore".

sabato 8 agosto 2015

Cantautori italiani: albori e primi sviluppi (1958-1962)

Apriamo il dizionario e andiamo a leggere la definizione di "cantautore", troveremo la seguente: "Cantante di musica leggera che interpreta brani scritti o musicati da lui stesso". Ma, come sappiamo, un cantautore è ben più e ben altro rispetto a questa striminzita definizione. Per cominciare si potrebbe dire con sicurezza che i cantautori furono i primi a considerare il testo di una canzone più importante rispetto alla musica; secondariamente, l'interpretazione con loro diviene di fondamentale importanza, e per interpretazione s'intende una intensità, una intima emozione, un sentimento particolarmente elevato che si palesa nel cantare e che supera sia l'impostazione vocale che l'essere più o meno intonati. Ciò che conta, per il cantautore, è la passione, la verità, la rabbia che deve venire fuori ascoltando un brano musicale.  Questa nuova, rivoluzionaria concezione della canzonetta si impose sempre di più a partire dalla fine della sesta decade del Novecento, fino a raggiungere il culmine nella seconda parte degli anni '70. Trattasi, al dunque, del periodo più bello, per creatività e qualità, della storia della musica leggera italiana. C'è infine da precisare che furono definiti cantautori anche coloro che si limitarono a scrivere soltanto le musiche delle loro canzoni, affidando il compito della stesura dei testi a parolieri di grande bravura. Ma questo discorso vale soltanto per chi seppe, come già sottolineato in precedenza, interpretare le canzoni in un certo modo.
A detta degli esperti di musica leggera, il padre di tutti i cantautori italiani è Domenico Modugno (1928-1994); eppure egli stesso, quando gli fu riferita questa cosa, affermò che non poteva considerarsi il "primo" cantautore, se per cantautore s'intende chi scrive le sue canzoni (sia i testi che le musiche); fece quindi il nome di Odoardo Spadaro (1893-1965) quale capostipite o caposcuola di questo genere di artisti. Io aggiungo che si potrebbe andare ancor più in là negli anni, considerando come primo cantautore italiano in assoluto Rodolfo De Angelis (1893-1965): autore e interprete di canzoni memorabili come "Ma cos'è questa crisi" (1933), "E se non fosse vero?" (1933), "Che ridere" (1934), "Bravo ma come parla bene!" (1935) dove seppe, con eccezionale ironia e rara intelligenza, porre in risalto alcuni problemi, vezzi e costumi della società del suo tempo. Tutto ciò tramite la bistrattata canzonetta, che negli anni '30 del XX secolo ancora non era considerata una forma artistica, anzi, veniva completamente ignorata o snobbata. Tornando a Modugno, è cosa nota che la sua canzone: "Nel blu dipinto di blu" (1958), scritta insieme a Franco Migliacci, è considerata quale svolta verso un nuovo modo di concepire la canzonetta, sia per quel che riguarda il testo che per la musica e la voce (in questo caso intesa quale strumento musicale). Come già molti sapranno, la canzone nacque dall'osservazione di un famoso dipinto del pittore Marc Chagall: "Sopra la città" e si estrinseca totalmente nel grido estasiato: "Volare", da cui il titolo col quale fu in seguito riconosciuta questa celeberrima composizione. C'è da ricordare, però, che Modugno in quel fatidico 1958 già aveva scritto e pubblicato altre canzoni "rivoluzionarie": una è senz'altro "L'uomo in frack", che fu stranamente ignorata o quasi alla sua prima uscita, nel 1955, e divenne invece uno dei brani più apprezzati del cantante pugliese, a partire dal 1959: quando fu ripresentata al pubblico con leggere varianti. In questo caso si può ben dire che, per la prima volta, un cantautore italiano si ispira alle opere degli chansonnier francesi, ovvero agli artisti che per primi attuarono quei mutamenti sostanziali sulla canzonetta tradizionale sì da essere poi identificati col nome di cantautori. Visto il successo ottenuto nel '58 ("Nel blu dipinto di blu" stravinse il Festival della canzone italiana), Modugno proseguì sulla medesima linea anche negli anni successivi, ottenendo alti consensi di critica e di pubblico. In alcuni casi le sue canzoni sfiorarono la poesia ("Notte di luna calante" ad esempio, ricorda molto alcuni versi dannunziani) e in altri la attraversò appieno: mi riferisco a quello che potrebbe definirsi un esperimento tentato per la prima volta da Mister Volare: musicare dei testi poetici. Modugno lo fece con due poesie di Salvatore Quasimodo: "Le morte chitarre" e "Ora che sale il giorno". La prima canzone uscì in un album del 1960, mentre la seconda fu pubblicata quale lato B di un 45 giri del 1961. Più avanti parlerò di altri esperimenti simili che però, ebbero scarso successo.
Dopo Modugno mi sembra giusto parlare di Gino Paoli (1934), impostosi due anni dopo con una serie di canzoni eccezionali: "Il cielo in una stanza", "Sassi", "Grazie", "La gatta". Anche nel caso di Paoli si può parlare di svolta sia per i testi che per la maniera di interpretare le canzoni. Lui, senza alcun dubbio, può ritenersi l'iniziatore della "scuola genovese" perché fu il primo, tra quelli nati nel capoluogo ligure o in liguria, a imporsi al grande pubblico, ed ebbe l'ottima idea di regalare alcune delle sue migliori canzoni a solisti di grandissimo talento che valorizzarono ancor più le sue creazioni. Sempre Paoli fu uno dei primi a portare in Italia alcuni capolavori di cantautori francesi (i  primi, come già specificato, da cui nacque la definizione stessa) come Jacques Brel e Charles Aznavour.
A questo punto si deve parlare di Luigi Tenco (1938-1967): cantautore di un talento veramente straordinario, che però non si rivelò subito, dedicandosi all'inizio della carriera artistica ad altri generi. La svolta, per quel che riguarda quest'altro, grande esponente della scuola genovese, è rappresentata dalla canzone intitolata "Quando" (1961): interpretata anche da Peppino Di Capri, apprezzata da De André che la cantò pubblicamente, è la prima che mostra l'indole profondamente malinconica di Tenco. Negli anni seguenti il cantautore seppe migliorarsi notevolmente e nacquero così pezzi indimenticabili come "Angela" (1962), "Mi sono innamorato di te" (1962), "Il tempo passò" (1962): tutti i testi che parlano d'amore, ma che palesano una disperazione di fondo e una solitudine che cerca proprio nell'amore sognato una via d'uscita praticamente impossibile. Negli stessi anni Tenco cominciò a scrivere dei testi decisamente impegnati, come quello di "Cara maestra": manifesto mirabolante dell'ipocrisia di certa società italiana.
C'è poi Umberto Bindi (1932-2002), altro esponente della scuola genovese, autore di musiche di rara bellezza, le quali, unite agli ottimi testi di Giorgio Calabrese, fecero sì che nascessero capolavori come "Arrivederci" (1959), "Lasciatemi sognare" (1960) e "Il nostro concerto" (1960). Una velata vena malinconica è presente anche in molte canzoni di Bindi.
Ed ora parliamo di Fabrizio De André (1940-1999): il rivoluzionario dei rivoluzionari, il primo e totale innovatore della canzone italiana. Visto però che questo primo capitolo dedicato ai cantautori arriva fino al 1962, possiamo dire che già nel '61 De André pubblicò dei pezzi come "La ballata del "Miché" e "La ballata dell'eroe" che si avvalgono di testi e di musiche del tutto inedite per la musica leggera italiana. Per la prima canzone, bisogna riconoscere che molto si rifà alle ballate di Georges Brassens: forse il più grande cantautore francese,  molto amato e in parte imitato da De André. "La ballata dell'eroe" è, per quel che ne so, la prima canzone antimilitarista mai vista in Italia (a parte alcuni canti popolari, soprattutto anarchici) in cui il cantante si dichiara, senza mezzi termini, contrario a qualsiasi concezione di eroismo bellico.
Al di fuori della scuola genovese, altri enormi talenti si posero in evidenza durante quegli anni; uno di essi è Sergio Endrigo (1933-2005), che inizialmente si dimostrò cantante tradizionale, ma già nel 1961 cominciò a seguire strade diverse, come dimostra "Via Broletto 34": testo e musica originalissimi, influenzati da certe canzoni francesi di Brel e di Beart. Il successo gli arrivò, improvviso, con "Io che amo solo te" (1962), dove l'amore, il romanticismo e la fedeltà sono trattati in maniera quantomai insolita. Bellissima ed estremamente malinconica è anche "Vecchia balera" (1962).
Quando esordì, nel 1958, Giorgio Gaber (1939-2003) aveva uno stile ed un gusto assi lontano da quello dei cantautori. Fu nel 1960 che cominciò ad invertire la sua rotta artistica, come dimostra il brano "La ballata del Cerutti": breve storia di un povero ladruncolo che finisce in prigione, descritta con particolare ironia e con una palpabile simpatia nei confronti del protagonista. Anche "Le strade di notte" (1961) dimostra una svolta nella musica di Gaber, questa volta però nella direzione assai meno scanzonata; anzi, qui si respira un'aria decisamente triste e, in parte, romantica. "Trani a gogò" è un altro pezzo che vuole descrivere una umanità semplice e modesta, che popolava certi locali milanesi agli inizi degli anni '60.
Milanese come Gaber, Enzo Jannacci (1935-2013) si impose in ritardo rispetto ai suoi colleghi cantautori. Nel periodo preso in considerazione è opportuno ricordare almeno "Passaggio a livello" (1961): bella canzone  minimalista e scherzosa nello stesso tempo, che piacque a Tenco, il quale la reinterpretò ottimamente qualche anno dopo Jannacci.
Sicuramente e a torto meno conosciuto di tutti quelli di cui ho parlato fino ad ora, Piero Ciampi (1934-1980) esordì nel 1961 già in stile cantautorale, con brani decisamente intensi e impegnati che purtroppo ben pochi conoscono. Per citarne alcuni ricordo: "Autunno a Milano" (1961), "Confesso" (1962) e "Lungo treno del Sud" (1962).
Mi pare doveroso, a termine di questa dissertazione, ricordare il gruppo di Cantacronache, che, nato nel 1957 e terminato nei primi anni '60, potè contare su veri e propri talenti come Michele Straniero (il fondatore, 1936-2000), Sergio Liberovici (1930-1991) e Fausto Amodei (1934). Le canzoni dei Cantacronache rientrano di diritto nello stile cantautorale, trattando temi di politica e di attualità che mostrano un non comune impegno ed una novità nell'ambito della musica leggera italiana. In particolare mi piace ricordare due storici brani come "Dove vola l'avvoltoio" (1961) di Straniero e "Per i morti di Reggio Emilia" (1960) di Amodei.