mercoledì 2 giugno 2021

Ricordando Rino Gaetano


 


Ogni anno, in occasione dell'anniversario della morte di Rino Gaetano, si tiene una sorta di commemorazione che sfocia in un vero e proprio spettacolo, nel quale si ripropongono molte canzoni del musicista crotonese; è un evento che si dimostra sempre particolarmente ricco di partecipanti (anche molto famosi). La verità è che Gaetano, malgrado sia scomparso da quarant'anni, ancora oggi risulta vivissimo nel ricordo di infiniti fan e di semplici fruitori di musica pop. Anch'io ho molto apprezzato e amato le canzoni di Rino Gaetano, fin dall'infanzia. La prima che ricordi s'intitola Berta filava e uscì nell'ormai lontanissimo 1976. Circa dieci anni dopo, quando cominciai a collezionare musicassette, una delle prime che volli acquistare fu ...e cantava le canzoni della famosa collana discografica Lineatre RCA; fu pubblicata nel 1981, ovvero nell'anno della sua prematura scomparsa a causa di un incidente automobilistico. Ricordo che la notai in una bancarella di un mercatino di Ostia Lido, e non esitai a comprarla. Nel nastro trovai soltanto alcune delle canzoni che cercavo, così, qualche anno dopo acquistai altre musicassette con la quasi totalità dei successi di Gaetano. Mi succedeva spesso, sempre negli anni della mia infanzia, di vederlo in televisione. Me lo ricordo, una volta, ospite della trasmissione Domenica in. In quell'occasione, il presentatore gli chiese se nella vita al di fuori delle scene fosse così allegro e spensierato come appariva sul piccolo schermo; lui, se non sbaglio, disse che nella vita reale era un'altra persona, alla stessa stregua di molti personaggi del mondo dello spettacolo, che sul palcoscenico offrono un'immagine piacevole e accattivante, mentre, nella vita privata, tendono ad essere tristi e imbronciati. Lui affermò lo stesso concetto, ma con la sua solita aria scanzonata, come se stesse bleffando. Ebbene mi sembra sicuro che una buona dose di malinconia sia riscontrabile in alcune sue canzoni, come ad esempio Tu, forse non essenzialmente tu; Mio fratello è figlio unico; Supponiamo un amore; Escluso il cane; Sfiorivano le viole; Cogli la mia rosa d'amore; certo è che, anche in questi casi, la malinconia non è preponderante: si avverte sempre un sottofondo ironico e sarcastico che annulla o attenua qualunque altro elemento. A proposito delle sue apparizioni in TV, un'altra volta lo ricordo ospite in un programma della Rai dedicato alla musica leggera, condotto dalla showgirl Stefania Rotolo; quando, a distanza di poco tempo, perirono entrambi, mi venne in mente quella precisa trasmissione andata in onda qualche anno prima, e mi sembrava impossibile che due giovani di belle speranze come loro non ci fossero già più. Di lui si è parlato e si parla ancora moltissimo; alla domanda che riguarda il motivo del suo eterno successo, le risposte si somigliano un po' tutte, visto che indicano costantemente la straordinaria originalità, l'anticonformismo, la geniale ironia, l'intelligente satira, la spontanea simpatia, l'istintiva allegria e, dulcis in fundo, le attraenti melodie delle musiche presenti nelle sue canzoni. Grazie a tutto ciò, e anche per il fatto che la sua morte in giovane età lo ha reso un mito, oggi Rino Gaetano è giustamente considerato un cantante e un personaggio straordinario, irripetibile e molto rimpianto.

venerdì 23 aprile 2021

5 canzoni nate da 5 lontani fatti di cronaca

 

Alcune canzoni del passato sono nate da fatti veri, spesso drammatici: assassini, disastri, scontri violenti ecc. Sono stati spesso dei cantautori, evidentemente più sensibili agli avvenimenti reali, che si sono occupati, in forma di canzone, di questi eventi che, quando sono accaduti, hanno impressionato, colpito e commosso la suscettibilità di innumerevoli persone per l'atrocità, la tragicità o la straordinarietà che essi rappresentavano. Il 9 ottobre del 1967 moriva ancora giovane in Bolivia "el Che", ovvero il rivoluzionario argentino Ernesto Guevara de la Serna più noto come Che Guevara, personaggio mitico, simbolo della rivoluzione marxista per tante generazioni della sinistra; ancora oggi la sua stella risplende per la straordinaria coerenza delle sue azioni e per l'idealismo puro che lo guidava. Non molti probabilmente conosceranno una canzone di Sergio Endrigo risalente al 1968 che fu retro di un 45 giri, il pezzo s'intitola Anch'io ti ricorderò e mette in luce il carattere politico poco noto del cantautore di Pola; ma la canzone è soprattutto un sincero tributo dedicato al rivoluzionario più famoso del mondo. Ecco una parte del testo: «Era mezzogiorno e tu non c'eri / un bambino piangeva nel silenzio / fuori c'era il sole e caldi odori / e parole antiche di soldati. / Oggi ti ricorda la tua gente, / Cuba viva sotto il sole, / la Sierra che ti ha visto vincitore. / Addio, addio, / chi mai ti scorderà. / Addio, addio, / anch'io ti ricorderò». 

È passata alla storia come "Battaglia di Valle Giulia" la serie di scontri tra poliziotti e manifestanti (tra i quali c'erano molti studenti) che avvenne il primo marzo del 1968, nella zona di Roma in prossimità del quartiere Parioli, che è appunto detta Valle Giulia; e proprio così s'intitola un brano piuttosto famoso del cantautore Paolo Pietrangeli che, proprio durante il fatidico Sessantotto, fece uscire un 45 giri comprendente la canzone citata in cui con passione sincera e con entusiasmo palpabile narrava del coraggio dimostrato dai manifestanti e dagli studenti che decisero di non indietreggiare di fronte alla polizia e che scatenarono una vera e propria guerriglia urbana; eccone un passo: «Il primo marzo, sì, me lo rammento, / saremmo stati millecinquecento / e caricava giù la polizia / ma gli studenti la cacciaron via. / - No alla scuola dei padroni! / Via il governo, dimissioni! - ». Il fatto ebbe grande risonanza e suscitò varie reazioni di personaggi anche molto noti, tra questi, famoso rimane il pensiero di Pier Paolo Pasolini che si schierò, motivando la sua decisione, dalla parte dei poliziotti.

Lucio Dalla nel 1975 pubblicò un LP intitolato Anidride solforosa, fu il secondo lavoro, dopo Il giorno aveva cinque teste (1973) nato dalla collaborazione del cantautore bolognese con il poeta Roberto Roversi; tra le canzoni presenti nel disco ce n'era una intitolata Carmen Colon: è una straziante lirica che parla di un omicidio avvenuto nel 1971 presso Churchville, qui una undicenne di nome Carmen e di cognome Colon, trovò la morte per mano di un probabile serial killer la cui identità non è stata mai accertata e che commise altri due delitti nello stesso periodo in cui morì la sventurata Carmen; tutte le vittime dell'assassino avevano le stesse iniziali (la lettera C) nel nome e nel cognome, per tal motivo il "mostro" fu denominato dai mass media "Alphabet Killer". La canzone di Lucio Dalla ha caratteristiche fortemente drammatiche e coinvolgenti, il testo di Roversi è crudo e descrive in modo chiaro la dinamica dell'omicidio: «Il primo colpo è un sasso in fronte, / nella carne non fa male / il sangue freddo e leggero. / Ahi Carmen Colon, / Carmen che chiama, / Carmen pugnale, / Carmen nell'erba...».

La strage di Piazza della Loggia, a Brescia, avvenne il 28 maggio del 1974; una bomba esplose tra la gente che stava assistendo ad una manifestazione causando otto morti e un centinaio di feriti. A distanza di 36 anni da questo vile attentato purtroppo non è stato individuato alcun colpevole, anche se pare sia chiara l'area che ideò e realizzò la strage: quella dell'estrema destra italiana. Sempre nel 1974, un gruppo musicale nato a Firenze in cui militavano sia Davide Riondino, sia sua sorella Chiara e che prediligeva interpretare le canzoni impegnate o di protesta, fece uscire un album intitolato Collettivo Victor Jara (che era proprio il nome di questo gruppo). Nel disco, la prima canzone che si ascolta è Brescia '74, che evidentemente s'ispira al tragico fatto avvenuto in quell'anno nella città lombarda; il testo di questo brano testimonia, insieme ad una strabordante indignazione e ad un clima di violenza molto presente all'epoca, un non celato nesso tra l'avvenimento tragico e il terrorismo neofascista che in quegli anni fu più che mai attivo e si rese responsabile di altri gravissimi attentati; sempre nel testo della canzone, sembra trapelare l'idea che ci fosse un coinvolgimento di responsabilità più o meno rilevanti per il fatto accaduto, anche da parte di coloro che in quel momento rappresentavano alte cariche pubbliche. Questo è un estratto del testo di Brescia '74: «Son troppi i morti questa volta / e non possiamo più aver pazienza / fascisti pagati dai padroni / presto vi faremo fuori. / Voi ed i vostri mandanti, / sì, quei falsi difensori / della democrazia / e dell'antifascismo. / Andiamo ch'è l'ora di finirla, ch'è l'ora / andiamo ch'è l'ora di finirla, ch'è l'ora...».

Nell'album Ullalla che Antonello Venditti pubblicò nel 1976, era presente una Canzone per Seveso, che voleva rappresentare un atto d'accusa nei confronti di chi non fece nulla per impedire il disastro ambientale avvenuto il 10 luglio del 1976, proprio a Seveso, nelle cui vicinanze era situata un'industria chimica: l'Icmesa; in quel disgraziato giorno, a causa di un incidente, dall'edificio industriale fuoriuscì una densa nube di diossina che si propagò ed investì un'area piuttosto larga della bassa Brianza; Seveso fu la località maggiormente colpita dalla sostanza altamente tossica, per tal motivazione una parte della popolazione che vi abitava (quella che risiedeva nelle zone più a rischio) venne evacuata ed iniziò una lenta fase di decontaminazione. Tornando alla canzone di Venditti, colpisce la seconda parte del testo, dove il cantautore romano s'immedesima nella popolazione sevesina facendogli pronunciare queste parole dense di rabbia e disperazione: «Noi che restiamo a guardare / morire le radici, / i preti perdonare. / Proprio sopra di voi / che vivete tranquilli / nella vostra coscienza di uomini giusti, / che sfruttate la vita / per i vostri sporchi giochetti. / Allora... Allora... / ammazzateci tutti!».


 

 

5 CANZONI NATE DA LONTANI FATTI DI CRONACA

 

Anch'io ti ricorderò (S. Endrigo)

Valle Giulia (P. Pietrangeli)

Carmen Colon (R. Roversi - L. Dalla)

Brescia '74 (D. Riondino - C. Riondino)

Canzone per Seveso (A. Venditti)

venerdì 17 gennaio 2020

"Com'è bella la città" di Giorgio Gaber


La contrapposizione tra città e campagna ha origini antichissime, anche se oggi sembra definitivamente superata, almeno non sembra presa in considerazione come lo era una volta. Se si parla di canzoni, rimanendo nei confini dell'Italia, mi ricordo un periodo, compreso tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 del Novecento, in cui questo argomento era molto vivo ed estremamente sentito. La mia tesi è suffragata da una serie di canzoni che si ascoltavano allora, come Viva la campagna di Nino Ferrer, Cincinnato di Claudio Baglioni, Le allettanti promesse di Lucio Battisti, Un albero di trenta piani di Adriano Celentano ecc. Quest'ultimo era stato il primo a porre in risalto il problema della cementificazione di certi luoghi, nella celebre Il ragazzo della via Gluck, che partecipò al Festival di Sanremo del 1966. Dopo di lui, fu Giorgio Gaber il cantautore che più ebbe a cuore queste tematiche; in particolare, fu la canzone Com'è bella la città, uscita nel 1969, ad ottenere cospicui consensi ed a rendere Gaber ancor più popolare di quanto già fosse. Il testo di questo brano musicale, in realtà, ha come bersaglio la città, ironicamente decantata nei modi cari a Jacques Brel, ovvero con un ritmo inizialmente molto lento, seguito da un crescendo spasmodico che improvvisamente s'interrompe. Gaber, nel testo, si rivolge ad un amico che vive in campagna, e cerca di convincerlo a cambiare la sua residenza per andare ad abitare in una città; per allettarlo elenca in modo convulso una serie di qualità possedute dalle città, che in realtà ottengono l'effetto contrario, poiché fanno percepire la totale caoticità della vita cittadina. Insomma, è una implicita accusa all'ambiente usuale delle città: dominato dall'estremo traffico (e dal conseguente inquinamento); da un consumismo sfrenato; da una frenesia insensata; da una cementificazione senza limiti e senza criteri e dalla disumanizzazione degli individui. Potrà sembrare strano, ma il testo di questa canzone è presente in un vecchio libro di scuola, che usai tanti anni fa, al tempo delle scuole medie inferiori; ma, a pensarci bene, così strano non è, poiché esistono diverse canzoni popolari i cui testi posseggono requisiti tali da ben figurare anche in libri scolastici: Com'è bella la città può essere considerata certamente una di queste.





COM'È BELLA LA CITTÁ
(G. Gaber - A. Luporini)

Com'è bella la città
Com'è grande la città
Com'è viva la città
Com'è allegra la città
Vieni, vieni in città
Che stai a fare in campagna?
Se tu vuoi farti una vita
Devi venire in città
Com'è bella la città
Com'è grande la città
Com'è viva la città
Com'è allegra la città
Piena di strade e di negozi
E di vetrine piene di luce
Con tanta gente che lavora
Con tanta gente che produce
Con le réclames sempre più grandi
Coi magazzini le scale mobili
Coi grattacieli sempre più alti
E tante macchine sempre di più.
Com'è bella la città
Com'è grande la città
Com'è viva la città
Com’è...
Vieni, vieni in città
Che stai a fare in campagna
Se tu vuoi farti una vita
Devi venire in città
Com'è bella la città
Com'è grande la città
Com'è viva la città
Com'è allegra la città
Piena di strade e di negozi
E di vetrine piene di luce
Con tanta gente che lavora
Con tanta gente che produce
Con le réclames sempre più grandi
Coi magazzini le scale mobili
Coi grattacieli sempre più alti
E tante macchine sempre di più...

lunedì 2 settembre 2019

"I borghesi" di Giorgio Gaber




S'intitola I borghesi uno degli ultimi album che Giorgio Gaber registrò in studio. Fu pubblicato nel 1971 dalla Ricordi e contiene undici canzoni molto belle, alcune delle quali si rifanno più o meno esplicitamente a Jacques Brel; sto parlando di I borghesi, Che bella gente e L'amico; quest'ultima rappresenta uno dei momenti più sublimi mai raggiunti non solo da Gaber, ma dalla intera musica pop italiana: il testo parla di un uomo che assiste il suo migliore amico gravemente ammalato e fortemente depresso, perciò cerca di consolarlo rievocando i bei tempi, quando, ancora giovani e pieni di vita, si divertivano insieme in mille modi ed occasioni; tutto ciò per far sperare al povero malato che quei tempi possano tornare nel giro di poco tempo: quello necessario per guarire. Le altre due canzoni mostrano la vena più satirica di Gaber (e anche di Brel) che si scaglia contro la perfidia e l'ipocrisia di certa borghesia; classe sociale spesso accusata, almeno a quei tempi, di essere la causa principale di tutti i peggiori mali della società. Tra le altre canzoni, merita una segnalazione anche Latte 70, dove, come nelle altre citate, si nota una vicinanza a Brel, soprattutto per i toni improvvisamente convulsi che caratterizzano l'interpretazione; in sostanza il brano vuole porre l'attenzione sia sull'alienazione causata dal lavoro in fabbrica, sia sulle difficoltà giornaliere che s'incontrano nella vita di coppia. Quest'ultima tematica è presente anche in Ora che non son più innamorato, brano che esplicita senza mezze parole la noiosa e insensata vita di routine cui va incontro, cogli anni, una coppia. Da ricordare infine che, da questo memorabile LP, l'anno successivo furono estrapolati due pezzi: L'amico e Latte 70, che uscirono in versione 45 giri.

lunedì 29 luglio 2019

Io vivrò (senza te)


Questo è uno dei tanti capolavori della musica pop italiana, nati grazie alla straordinaria e durevole collaborazione tra Lucio Battisti e Giulio Rapetti (meglio conosciuto come Mogol). Ed è anche uno dei miei pezzi preferiti del cantante laziale, insieme a I giardini di marzo e a Pensieri e parole. Pur conoscendola vagamente già da bambino, cominciai ad apprezzare meglio Io vivrò nella mia primissima gioventù; nel periodo in cui mi capitava spesso di fare delle sortite nella Discoteca Laziale di Roma, non esitai, un giorno, a comperare la musicassetta che la conteneva. Seppi così che in origine faceva parte di un disco a 33 giri, pubblicato per la prima volta nel 1969, e che era intitolato semplicemente Lucio Battisti. A dire il vero, l'anno precedente era già stata inserita come lato B di un 45 giri che aveva, come primo brano musicale La mia canzone per Maria. Sempre nel 1968, Io vivrò comparve come lato B in un altro 45 giri, questa volta dei Rokes; nella interpretazione del complesso, però, mancano alcune parti del testo di Mogol. Da non dimenticare l'ottima versione del brano musicale che fu eseguita da Mina, e che si trova in un LP del 1971, intitolato: Del mio meglio. Ciò che mi piace della canzone è l'atmosfera drammatica e, in minor misura, malinconica che si respira; non è da meno, ovviamente, la melodia creata dal geniale e incomparabile estro di Lucio Battisti. Ricordo che, anni fa, non mi stancavo mai di ascoltarla e, tutt'ora, se mi capita la risento molto volentieri. Il testo parla di un uomo che è stato lasciato dalla sua compagna, e non riesce ad accettare la nuova situazione di abbandono e di profonda solitudine che sta vivendo. Prova, inizialmente, a far finta che tutto prosegua senza alcun problema, cercando di non pensarci, per poi crollare improvvisamente e sprofondare in un pianto senza margini consolatori. A parte le parole iniziali, che spiegano chiaramente la vicenda sentimentale del protagonista, il resto del testo potrebbe riferirsi anche a un altro tipo di perdita, quindi non necessariamente alla fine di un amore. Il pathos che trasmettono musica e testo è incredibilmente forte e coinvolgente, e le stesse atmosfere si possono facilmente riscontrare in altri brani musicali di Battisti, usciti negli anni successivi al 1968. Come ho detto all'inizio, Io vivrò va inserita di diritto tra le migliori canzoni di Battisti, ovvero tra quelle che non si possono dimenticare mai, una cosiddetta evergreen insomma.



IO VIVRÒ (SENZA TE)
(L. Battisti - Mogol)

Che non si muore per amore
è una gran bella verità
perciò dolcissimo mio amore
ecco quello,
quello che da domani mi accadrà

Io vivrò
senza te
anche se ancora non so
come io vivrò
Senza te,
io senza te,
solo continuerò
e dormirò,
mi sveglierò
camminerò,
lavorerò,
qualche cosa farò,
qualche cosa farò,
sì, qualche cosa farò,
qualche cosa di sicuro io farò:
piangerò,
sì, io piangerò.

E se ritorni nella mente
basta pensare che non ci sei
che sto soffrendo inutilmente
perché so, io lo so
io so che non tornerai

Senza te,
io senza te,
solo continuerò,
e dormirò,
mi sveglierò,
camminerò,
lavorerò,
qualche cosa farò,
qualche cosa farò,
sì, qualche cosa farò
qualche cosa di sicuro io farò:
piangerò,
sì, io piangerò.
Io piangerò...



venerdì 18 gennaio 2019

Tre canti popolari italiani


1. FLOWERS! FLOWERS!...
È un testo ricavato dallo studioso italiano Roberto Leydi che nella prima metà del Novecento si trovava negli Stati Uniti d'America e vide un venditore ambulante (anche lui italiano) che, cercando di vendere la sua merce strillava queste frasi miste, in inglese e in napoletano: le prime del tutto consone al lavoro di venditore, le seconde quasi un grido disperato per la condizione miserrima in cui si era venuto a trovare nel nuovo continente.

 Flowers! Flowers!
Cheap to cheap today!
Chi me l'à fatto ffà
vennì sta terra cà
in cerca di speranza
e nun l'aggia truvà.
Chrysanthem, pink, roses,
cheap to cheap today!
Flowers! Flowers!





2. SANTA MARIA ALTISSIMA
È un canto che intonavano più di un secolo fa le donne calabresi che spesso vedevano i loro ragazzi ed i loro mariti partire sulle navi perchè arruolati; è una accorata preghiera rivolta alla Madonna affinchè abbia pietà di tutti quei giovani che, destinati al fronte di guerra, rischiavano di non tornare mai più. L'ultimo verso del canto rappresenta un netto atto d'accusa nei confronti della guerra definita senza mezze parole "macello".

 Santa Maria Altissima,
ata cchiù de 'na nave,
tutti 'ssi bielli giuvani
su' misi a consumari.
Santa Maria Altissima,
ata cchiù de castiellu,
tutti 'ssi bielli giuvani
su' misi a lu macellu!





3. E CANTA LA ZIGHELA
Un canto popolare dell'Emilia Romagna sui padroni di ieri che sono uguali a quelli di oggi, sempre pronti coi loro modi subdoli e furbeschi, a sfruttare i lavoratori che vorrebbero ridotti a schiavi.

E canta la zighéla: taia taia,
e gran a e patron, a e cuntadèn la paia.
E canta la zighéla: tula, tula,
e gran a e patron, a e cuntaden la pula.
E canta la zighéla e a zigalèn,
e gran a e patron, la pula a e cuntadèn.

giovedì 10 gennaio 2019

Preghiera in gennaio


Quando ascoltai per la prima volta Preghiera in gennaio, avevo superato da poco i vent'anni, e subito me ne innamorai. Tutt'oggi la considero una delle canzoni più belle mai scritte da Fabrizio De Andrè. A quel tempo - erano gli anni '80 del XX secolo - sapevo dell'esistenza di due brani musicali dedicati a Luigi Tenco; oltre a Preghiera in gennaio, infatti, anche Francesco De Gregori aveva voluto ricordare il cantautore scomparso nel 1967, con una canzone presente nel suo album Bufalo Bill (1976), intitolata Festival. Preghiera in gennaio, uscì invece nello stesso anno in cui Tenco si tolse la vita, entrando a far parte dello splendido disco che porta il titolo Volume 1, e che comprende altre canzoni indimenticabili. Mi piacque e mi colpì immediatamente la fantasia di De Andrè, che, subito dopo la dipartita del suo amico, scrisse un testo poetico in forma di preghiera rivolto al Dio della cristianità - che ha anche le peculiarità di una supplica - affinché potesse e volesse accogliere nel suo "Bel Paradiso", quell'anima pura che rispondeva al nome di Luigi Tenco, il quale, in quanto suicida - basandosi sui freddi dogmi della chiesa cattolica - non avrebbe avuto diritto alcuno ad entrare nel Regno dei Cieli. Ma De Andrè, giustamente, volle allargare il discorso a tutti coloro che si suicidarono e che ebbero quella sola colpa nella loro tormentata esistenza sulla terra; così s'immaginò una schiera di anime buone, morte "per oltraggio", che, guidate da Luigi Tenco s'incamminano verso il Regno del Signore, sapendo di essere ben accolti da un Dio propenso al perdono; e perdonare coloro, come alcuni suicidi, che fecero violenza soltanto contro loro stessi, a causa dell'odio e dell'ignoranza da cui erano circondati ed a cui non riuscirono ad adeguarsi in alcun modo, diviene, a mio parere, una cosa opportuna se non un obbligo. Bellissima e sacrosanta, l'idea - sempre di De Andrè - del Paradiso quale luogo in cui si ritrovino tutte le anime di coloro che non furono felici, pur avendo una coscienza pura. Meravigliosa infine, l'ultima richiesta rivolta a Dio dal cantautore genovese, perché possa ascoltare le canzoni di Tenco e rimanerne estasiato. Uno degli ultimi versi di questa poesia-canzone trasmette una tristezza intensa, perché quel "che ormai canta nel vento" riferito alla voce di Tenco, fa comprendere crudamente il fatto inoppugnabile della sua scomparsa definitiva, malgrado le sue canzoni abbiano continuato e continuino tutt'ora ad essere trasmesse dai mass media e ad essere scelte ed ascoltate da un pubblico immenso che comprende diverse generazioni e che non ha mai dimenticato questo grandissimo cantante prematuramente scomparso.  




PREGHIERA IN GENNAIO
(F. De Andrè)

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
l'hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.
Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.
Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.