Peccato che tra le migliori canzoni di Gianni Morandi in pochi siano a citare "Il mondo cambierà", brano del 1973 che ottenne anche un discreto successo di vendite, visto che il 45 giri che lo conteneva entrò e rimase per alcune settimane nella top ten dei dischi più venduti in Italia. Sia il testo che la musica de "Il mondo cambierà" sono struggenti; è una sorta di messaggio consolatorio scritto da un uomo per un amico in crisi, perchè quest'ultimo, dall'animo molto sensibile, non riesce ad accettare la spietata realtà che vede intorno a lui. Pur essendo una canzone di quasi quarant'anni or sono è, secondo me, attualissima ed esprime un ottimismo ed una speranza quasi commoventi, bellissima la frase finale che dice: «Vedrai, la notte finirà / e l'uomo si risveglierà / con gli occhi e il cuore di un bambino / che non può tradire mai». Magari gli uomini pensassero e agissero come fanno i bambini, se fosse la purezza, l'innocenza, la fantasia e l'entusiasmo dei bambini a governare il mondo!
Gli autori di questo brano sono Renzo Cioni, Franco Migliacci e Sante Maria Romitelli; i primi due sono dei parolieri (molto famoso è Migliacci, autore dei testi delle canzoni più famose di Domenico Modugno) mentre il terzo è un compositore forse poco conosciuto che contribuì alla nascita di un'altra importante canzone di Morandi: "Un mondo d'amore".
IL MONDO CAMBIERÀ
(R. Cioni - F. Migliacci - S. M. Romitelli)
Amico mio che stai
guardando intorno a te,
non credi agli occhi tuoi,
tu piangi e so il perché,
quel che provi tu
lo sto provando anch'io,
ma non cambiare mai,
ti fa paura il mondo?
amico mio, coraggio,
io, io piango come te...
Vedrai che il mondo cambierà,
le sue ferite guarirà,
l'amore no, non può morire:
sarebbe come dire che questa è la fine.
Vedrai la notte finirà
e l'uomo si risveglierà
con gli occhi e il cuore di un bambino
che non può tradire mai.
Se nella mente tua
nascesse qualche idea
coraggio, amico mio,
il mondo aspetta te;
ma non cambiare mai
e non scordare che
via via che salirai
gradino per gradino
ti sembrerò lontano
ma io... io sono uguale a te.
Vedrai che il mondo cambierà,
le sue ferite guarirà,
l'amore no, non può morire:
sarebbe come dire che questa è la fine.
Vedrai la notte finirà, vedrai...
e l'uomo si risveglierà
con gli occhi e il cuore di un bambino
che non può tradire mai.
giovedì 17 maggio 2012
martedì 15 maggio 2012
Malinconia sulla cima del monte
Mi sento così infelice, disperato e pieno di malinconia,
così infelice, disperato e pieno di malinconia,
che se qualcuno mi comprasse un veleno,
quello sarebbe il genere di morte ch'io sceglierei.
Salirò sulla cima di una montagna e mi butterò a mare,
scalerò la montagna e mi butterò a mare,
e che pesci e squali facciano pure un festino addosso a me.
Troverò una roccia grossa ed alta
da cui saltare sulle pietre ficcate nel terreno,
una roccia grossa ed alta
da cui saltare sulle pietre ficcate nel terreno,
e quando mi troverete vedrete tutt'intorno
i brandelli di me.
Mi sono fabbricato un'amaca nuova e l'ho messa sotto un albero:
mi son fatto un'amaca e l'ho messa sotto un albero:
spero che il vento voglia soffiare così forte
che l'albero mi cada addosso.
Quella riportata sopra è una trascrizione in italiano di un canto del popolo nero americano; appartiene al genere "blues" che si caratterizza per una accentuata vena malinconica e, come nel caso del testo di questa canzone, una disperazione senza vie d'uscita. La parola "blues" deriva dalla lingua inglese e precisamente dall'espressione: "To have the blue devils" (avere i diavoli blu) che poi è un eufemismo per far capire che si sta provando una profonda tristezza. Ma perchè i diavoli nell'espressione citata sono blu? Il motivo è dovuto al fatto che il blu in alcuni luoghi (fra cui l'America) simboleggia proprio l'infelicità e la sofferenza. Il testo del canto ben riflette questi stati d'animo ed esterna una disperazione talmente grande che il protagonista, desideroso di farla finita, individua vari modi per porre un termine alla sua esistenza e, di conseguenza, alla sua sofferenza interiore.
così infelice, disperato e pieno di malinconia,
che se qualcuno mi comprasse un veleno,
quello sarebbe il genere di morte ch'io sceglierei.
Salirò sulla cima di una montagna e mi butterò a mare,
scalerò la montagna e mi butterò a mare,
e che pesci e squali facciano pure un festino addosso a me.
Troverò una roccia grossa ed alta
da cui saltare sulle pietre ficcate nel terreno,
una roccia grossa ed alta
da cui saltare sulle pietre ficcate nel terreno,
e quando mi troverete vedrete tutt'intorno
i brandelli di me.
Mi sono fabbricato un'amaca nuova e l'ho messa sotto un albero:
mi son fatto un'amaca e l'ho messa sotto un albero:
spero che il vento voglia soffiare così forte
che l'albero mi cada addosso.
Quella riportata sopra è una trascrizione in italiano di un canto del popolo nero americano; appartiene al genere "blues" che si caratterizza per una accentuata vena malinconica e, come nel caso del testo di questa canzone, una disperazione senza vie d'uscita. La parola "blues" deriva dalla lingua inglese e precisamente dall'espressione: "To have the blue devils" (avere i diavoli blu) che poi è un eufemismo per far capire che si sta provando una profonda tristezza. Ma perchè i diavoli nell'espressione citata sono blu? Il motivo è dovuto al fatto che il blu in alcuni luoghi (fra cui l'America) simboleggia proprio l'infelicità e la sofferenza. Il testo del canto ben riflette questi stati d'animo ed esterna una disperazione talmente grande che il protagonista, desideroso di farla finita, individua vari modi per porre un termine alla sua esistenza e, di conseguenza, alla sua sofferenza interiore.
sabato 12 maggio 2012
Arcangelo Corelli: "12 Concerti Grossi" (op. 6)
Le migliori composizioni musicali di Arcangelo Corelli si situano, cronologicamente, in un periodo tra i più fulgidi per la storia della musica classica italiana: quello del barocco; anche la città in cui Corelli viveva e lavorava, Roma, da questo punto di vista era il luogo ideale per creare dei capolavori che potevano qui trovare molti estimatori, tra i quali si possono ricordare la Regina Cristina di Svezia, la principessa Maria Livia Spinola Borghese, i cardinal Benedetto Pamphili e Pietro Ottoboni, il marchese Francesco Maria Rispoli. A questi illustri personaggi, tutti appassionati ed esperti di musica, si dovrebbero aggiungere le scuole artistiche presenti nella capitale italiana all'epoca quali L'Accademia dell'Arcadia per la poesia e l'Accademia Nazionale di San Luca per la pittura. Inoltre contribuivano ad un clima ideale per le migliori espressioni artistiche le presenze di molti ambasciatori presso la Santa Sede oltre alle numerosissime feste e celebrazioni che si susseguivano nella città durante tutto l'anno e che vedevano l'esecuzione di musica classica come usanza mai disattesa. Roma era letteralmente colma di musicisti impegnati presso membri dell'aristocrazia locale o presso eminenti personaggi della chiesa, cosicchè essi avevano modo sia d'insegnare musica, sia di suonare presso le varie orchestre pubbliche e private. In questo ambiente così favorevole si sviluppò il talento musicale di Arcangelo Corelli, che in breve divenne insigne musicista e stimato direttore d'orchestra. Divise il suo tempo tra l'elaborazione di lavori "privati" e "pubblici", le sue opere più conosciute sono le "Sonate a tre" delle opere 1-4, le Sonate per strumento solista dell'Opera 5 e, soprattutto, i Concerti Grossi dell'Opera 6. Questi ultimi, furono pubblicati in edizione lussuosa da Estienne Roger ad Amsterdam nel 1714, con un titolo lunghissimo che riporto:
Concerti Grossi con duoi Violini e Violoncello di Concertino obligati e duoi altri Violini, Viola e Basso di Concerto Grosso ad arbitrio, che si potranno raddoppiare
Questi dodici concerti, insieme a poco altro, sono tutto ciò che rimane oggi delle composizioni per orchestra di Arcangelo Corelli, e, in verità, rappresentano solamente una piccolissima parte della enorme opera del musicista ravennate, scritta in ben quarant'anni di vita artistica svoltasi per intero nella capitale italiana, ma certamente costituiscono il momento più alto e più imitato della musica corelliana oltre che uno dei capolavori indiscussi del concerto barocco.
Arcangelo Corelli
12 CONCERTI GROSSI, op. 6Concerto no. 1 in D major
1. Largo
2. Allegro
3. Largo - Allegro
4. Allegro
5. Largo
6. Allegro
7. Allegro
Concerto no. 2 in F major
1. Vivace - Allegro - Vivace - Allegro - Largo Andante
2. Allegro
3. Grave - Andante Largo
4. Allegro
Concerto no. 3 in C minor
1. Largo
2. Allegro
3. Grave
4. Vivace
5. Allegro
Concerto no. 4 in D major
1. Adagio - Allegro
2. Adagio
3. Vivace
4. Allegro
Concerto no. 5 in B flat major
1. Adagio - Allegro - Adagio
2. Adagio
3. Allegro - Adagio
4. Largo - Allegro
Concerto no. 6 in F major
1. Adagio
2. Allegro
3. Largo
4. Vivace
5. Allegro
Concerto no. 7 in D major
1. Vivace - Allegro
2. Adagio
3. Allegro
4. Andante Largo
5. Allegro
6. Vivace
Concerto no. 8 in G minor (Concerto di Natale)
1. Vivace - Grave. Arcate, sostenuto e come stà
2. Allegro
3. Adagio - Allegro - Adagio
4. Vivace
5. Allegro
6. Largo. Pastorale ad libitum
Concerto no. 9 in F major
1. Preludio: Largo
2. Allemanda: Allegro
3. Corrente: Vivace
4. Gavotta: Allegro
5. Adagio
6. Minuetto: Vivace
Concerto no. 10 in C major
1. Preludio: Andante Largo
2. Allemanda: Allegro
3. Adagio
4. Corrente: Vivace
5. Allegro
6. Minuetto: Vivace
Concerto no. 11 in B flat major
1. Preludio: Andante Largo
2. Allemanda: Allegro
3. Adagio
4. Andante Largo
5. Sarabanda: Largo
6. Giga: Vivace
Concerto no. 12 in F major
1. Preludio: Andante
2. Allegro
3. Adagio
4. Sarabanda: Vivace
5. Giga: Allegro
Ricordo di Sergio Endrigo
Sergio Endrigo (Pola 1933 - Roma 2005) è stato ed è un grandissimo della musica leggera italiana e non solo. Se dovessi stilare una classifica dei migliori cantautori italiani di tutti i tempi lo inserirei al 2° posto alle spalle dell'inarrivabile Fabrizio De André; dirò di più, io lo considero tra i primi dieci del mondo. Purtroppo, come succede spesso in Italia, le persone di grande valore non ottengono riconoscimenti né vengono ricordati come gli sarebbe dovuto. Endrigo iniziò la sua carriera da cantante alla fine degli anni '50, il suo primo grande successo commerciale lo ebbe quando nel 1962 interpretò da par suo la canzone Io che amo solo te, a quel periodo appartengono varie altre canzoni di ottima qualità ( Vecchia balera, Viva Maddalena, Era d'estate, La rosa bianca ), nel 1965 canta Mani bucate, l'anno dopo partecipa al festival di Sanremo con Adesso sì, di questi anni sono anche le canzoni: Teresa, Giro tondo intorno al mondo ( da una poesia di Paul Fort ), Il treno che viene dal sud, Perché non dormi fratello. Nel 1968 è di nuovo a Sanremo e, contro ogni pronostico, vince il festival con Canzone per te, nel 1969 torna nella città dei fiori e giunge 2° interpretando Lontano dagli occhi, lontano dal cuore; a questa fase appartengono brani come Marianne, 1947, Il dolce paese, La colomba. Del 1969 è la collaborazione con Vinicius De Moraes e Toquinho che si concretizza nell'LP La vita amico è l'arte dell'incontro. A partire dal 1970 Endrigo comincia a cantare alcune canzoni per bambini di ottima fattura ( grazie anche alla collaborazione di Gianni Rodari ), si ricordano: La casa, Il pappagallo, Ci vuole un fiore; nel contempo pubblica motivi assai apprezzabili come L'arca di Noè, La prima compagnia, Elisa Elisa che però non ottengono il successo degli anni precedenti. Comincia qui un declino ingiusto (perché anche negli anni successivi il livello delle sue canzoni non è basso) che arriverà fino alla completa dimenticanza. Il sottoscritto, come penso tutti gli ammiratori di Sergio Endrigo, spera in un tardiva ma quantomai auspicabile rivalutazione e giusta importanza dell'opera del cantautore di Pola.
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| Sergio Endrigo |
lunedì 7 maggio 2012
Giovanni, telegrafista
Enzo Jannacci è stato ed è tutt'ora uno dei cantautori più bravi nel nostro paese: a cominciare dagli anni sessanta, fino ai giorni nostri ha scritto e cantato moltissimi pezzi musicali che rimarranno nella storia della musica pop italiana di sempre. Spesso (purtroppo) viene ricordato soltanto per poche canzoni, in verità bellissime, come "Vengo anch'io. No, tu no", "Messico e nuvole", "Ci vuole orecchio", che, a dire il vero, rappresentano soltanto un lato della personalità di Jannacci: quello più ironico, allegro e nello stesso tempo impegnato. C'è però un altro Jannacci, che si presenta in maniera decisamente meno scanzonata, anzi, palesa una tristezza e una malinconia che a volte si avvicinano alla disperazione. Le canzoni che rientrano in questo ambito sono "Gli zingari", "Il Duomo di Milano", "Vincenzina e la fabbrica" e tante altre ancora. Io, tra queste, vorrei soffermarmi un attimo su "Giovanni, telegrafista": un brano uscito nel 1968, sia come lato B di un 45 giri (il lato A era "Vengo anch'io. No, tu no"), sia come 4° traccia di un 33 giri (intitolato anch'esso "Vengo anch'io. No, tu no"). Il testo, che è stato scritto da Jannacci, parla di uno dei tanti personaggi umili, emarginati e sconfitti, che sono stati descritti con particolare simpatia nelle canzoni del cantautore milanese. In questo caso si parla di un impiegato addetto al telegrafo di una piccola stazione ferroviaria. Il modesto lavoratore non ha ambizioni particolari, se non quella di iniziare una relazione amorosa con Alba: una bella ragazza che frequenta la stazioncina e che Giovanni vede quindi spesso. Ma, improvvisamente, Alba non si vede più alla stazione, lasciando il povero impiegato in un profondo stato di desolazione e di angoscia. Dopo aver fatto molte ricerche Giovanni scopre che Alba si è sposata in una grande città, molto probabilmente con un uomo assai ricco. Il risultato di tale scoperta provoca, nel telegrafista, un dolore e uno sconforto incomparabili, non è capace di pronunciar alcuna parola, ma scrive, col telegrafo, una frase breve, interrotta, però più eloquente che mai: "Alba, è urgente...". È una delle interpretazioni più coinvolgenti ed intense di Jannacci, che, riproduce in vari momenti della canzone il suono onomatopeico del telegrafo, facendolo diventare vivo, in grado di trasmettere un sentimento di elevata disperazione. Originalissimo è anche il linguaggio che Jannacci immette nel testo, che si rifà a quello tipico usato nella scrittura dei telegrammi. Il pezzo tutto sommato ebbe un buon successo, e ancora oggi lo si ritrova nei dischi che comprendono i maggiori successi di Jannacci. GIOVANNI, TELEGRAFISTA
(Jannacci - Ricardo - Iacobbi)
Giovanni telegrafista e nulla più,
stazioncina povera c'erano piu' alberi e uccelli che persone
ma aveva il cuore urgente anche senza nessuna promozione
battendo, battendo su un tasto solo.
Elittico, da buon telegrafista,
tagliando fiori, preposizioni
per accorciar parole, per essere piu' breve
nella necessità, nella necessità.
Conobbe Alba, un Alba poco alba,
neppure mattiniera, anzi mulatta
che un giorno fuggì, unico giorno in cui fu mattutina,
per andare abitare citta' grande piena luci gioielli.
Storia viva e urgente.
Ah, inutili tanto alfabeto morse in mano
Giovanni telegrafista
cercare cercare Alba ogni luogo provvisto telegrafo.
Ah, quando l'invecchia cum est morosa urgenza
Giovanni telegrafista e nulla più... urgente.
Per le sue mani passò mondo, mondo che lo rese urgente,crittografico, rapido, cifrato,
passò prezzo caffé passò matrimonio Edoardo VIII
oggi duca di Windsor,
passarono cavallette in Cina, passò sensazione di una bomba volante,
passarono molte cose ma tra l'altro
passò notizia matrimonio Alba con altro.Giovanni telegrafista, quello dal cuore urgente,
non disse parola, solo tre rondini nere
senza la minima intenzione simbolica
si fermarono sul singhiozzo telegrafico:
«Alba e' urgente...»
martedì 1 maggio 2012
Un uomo che dal monte
"Un uomo che dal monte" è il titolo di una tra le più belle canzoni di Giorgio Gaber, che però pochissimi ricordano. Faceva parte di un LP uscito nel 1968, intitolato "L'asse d'equilibrio" (è la 2° traccia del lato A) che comprendeva altre ottime canzoni del cantautore milanese, come "Eppure sembra un uomo" e "Suona chitarra". Il testo di "Un uomo che dal monte" è di Gaber, mentre la musica è stata scritta dallo stesso Gaber e da Giorgio Casellato. L'argomento del brano è in verità molto triste: si tratta della confessione estrema di un uomo ormai giunto al capolinea; costui, che si trova in età avanzata, si dichiara incapace di trovare le forze e gli stimoli per continuare a vivere. Nel testo c'è qualche vago riferimento al romanzo "Il vecchio e il mare" di Hemingway e, più marcatamente, alla poetica dei crepuscolari, visto che si parla di un "uomo triste" rassegnato e consapevole del fatto che il suo tempo migliore è passato per non ritornare mai più. Pertinenti al caso mi paiono anche questi versi di Giorgio Vigolo presenti nell'ultima opera poetica dello scrittore romano, "La fame degli occhi":
«Amico, la tua favola è finita,
chiudi il quaderno, è inutile inventare
altri domani: è l'ovvio che ti aspetta».
La canzone "Un uomo che dal monte". è stata inserita recentemente nel cofanetto antologico "Prima del Signor G" (Bmg Ricordi 2005). Eccone, infine, il testo.
UN UOMO CHE DAL MONTE
(G. Gaber - G. Casellato - G. Gaber)
Un uomo che dal monte scende a valle
un uomo che non vive quasi più
ormai non ho più niente alle mie spalle
e non mi puoi salvare neanche tu.
E vola il tempo e vola la mia vita
che ormai non mi appartiene quasi più.
Un uomo vecchio che abbandona il mare
un uomo triste che non ride mai
è vero cara io non so più amare
e presto anche tu mi lascerai.
E vola il tempo e vola la mia vita
ciò che hai perduto non riavrai mai più.
Un uomo trascinato da un torrente
non ha la forza di tornare su
anch’io seguo la fila fra la gente
è tanto tempo che non lotto più.
E vola il tempo e vola la mia vita
ciò che è passato non ritorna più.
«Amico, la tua favola è finita,
chiudi il quaderno, è inutile inventare
altri domani: è l'ovvio che ti aspetta».
La canzone "Un uomo che dal monte". è stata inserita recentemente nel cofanetto antologico "Prima del Signor G" (Bmg Ricordi 2005). Eccone, infine, il testo.
UN UOMO CHE DAL MONTE
(G. Gaber - G. Casellato - G. Gaber)
Un uomo che dal monte scende a valle
un uomo che non vive quasi più
ormai non ho più niente alle mie spalle
e non mi puoi salvare neanche tu.
E vola il tempo e vola la mia vita
che ormai non mi appartiene quasi più.
Un uomo vecchio che abbandona il mare
un uomo triste che non ride mai
è vero cara io non so più amare
e presto anche tu mi lascerai.
E vola il tempo e vola la mia vita
ciò che hai perduto non riavrai mai più.
Un uomo trascinato da un torrente
non ha la forza di tornare su
anch’io seguo la fila fra la gente
è tanto tempo che non lotto più.
E vola il tempo e vola la mia vita
ciò che è passato non ritorna più.
sabato 28 aprile 2012
"L'alba" di Riccardo Cocciante
"L'alba" è il titolo di un LP del cantautore Riccardo Cocciante, pubblicato nel 1975, subito dopo l'omonimo 45 giri che ebbe un buon successo di vendite, rimanendo tra i dieci singoli più venduti per ben tre mesi (dal settembre al novembre del '75). Anche l'album riscosse un successo notevole, risultando tra i venti più venduti di quell'anno. Si può ben dire che le canzoni presenti in "L'alba" rappresentino il culmine di quei toni pieni di disperazione e rabbia che in parte costituirono gli elementi essenziali oltre che identificativi del successo di Cocciante. In questi dieci brani il cantautore raggiunse l'apice del pessimismo, che si può percepire, in maniera più o meno marcata, nei testi del paroliere Marco Luberti e nella sofferta e intensa interpretazione di Cocciante.
Partendo da "Smania", è facile intuire che essa sia una canzone-trampolino alla successiva, cioè "L'alba"; si parla infatti della smania di andare via, di fuggire da una situazione sgradevole che vede un uomo vivere una relazione ormai logora, dove prevalgono su tutto la noia e il disgusto. "L'alba" descrive appunto questa fuga che però, non avviene all'inizio del giorno, ma durante la notte, momento assai più propizio per non dare nell'occhio. "Il tagliacarte" e "Era già tutto previsto" trattano in sostanza il medesimo argomento: il tradimento subito da un uomo. Cambia però la reazione, che nella prima sembrerebbe rassegnata anche se quel tagliacarte lasciato come ricordo dall'uomo tradito, sul cuore della donna, fa pensare ad una fredda, sanguinosa vendetta. La disperazione invece domina in "Era già tutto previsto", infatti l'uomo, rimasto da solo, abbraccia il cuscino dove ha dormito la sua ex donna ripensando a lei e desiderando la morte. "Vendo" è sicuramente una delle canzoni più belle dell'album, qui emerge una poeticità straordinaria e ne scaturisce una confessione straziante. "E lei sopra di me" parla di un'altra "Bella senz'anima" che compie l'atto sessuale in modo animalesco, svuotandolo di passione e di qualsiasi sentimento, sì da causare la violenta ma repressa reazione dell'uomo. "Canto popolare" è un inno all'indifferenza totale di una donna nei confronti dell'uomo che la ama follemente. Decisamente al di fuori dal contesto dell'album è "La morte di una rosa", dove un poeta compone dei versi dedicati ad una donna dalla pelle molto chiara, candida proprio come una rosa bianca; la morte del fiore simboleggia la fine della verginità. "A mio padre", come s'intuisce dal titolo, è un brano dedicato da Cocciante al genitore, costui invecchiando perde via via speranze, ideali e forze; per questo il figlio lo incita a non mollare, a combattere ancora, se non altro per l'amore dei figli, che hanno bisogno della sua presenza. Infine "Comica finale" è un tentativo di sdrammatizzazione: dice infatti il testo: «Ed io lo so che a questo punto / per nascondere il mio pianto / per nascondere il mio male / per nascondere il dolore / per tirare su il morale / ci vorrebbe per finire: / una comica finale» ma l'impressione che si ha è di una forzatura; insomma la disperazione rimane, malgrado l'estremo tentativo, in tutte le canzoni di questo memorabile album di Riccardo Cocciante.
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