domenica 15 aprile 2012

I concerti per clavicembalo del "Buranello"


Baldassarre Galuppi (detto il Buranello) è stato un compositore italiano. Nacque nel 1706 a Burano e morì a Venezia nel 1785. Giovane, fu allievo di Antonio Lotti; il suo primo successo porta la data del 1728 ed è il lavoro teatrale "Gl'odj delusi dal sangue" (scritto insieme a Giovanni Battista Pescetti); fu da allora che Galuppi si dedicò principalmente alla composizione di opere destinate ad essere eseguite nei teatri di Venezia. Dopo un soggiorno a Londra (nel 1741) Galuppi tornò nella sua Venezia iniziando a comporre, oltre alle opere, anche degli oratori, tra i quali si segnalano "Isaac", del 1745, e "Adamo", composto nel 1747. Nel 1749 il musicista veneto iniziò la sua fortunata attività di operista comico con "L'arcadia di Brema" del grande Carlo Goldoni, che da quel momento divenne il suo principale librettista. Nel 1765 Galuppi si trasferì in Russia, presso la corte di Caterina II e vi rimase per tre anni creando opere teatrali ("Ifigenia in Tauride"), sonate per strumenti a corda e opere corali. Il suo ultimo capolavoro per il teatro, datato 1773, fu "La serva padrona"; da allora in poi compose soltanto oratori e musica sacra. Galuppi è autore di diverse composizioni per clavicembalo, fra cui anche otto concerti, la cui datazione è incerta. Dall'ascolto (in vero assai piacevole) di essi, si può ben notare uno stile che traccia i confini tra il barocco ed il classico.
 
 
 
OTTO CONCERTI PER CLAVICEMBALO
di Baldasarre Galuppi


Concerto in D Major
1. Allegro moderato
2. Andante
3. Allegro
 
Concerto in C Major
1. (Allegro)
2. Largo
3. Allegro
 
Concerto in E flat Major
1. Allegro ma non presto
2. Largo
3. Allegro
 
Concerto in G Major
1. Allegro
2. Andantino con moto
3. Allegro
 
Concerto in F Major
1. Allegro
2. Andante
3. Allegro ma non presto
 
Concerto in C Minor
1. Allegro assai
2. Andantino
3. Allegro ma non presto
 
Concerto in A Major
1. Non tanto allegro
2. Andante
3. Allegro
 
Concerto in F Major
1. Allegro non tanto
2. Grave
3. Presto
 

venerdì 13 aprile 2012

Il lamento dei mendicanti

"Il lamento dei mendicanti" è una canzone scritta e intrpretata da Matteo Salvatore (Apricena 1925 - Foggia 2005), autore di musica popolare di grande talento, che pubblicò le sue cose migliori negli anni sessanta. Il brano citato dà il titolo ad un Lp del 1966, che è anche il primo del cantante pugliese, qui sono presenti altre interessanti canzoni come "Il giorno dei morti", "Padrone mio" e "La notte è bella". La storia di Matteo Salvatore è stata caratterizzata da lunghi periodi di miseria totale, a causa di ciò non frequentò alcuna scuola, rimanendo analfabeta. La sua passione, fin dalla gioventù, si rivelò la musica, in special modo quella popolare della sua regione; compose così, intorno agli anni '50, alcune ballate che gli diedero una certa fama, attirando l'attenzione, tra gli altri, anche del regista Giuseppe De Santis. Fu però Claudio Villa che lo introdusse nel mondo della musica leggera e della discografia, nel 1955 infatti, grazie al cantante romano Salvatore pubblicò i suoi primi 78 giri. Col passare degli anni la sua fama crebbe ed anche intellettuali come Italo Calvino apprezzarono molto le sue canzoni. Drammatico fu per lui il 1973, anno in cui fu accusato di aver ucciso la sua compagna; dopo cinque anni di carcere e dopo la revisione del processo che lo aveva condannato, Salvatore tornò libero continuando a cantare le sue poetiche e semplici canzoni popolari.
 
 
IL LAMENTO DEI MENDICANTI
(Matteo Salvatore)

Facite l'alamosena a 'sti pezzente
e quedde ca ce dete nui pigghieme
quedde ca dete a nui vanne ch'li morte
arrefreschete l'anema d'lu priatorie
Li puverette tutti ce l'anne dete
li ricchi 'nc'anne avute dà nu stozze
o Gesù Criste tu l' a fa' murì
li ricchi lu pene a nnui nun 'nce l'anne dete
Lu sacche già è chiene nu ci li eme
li figghi a nui ci aspettene c'anna a magnà
li chene tirene verse la chesa nostra
li figghi vonnu lu pene ann'a magnà
E sime arrivete a li mura nostra
li figghi a nui ce venne a cumprentà
ch'li mene dint' lu sacche pigghianu lu pene
magnete figghi mia fino a quanno ve saziete.

 
Traduzione: Fate l'elemosina a questi pezzenti / Quello che ci date noi prendiamo / quello che ci date è benedizione per i morti / Siano benedette le anime del Purgatorio / I poveri come noi ci hanno dato quello che potevano / I ricchi, neanche un tozzo di pane / Ah, Gesù! Devi dar loro la morte / I ricchi a noi non hanno dato niente / Il sacco è già pieno e noi ce ne andiamo / I figli ci aspettano per mangiare / I cani ci accompagnano verso casa / I figli vogliono il pane: hanno fame / E siamo arrivati alle mura di casa / I figli affamati ci vengono incontro / Le mani nel sacco, prendono il pane: / Mangiate, figli miei, fino a quando sarete finalmente sazi.

mercoledì 4 aprile 2012

Cristo tra i chitarristi

"Cristo tra i chitarristi" è il titolo di una bellissima canzone del cantautore italiano Piero Ciampi. Fu scritta dallo stesso Ciampi, insieme al fratello Roberto, a Giuseppe Pavone e a Gianni Marchetti; è la sesta traccia dell'LP "Andare camminare lavorare ed altri discorsi" (RCA, 1975). Il testo si dimostra originalissimo soprattutto per il modo in cui viene descritta la figura del Cristo: un uomo dai poteri speciali che ha il pieno controllo sulla natura, solitario e disarmato, che improvvisamente, durante un pomeriggio, muore dopo aver percorso una salita. Stupenda l'immagine del coro di chitarre infelici che cantano per disperdere l'odio. Anche il finale è indimenticabile, perché identifica nella Via Crucis del Cristo, quella di qualunque brav'uomo in grave difficoltà, per innumerevoli ragioni; fatto sta che anche lui, come Gesù, è destinato alla sua ultima salita verso il Calvario. Inutile dire che l'interpretazione del grande Piero Ciampi è, in questo caso come in molti altri, magistrale.
 


CRISTO TRA I CHITARRISTI
(Piero Ciampi - Giuseppe Pavone - Roberto Ciampi - Gianni Marchetti)

È un uomo che vive di foreste
d'aria piena di voli d'aquile,
conquista vette e tocca il sole,
lui beve neve, parla alle stelle
e spazia il tempo.
Corre, anela, sta.
Devia i ruscelli,
veglia e sonno è tutto un sogno.
è un uomo solo e senza armi.
Un pomeriggio su una salita perse la vita.
Più niente in quel lungo silenzio
turbava la mia anima esperta.
Un coro di chitarre infelici
cantava per disperdere l'odio.
Sopra una collina era il più alto,
il più bello, irraggiungibile.
Ai suoi piedi c'era il deserto,
ormai la folla si era saziata
con le preghiere.
Là c'è sempre un Uomo in verticale
che non tocca mai la terra,
talvolta scende da una croce
ma dopo poco su una salita sconosciuta
perde la vita.
Un concerto di chitarre arriva e suona
molto amaro.
Anche stasera da qualche parte
c'è qualche Cristo
che sale stanco
e senza scampo
una salita.

(da ww.pierociampi.altervista.org)

lunedì 2 aprile 2012

L'Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach


"Aria sulla quarta corda" è il titolo con cui è diventato noto il secondo movimento della Suite per orchestra n. 3 di Johann Sebastian Bach, trascritto dal musicista tedesco semplicemente come "Aria". È uno dei brani più belli e più famosi non solo della musica barocca ma di tutta la musica classica. È l'unica parte della Suite eseguita da soli strumenti ad arco e il suo fascino consiste nell'andamento rilassante e soave, oltre che nella melodia inebriante. Inserita in famosi programmi televisivi e in vari film, è oggi, probabilmente, il brano musicale più conosciuto di Johann Sebastian Bach. Riguardo alla Suite per orchestra di cui fa parte (BWV 1068), c'è da dire che questa opera, insieme alle altre tre complessive (BWV 1066, BWV 1067, BWV 1069), fu composta da Bach nel periodo compreso tra il 1717 ed il 1723, per il principe Leopoldo di Anhalt-Köthen, che all'epoca era il suo pratono.

sabato 31 marzo 2012

"Hop hop somarello" di Paolo Barabani

Chissà quanti ricordano ancora Paolo Barabani (Argenta 1953), cantautore italiano che nell'ormai lontano 1981 partecipò al Festival di Sanremo con il brano "Hop hop somarello" riscuotendo un discreto successo. Successo che continuò per l'intero anno in cui Barabani pubblicò un 33 giri ed un altro singolo, intitolato "Buon Natale". "Hop hop somarello" è una bella canzone che parla di Gesù, gli autori, oltre all'interprete, sono Enzo Ghinazzi (in arte Pupo) e Gian Piero Reverberi. Come s'intuisce dal titolo, il testo ricostruisce l'atmosfera festosa della Domenica delle Palme, ovvero del giorno in cui Gesù fece il suo ingresso trionfante in Gerusalemme: mentre il Messia si avviava, in groppa ad un somarello, verso la popolazione, questa lo invocava e, innalzando rami di palme e di olivi (simboli di pace), gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore». Era, allora, il periodo della pasqua, e per tal motivo la Domenica delle Palme cade esattamente una settimana prima della santa Pasqua. Ritornando al testo, tralasciando alcune coloriture un po' esagerate e forse irrispettose (Gesù viene descritto come "un artista non cantante di novelle"), è a mio avviso veritiera la parte che recita esattamente: «Costui parla della pace: / muoia sulla croce!»; infatti Gesù, al di fuori della sua figura divina, è stato soprattutto un portatore di pace, con le sue azioni e con le sue parole, in nome di un messaggio di fratellanza universale e di un abbattimento di qualsivoglia barriera scaturita da differenze di ceto sociale o di razza. Un uomo così rivoluzionario non si era mai visto sulla faccia della terra, per questo fu considerato un sovversivo e fu deciso di farlo tacere per sempre. La canzone di Barabani è l'ennesima sull'argomento "Gesù", giunge infatti dopo quelle di autori prestigiosi che, a cominciare dagli anni '60, vollero parlare del Cristo in modo diverso rispetto a come veniva fatto nella musica sacra. Cominciò (tanto per cambiare) Fabrizio De Andrè a sottolineare la figura di Gesù "uomo" in canzoni come "Si chiamava Gesù" (1968) e "Via della croce" (1970); furono poi i cantautori romani a proseguire e sviluppare il discorso iniziato da De Andrè, nacquero così brani come "A Cristo" (1974) di Antonello Venditti, "Gesù caro fratello" (1977) di Claudio Baglioni e "Gesù bambino" (1979) di Francesco De Gregori. Nei testi di queste canzoni, come in quello di "Hop hop somarello", emerge l'aspetto più umano e più sociale di Gesù: la ricerca della fraternità, l'invito ad amarsi e a non odiarsi, il ripudio per ogni tipo di guerra e l'innalzamento dei poveri, dei derelitti e dei diseredati sancito dalle sue parole inestinguibili: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio».
 

 
HOP HOP SOMARELLO
(Paolo Barabani - Enzo Ghinazzi - Gian Piero Reverberi)


Lento lento sulla strada di Gerusalemme,
sulla sella di un somaro
viene l'uomo di Betlemme.
E' un gran santo, un mendicante,
un pellegrino, un gran furfante,
un'artista non cantante di novelle.

Hop hop hop somarello,
trotta trotta, il mondo è bello.
Hop hop hop somarello,
trotta trotta, tu porti l'agnello.

I miracoli li fa da sé con le sue mani,
ma qualcuno per tre volte
lo rinnegherà domani.
Questo è Pietro il pescatore,
poi c'è Giuda il traditore,
tutti amici finché si raccoglie gloria e onore.
Ma c'è un prezzo per l'amore:
tre monete d'oro.
No no no.

Hop hop hop somarello,
trotta trotta, il mondo è bello.
hop hop hop somarello...

Sulla piazza l'han portato
al giudizio di Pilato,
«Chi sarà questo pezzente?»
«Questo uomo è innocente!»
«Per Barabba hanno votato
ed il Cristo han condannato,
ed il sangue suo ricada sulla nostra gente».
«Costui parla della pace:
muoia sulla croce!».

Hop hop hop somarello,
trotta trotta, il mondo è bello...
 
 
 
 
 
 

martedì 27 marzo 2012

Tutti gli amori

"Tutti gli amori" è il titolo di una canzone interpretata da Michele Straniero (1936-2000) in un disco del lontano 1958. Si tratta precisamente di un 45 giri intitolato "Cantacronache 2" e che contiene in tutto quattro canzoni, due di Michele Straniero e due di Fausto Amodei. "Tutti gli amori" è la seconda canzone del lato B. Gli autori del brano sono Franco Fortini (per il testo) e Sergio Liberovici (per la musica). L'interprete è stato un cantautore, un poeta, uno studioso di musica ed un giornalista italiano, oggi dimenticato ingiustamente, che contribuì in maniera determinante al rinnovamento della musica pop italiana, anticipando i modi e i temi di quella che sarebbe stata in seguito definita la "Canzone d'autore". Insieme a lui, nel medesimo contesto, è giusto citare anche i nomi di Fausto Amodei (che compare con le sue canzoni nel disco menzionato) e Sergio Liberovici; costoro, insieme ad altri musicisti, nel 1957 si unirono fondando il gruppo "Cantacronache" che si riproponeva di modificare drasticamente la "canzonetta", rendendola più nobile e profonda, grazie all'immissione di testi importanti, che trattassero temi di attualità, di politica o comunque di problemi sociali e, per quanto riguarda la musica, basandosi sulla tradizione dei canti popolari e sulle ballate. In parte il gruppo fu influenzato dall'opera di alcuni chansonnier francesi (Georges Brassens soprattutto), ma la vera, sostanziale novità consistette nei testi, che spesso furono scritti da personaggi noti della letteratura italiana come Franco Fortini, Gianni Rodari, Italo Calvino e Umberto Eco. Cantacronache terminò la sua attività nel 1962, e, dalle sue ceneri nacque un altro gruppo fondato da Michele Straniero e da Fausto Amodei: "Nuovo Canzoniere Italiano".
"Tutti gli amori" è una delle canzoni più belle nate dall'esperienza di Cantacronache: parla di amore e di lavoro, accomunati come se nascessero entrambi dalla stessa passione, che all'inizio sembra inattaccabile e che, col tempo, mostra invece tutta la sua precarietà. Probabilmente il testo vuole riferirsi alle vicende italiane del secondo dopoguerra: dopo l'entusiasmo iniziale in cui si pensava fosse possibile creare una nazione nuova e senza ingiustizie, in cui la libertà divenisse il valore più importante e più presente, col passare degli anni tali entusiasmi si sono affievoliti e chi ha preso il potere lo applica in modo sbagliato, non garantendo né la libertà né il lavoro; tradendo quindi i nobili ideali sbandierati ai quattro venti, che gli avevano permesso di raggiungere i massimi posti di comando della nazione. C'è però una nota di ottimismo, presente alla fine di ogni strofa del testo, perché, se un amore o un ideale si sono dimostrati veritieri, anche per un breve periodo, esiste la possibilità che divengano duraturi. Visto che già alcuni individui hanno assaporato e assaporano il gusto della libertà e del lavoro per tutti, è facile che trasmettano ad altri (le generazioni future) le sensazioni e i sentimenti che hanno provato loro. Colpisce la data di uscita di questa canzone: il 1958, ovvero l'anno in cui al Festival della canzone italiana di Sanremo trionfava Domenico Modugno con "Nel blu dipinto di blu", pezzo che poi avrebbe spopolato anche all'estero e che molti ritengono che rappresenti il primo esempio di canzone d'autore italiana; ignorando perciò il fatto che già da un anno esistesse il gruppo di Cantacronache e che proprio in quell'anno avesse cominciato a pubblicare dei dischi veramente rivoluzionari, molto di più rispetto al pur bravo Modugno. Due parole è giusto spenderle anche per l'autore del testo di "Tutti gli amori": lo scrittore Franco Fortini (1917-1994), poeta insigne del Novecento, autore di memorabili raccolte come "Una facile allegoria" (1954), "Poesia e errore" (1959) e "Questo muro" (1973).
 


TUTTI GLI AMORI
(Franco Fortini - Sergio Liberovici)

Io non avrei creduto mai
che un giorno t'avrei vista senza gioia.
Tu non avresti mai creduto
che un giorno avrei vissuto senza te.
Nulla rimane eguale,
si muta il bene in male,
si muta il bianco in nero
ma quel che è stato vero sempre ritornerà.


Tutti gli amori cominciano bene:
l'amore di una donna,
l'amore di un lavoro,
e anche l'amore per la libertà.
Spesso gli amori finiscono male:
chi tanto amò va via,
lavoro è servitù,
la libertà diventa una bugia...
Ma non si perde più
quel che è stato vero
un anno un giorno:
altri nel mondo si vorranno bene,
altri lavoreranno senza pene,
altri vivranno in libertà.

Io non avrei creduto mai
di rivedere il popolo ingannato.
Tu non avresti mai creduto
che chi ci sfrutta insegni la virtù.
Nulla rimane eguale:
si muta il bene in male,
si muta il bianco in nero,
ma quel che è stato vero sempre ritornerà.

Tutti gli amori cominciano bene:
l'amore di una donna,
l'amore di un lavoro,
e anche l'amore per la libertà.
Spesso gli amori finiscono male:
chi è amato non sa amare,
lavora chi tradì
la libertrà è di chi la può comprare.
Ma ricomincia qui,
quel che è stato vero
un nostro giorno.
Tanti ne mondo già si voglion bene,
tanti lavoran già senza più pene,
tanti già ridon nella libertà.

sabato 24 marzo 2012

"La Primavera" di Antonio Vivaldi

Il concerto "La Primavera" di Antonio Vivaldi (Venezia 1678 - Vienna 1741), è uno dei dodici contenuti nell'opera complessiva intitolata: "Il Cimento dell'Armonia e dell'Inventione" (op. VIII, 1725) ed è il primo di quelli raggruppati sotto la dicitura "Le Quattro Stagioni". Si tratta di uno dei concerti più famosi (e anche più belli) del musicista veneziano, giunto, con queste composizioni musicali, nel pieno del suo periodo di massima espressività.
"La Primavera" è un concerto in Mi maggiore per violino, archi e basso continuo che si struttura in tre movimenti: Allegro - Largo - Allegro, ai quali corrispondono tre momenti particolari vissuti durante una giornata primaverile. Per meglio descrivere tali momenti, riporto il sonetto che ha il medesimo titolo del concerto, e che fu scritto dal musicista veneziano, così come gli altri tre, ognuno corrispondente ad una specifica stagione, che completano questa memorabile opera di musica sinfonica.

Giunt' è la Primavera e festosetti
La Salutan gl' Augei con lieto canto,
E i fonti allo Spirar de' Zeffiretti
Con dolce mormorio Scorrono intanto:

Vengon' coprendo l'aer di nero amanto
E Lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti
Indi tacendo questi, gl' Augelletti;
Tornan' di nuovo al lor canoro incanto:

E quindi sul fiorito ameno prato
Al caro mormorio di fronde e piante
Dorme 'l Caprar col fido can' à lato.

Di pastoral Zampogna al suon festante
Danzan Ninfe e Pastor nel tetto amato
Di primavera all' apparir brillante.