domenica 4 novembre 2012

Lombardia

"Lombardia" è il titolo di una canzone interpretata da Herbert Pagani che, nel 1965, uscì come lato A di un disco a 45 giri nonché in un 33 giri del medesimo anno e del medesimo autore dal titolo: "Una sera con Herbert Pagani". Trattasi di una cover della canzone "Le plat pays" cantata da Jacques Brel nel 1962: uno dei brani migliori del cantautore belga, che grazie a Pagani fu conosciuto anche nel nostro paese. Nella trasposizione in italiano del testo di Brel, la "bassa landa" (così andrebbe tradotto il titolo della canzone), diviene la regione lombarda. In effetti, a parte alcune differenze evidenti e incontestabili, qualche somiglianza tra il Belgio, patria di Brel, e la Lombardia, si può individuare: gli autunni e gli inverni di entrambi i luoghi si caratterizzano per la presenza costante di nebbia e di pioggia; le cattedrali di alcune città belghe possono in parte ricordarne alcune lombarde; sia il Belgio che la Lombardia infine posseggono un territorio pianeggiante, il cui clima è simile se non eguale. C'è comunque da far notare che il testo di Pagani in parte si distanzia da quello di Brel, poichè quest'ultimo è in sostanza una sorta di inno alla terra natale, mentre in Pagani c'è un'esortazione, probabilmente rivolta alla donna amata, affinché vada a vivere nella sua regione di nascita che, pur possedendo caratteristiche non propriamente invitanti, ha anche un suo fascino particolarissimo e invogliante. Dopo "Lombardia" Pagani realizzò altre cover tratte da capolavori di Brel, e si può dire che, escluso Gino Paoli¹, sia stato il primo a far conoscere Brel in Italia. Lo stesso cantautore belga rimase entusiasta delle interpretazioni di Pagani, in particolar modo di quella citata.
 
(1): Paoli fu il primo a cantare in italiano il brano più famoso di Brel: "Ne me quitte pas", che, nell'interpretazione di Paoli del 1962 diventò "Non andare via".
 
 
LOMBARDIA
(H. Pagani - J. Brel)

Qui l'arpa della pioggia per mesi suonerà
ed un'infinità di nebbia scenderà
e vedrai coprirà tutto intorno a noi
e annegherà il tuo cuore anche se non vuoi
perché d'autunno piove qui e non smette mai
se vieni su da me vedrai ti abituerai
in Lombardia che è casa mia.

Vedrai la cattedrale che sembra una montagna
con mille guglie bianche che la luna bagna
e dei diavoli in pietra che sputano alle stelle
e che graffiano il cielo con gesti di zitelle
son secoli che fanno le stesse smorfie ormai
se vieni su da me vedrai ti abituerai
in Lombardia che è casa mia.

Qui il cielo è così grigio che sembra venga giù
qui il cielo è così basso che insegna l'umiltà
è così grigio che il naviglio annegherà
è così basso che il naviglio non c'è più
il vento qui si invita ai funerali sai
se vieni su da me vedrai ti abituerai
in Lombardia che è casa mia.

Ma quando il primo fiore dal fango nascerà
e fra le ciminiere il pioppo canterà
capirai che a novembre noi dobbiamo pagare
quel che maggio promette e giugno ci può dare
fra i grattacieli e i tram l'estate scoppierà
se vieni su da me vedrai ti piacerà
la Lombardia che è casa mia.


martedì 30 ottobre 2012

Quest'anno il mare

Esistono alcune canzoni che stranamente rimangono nell'oblio pur essendo molto belle; è il caso di "Quest'anno il mare", brano di Luciano Michelini che uscì quale lato B di un disco a 45 giri del 1965. Michelini non è certamente molto conosciuto come cantante, lo è certamente come musicista e forse come autore di colonne sonore e come arrangiatore di canzoni interpretate da personaggi famosi. La canzone citata è secondo me superlativa sia per la musica che per le parole (entrambe di Michelini) capaci di creare un'atmosfera molto malinconica, visto che si parla di un periodo immediatamente successivo alla stagione estiva (forse settembre), quando le prime, forti piogge autunnali portano le acque del mare ad invadere parte della spiaggia, e a volte arrivano anche all'interno delle abitazioni edificate a poca distanza dalla riva. Nel testo di Michelini l'acqua diviene "distruttrice" di un amore ormai consumato, destinato a dissolversi come un castello di sabbia. Nulla ormai rimane di quell'amore estivo, tranne qualche traccia quasi invisibile delle parole intense e passionali scritte sulla rena che il vento cerca invano di recuperare.
 
 
QUEST'ANNO IL MARE
(Luciano Michelini)
 
Quest'anno il mare
s'è spinto molto avanti
e ha cancellato
le orme dell'estate.

La pioggia è entrata
nella tua casa
e lentamente
consuma i miei ricordi.

Rimane solo il vento
che cerca nella sabbia
le ultime parole
che tu dicevi a me.

sabato 27 ottobre 2012

E la città non lo sa

Esistono alcune canzoni di Giorgio Gaber (Milano 1939 - Montemagno di Camaiore 2003) della prima metà degli anni '60 che già preannunciano il futuro cambiamento del cantautore milanese, sempre più indirizzato verso un tipo di canzonetta che non sia soltanto fine a sé stessa ma che racchiuda un significato ed un impegno sociale tale da renderla qualcosa di più concreto e importante. Da questa tendenza sempre più consistente mano mano che Gaber interpretava i suoi brani musicali nel corso del decennio citato, si concretizzerà la svolta avvenuta proprio nel 1970, quando l'autore di "La ballata del Cerutti" e di "Trani a gogò" passerà al "Teatro-canzone" che ha poco a che vedere con la sua produzione discografica precedente. Una delle canzoni che preannunciano la svolta è senz'altro "E la città non lo sa"; fu inserita in un 33 giri del 1964 intitolato "Le canzoni di Giorgio Gaber" e passò quasi totalmente inosservata. Cosa assi ingiusta e inspiegabile, visto il sicuro valore del testo e la non scadente qualità della musica. Il testo parla di una qualunque giornata cittadina cominciando dalle prime ore della mattina, quando lentamente la luce si diffonde sulle case e la gente si avvia ad affrontare le gioie e i dolori quotidiani, per finire con la tarda sera, quando le ultime luci artificiali si vanno spegnendo e i rumori dei motori si diradano sempre più fin quasi a scomparire. È, come ripete più di una volta Gaber, un giorno come un altro, che si va ad aggiungere alla serie infinita di giorni insignificanti che si vivono nelle caotiche città moderne, tra la generale indifferenza di uomini divenuti ormai automi, visto che ripetono le solite azioni quotidiane e non si accorgono minimamente dei drammi, delle forti emozioni e delle pulsioni vitali di chicchesia, totalmente immersi in una esistenza ormai completamente svuotata di significato. Vengono in mente alcuni versi di una bellissima poesia di Camillo Sbarbaro i quali ottimamente descrivono la popolazione che è facile incontrare camminando sulle strade di una città moderna:

«Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s'imprimono dolorosamente.
E conosco l'inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l'inutilità della lor vita
amara e il lor destino ultimo, il buio».
 
 
 
E LA CITTA' NON LO SA
(Giorgio Gaber - Renato Angiolini)

Un giorno come un altro
illumina le case si accendono le cose
e la città non lo sa.

Un’ora come un'altra
chi vive per amore chi muore di dolore
chi vive e non lo sa.

Un giorno come un altro
la gente passa e va
e la città non lo sa.

La luce della sera
già muore sulle case si spengono le cose
e la città non lo sa.

Fra poco tutto tace
si muove un po’ di luce sul tram che se ne va
e la città non lo sa.

Un giorno come un altro
la gente passa e va
e la città non lo sa.

giovedì 25 ottobre 2012

Il duomo di Milano

"Il duomo di Milano" è il titolo di una delle canzoni più belle e più struggenti di Enzo Jannaci. Fu inserita dal cantautore milanese nell'LP "La mia gente" (RCA, 1970) che contiene altri capolavori come "Messico e nuvole" e "Il dritto". Questo brano, scritto interamente da Jannacci, possiede un andamento malinconico raramente rintracciabile altrove e va ad aggiungersi ad altri pezzi riconducibili alla medesima tendenza come "La disperazione della pietà", "Giovanni telegrafista" e "Gli zingari", pubblicati da Jannacci più o meno nello stesso periodo. Mai nessuno prima di lui aveva saputo descrivere la città meneghina facendo emergere una sconsolata e irrimediabile tristezza che si avverte dall'inizio alla fine di questa stupenda canzone. Peccato che "Il duomo di Milano" oggi non sia ricordata tra i migliori brani musicali scritti e interpretati dal cantautore milanese.
 


IL DUOMO DI MILANO
(Enzo Jannacci)

Sporge il bancone
di dolci lacrime d'addio
quel giovanotto
malato di ricchezza
ed il garzone
le asciuga ad una ad una
e a casa la sera
se ne innamora.

Han chiuso nella sua tomba
l'acqua del mio canale
han chiuso nella sua tomba
l'acqua del mio canale
s'è lamentato una volta
una volta sola
quando qualcuno lo ha percosso
con una frusta di giornali.

C'è ancora chi pulisce
con l'alcool la sua vetrina
c'è ancora chi pulisce
con l'alcool la sua vetrina
ma non risponde più al tuo saluto
perché t'han cambiato il cervello
perché t'han cambiato il cervello
in Via Lomellina, in Lomellina.

Il duomo di Milano
è pieno d'acqua piovana
Il duomo di Milano
è pieno d'acqua piovana,
ce l'han portata con gli ombrelli
ce l'han portata con i pianti
ce l'han portata con i pianti
per la redenzione delle puttane.

lunedì 27 agosto 2012

"La Stravaganza" di Antonio Vivaldi



"La Stravaganza" è il titolo di un'opera di Antonio Vivaldi, esattamente la n. 4, che comprende 12 concerti per violino, archi e basso continuo. Cronologicamente "La Stravaganza" si pone tra due opere fondamentali e famosissime del musicista veneziano: "L'Estro Armonico" (op. 3, 1711) e "Il Cimento dell'Armonia e dell'Invenzione" (op. 8, 1725) e rappresentano un passo ulteriore in avanti verso quella perfezione del concerto barocco per violino che per Vivaldi sarebbe stata raggiunta proprio coi concerti delle "Quattro Stagioni" (presenti nell'ultima opera citata). Il titolo dell'op. 4 vuole significare l'intenzione, da parte del musicista, di non seguire uno schema prefissato, ma di potersi sbizzarrire a suo piacimento in percorsi alternativi e improvvisati, magari anche strani, ma che comunque privilegiano la libertà e l'estro del compositore su tutto il resto. I 12 concerti de "La Stravaganza" sono strutturati quasi tutti per uno strumento principe, in questo caso il violino.
 
 
 
 
ANTONIO VIVALDI (1678-1741)

La Stravaganza (op. 4)
 
 
 
Concerto N° 1 in B flat major, RV 383a

1. Allegro
2. Largo
3. Allegro
 

Concerto N° 2 in E minor, RV 279

1. Allegro
2. Largo
3. Allegro
 

Concerto N° 3 in G major, RV 301

1. Allegro
2. Largo
3. Allegro Assai
 

Concerto N° 4 in A minor, RV 357

1. Allegro
2. Grave
3. Allegro
 

Concerto N° 5 in A major, RV 347

1. Allegro
2. Largo
3. Allegro
 

Concerto N° 6 in G minor, RV 316a

1. Allegro
2. Largo
3. Allegro
 

Concerto N° 7 in C majior, RV 185

1. Largo
2. Allegro
3. Largo
4. Allegro
 

Concerto N° 8 in D minor, RV 249

1. Allegro - Adagio - Presto - Adagio
2. Allegro
 

Concerto N° 9 in F major, RV 284

1. Allegro
2. Largo
3. Allegro
 

Concerto N° 10 in C minor, RV 196

1. Spirituoso
2. Adagio
3. Allegro
 

Concerto N° 11 in D major, RV 204

1. Allegro
2. Largo
3. Allegro assai
 

Concerto N° 12 in G major, RV 298

1. Spirituoso e non presto
2. Largo
3. Allegro


domenica 26 agosto 2012

Suona chitarra

Quando Giorgio Gaber cantava la sua bellissima "Suona chitarra" era il 1967, e già aveva in mente, probabilmente, di dare una netta svolta al suo modo di presentarsi al pubblico. Il testo della canzone citata, a tal proposito è più chiarificatorio che mai: Gaber ci mise dentro tutta la sua rabbia per non poter cantare le cose a cui teneva di più, per non esternare i suoi pensieri su argomenti importantissimi ma che, allora, non potevano e non dovevano essere trattati in una canzonetta, pena la censura che troppo spesso colpì proprio le canzoni di Gaber, in molti casi "vietate" e quindi mai trasmesse sia in radio che in TV. Canzoni sulle quali, a chiunque le ascolti oggi per la prima volta, verrebbe da chiedersi il motivo di tali divieti. D'altra parte Gaber all'epoca non era certo l'unico ad avere questo tipo di trattamento: altri cantautori famosi come Fabrizio De André e Luigi Tenco infatti subirono tagli netti e inappellabili alle loro canzoni da parte della censura che imperversava nella Rai già dalla sua nascita. Tornando al testo di Gaber, si tratta sostanzialmente di uno sfogo atto a porre in risalto il desiderio del cantautore milanese di non esibirsi davanti a un pubblico col solo intento di divertirlo, ma di farlo in modo nuovo e utile, magari parlando di problemi attuali, denunciando le cose sbagliate della società, criticando i politici o qualsivoglia categoria che non si comporta bene. Insomma Gaber non voleva più fare sempre e comunque il "giullare di corte" moderno, che ha solo il compito di intrattenere per un po' di tempo la folla, intendeva creare un rapporto differente e costruttivo con gli ascoltatori, affinché, grazie alle sue canzoni, la gente cominciasse a riflettere sulla realtà delle cose, e magari potesse nascere una discussione e quindi delle iniziative per poter migliorare quello che non va. Certo è che il finale di "Suona chitarra" non incoraggia, visto che Gaber pare si rassegni a dover "fare il pagliaccio", e con rabbia disperata debba continuare in eterno a suonare quella chitarra divenuta ormai strumento inutile che riproduce un suono sempre più sgradevole e incalzante, rancoroso verso quella massa enorme di pubblico che ama soltanto il frastuono e il vuoto. La canzone "Suona chitarra" apparve per la prima volta in un disco a 45 giri del 1967, e poi, l'anno seguente, come 3° traccia del lato B di "L'asse d'equilibrio", album tra i migliori di Giorgio Gaber che comprende altre canzoni indimenticabili come "Un uomo che dal monte" e "Eppure sembra un uomo". 



SUONA CHITARRA
(Federico Monti Arduini - Giorgio Gaber - Renato Angiolini)

Se potessi cantare davvero
canterei veramente per tutti,
canterei le gioie ed i lutti
e il mio canto sarebbe sincero.
Ma se canto così io non piaccio,
devo fare per forza il pagliaccio!
E allora...
Suona chitarra, falli divertire,
suona chitarra, non farli mai pensare
al buio, alla paura,
al dubbio, alla censura,
agli scandali, alla fame,
all’uomo come un cane
schiacciato e calpestato.
E allora...
Suona chitarra, falli divertire,
suona chitarra, non farli mai pensare,
suona chitarra mia...
E tutti in allegria.
Se potessi cantare io sento
che sarei veramente contento
ed il canto sarebbe qualcosa,
la chitarra sarebbe una sposa.
Ma io debbo soltanto piacere,
divertire la gente e scherzare!
E allora...
Suona chitarra, suona i tuoi accordi,
suona più forte, che si diventi sordi;
tutto è già passato,
è gia dimenticato
e solo chi oggi è buono
domani avrà il perdono:
il foglio del condono!
E allora...
Suona chitarra, falli divertire,
suona chitarra, non farli mai pensare
suona chitarra ancora...
E tutti alla malora!
E allora...
Suona chitarra, falli divertire,
suona chitarra, non farli mai pensare,
suona chitarra, forte i tuoi accordi,
suona più forte, che si diventi sordi,
suona chitarra, suona chitarra, suona chitarra...

venerdì 24 agosto 2012

La musica di Johannes Brahms



La musica di Johannes Brahms (Amburgo 1833 – Vienna 1897) possiede un fascino molto particolare, che tende senza dubbio a una sorta di nostalgia per la musica dei secoli precedenti all'Ottocento. Quella del musicista di Amburgo è infatti un'opera largamente rivolta al passato (soprattutto a Bach), ma comunque di espressione romantica. Di certo meno famosa della musica orchestrale, la musica da camera e il lied vi occupano un posto di prim'ordine.
Penso non vi siano dubbi sul fatto che il brano più bello della musica di Brahms sia da ritenersi il terzo movimento (Poco Allegretto) della Sinfonia n. 3, la cui melodia, di una grazia incomparabile, suscita un profondo e piacevolissimo sentimento malinconico. Ecco infine alcune tra le opere musicali più famose di Johannes Brahms.



Musica per pianoforte

Danze ungheresi (1852-1869)
Valzer op. 39 (1865)
Fantasia op. 116 (1892)
Tre intermezzi op. 117 (1892)
Pezzi per pianoforte op. 118 e 119 (1893)



Musica per orchestra

Concerto per pianoforte in re minore op. 15 (1858)
Variazioni su un tema di Haydn op. 56 (1873)
Sinfonia in re maggiore op. 73 (1877)
Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 77 (1878)
Overture accademica in do minore op. 80 (1880)
Overture tragica in re minore, op 81 (1880)
Concerto per pianoforte in si bemolle maggiore op. 83 (1881)
Sinfonia in fa maggiore op. 90 (1890)


Musica da camera

Sonata per violoncello e pianoforte op. 38 (1865)
Sonata per violino e pianoforte op. 78 (1789)
Sonata per violoncello e pianoforte op. 99 (1886)
Sonata per violino e pianoforte op. 100 (1886)
Sonata per violino e pianoforte op. 108 (1888) 
2 sonate per clarinetto e pianoforte op. 120 (1894)



Musica vocale

Requiem tedesco, per due voci soliste, coro e orchestra (1868)
Rapsodia, per contralto, coro maschile e orchestra (1869).