lunedì 27 febbraio 2012

"Alla fiera dell'est" di Angelo Branduardi


"Alla fiera dell'est" che è probabilmente l'album più famoso di Angelo Branduardi, uscì nel 1976 e sancì il successo definitivo del cantautore lombardo, il quale da allora in poi fu definito menestrello per via delle atmosfere medioevaleggianti che si respirano nei suoi brani musicali. La verità è che Branduardi, quando creò (insieme a Luisa Zappa) le canzoni di questo album, non si ispirò soltanto alle musiche e ai testi del Medioevo. Il pezzo che dà il titolo all'Lp, per esempio, è preso da un canto pasquale ebraico, come avverte lo stesso Branduardi nelle note contenute nella copertina del disco. Un altro brano: "Il vecchio e la farfalla" s'ispira chiaramente ad un aneddoto del filosofo cinese Chuang Tzu, vissuto prima della nascita di Cristo. "La serie dei numeri", altro pezzo di questo album, deriva da un canto bretone, mentre per quanto riguarda la musica di "Il funerale" Branduardi si rifece ad una melodia della tradizione americana, il testo della stessa canzone è invece preso da una poesia di Franco Fortini, poeta che per il cantautore lombardo fu un maestro molto apprezzato. Nel complesso questo terzo album di Branduardi è un'opera molto innovativa, originalissima e che contiene dei brani notevoli; citerei a tal proposito, oltre ad "Alla fiera dell'est", giustamente celebre, "Il dono del cervo" (altro brano che molti ricordano), "La favola degli aironi" intriso di una sconsolata tristezza, "La serie dei numeri" dal ritmo incalzante e avvincente, "Sotto il tiglio" e "Canzone del rimpianto", altro brano malinconico e ultima delle dieci canzoni di questo memorabile album.

domenica 26 febbraio 2012

Chain gang

"Chain Gang" è il titolo di una splendida canzone di Same Cooke (1931-1964), uno dei fondatori della "Soul music", autore di brani memorabili come "Wonderful world" e "You send me". Oltre alla professione di cantante Cooke fu imprenditore e mise su una casa discografica ed una casa editrice; si impegnò anche nella lotta al razzismo collaborando col Movimento per i Diritti Civili. "Chain gang" è probabilmente la canzone più importante e bella di Cooke: possiede una melodia ed un ritmo trascinanti; il testo, semplice e profondo, parla della durissima vita dei prigionieri condannati ai lavori forzati, delle loro speranze e delle loro richieste disperate.



CHAIN GANG
(Sam Cooke - Charles Cooke)

I hear somethin' sayin'
(Hooh! aah!) (hooh! aah!)
(Hooh! aah!) (hooh! aah!)

(Well, don't you know)
That's the sound of the men working on the chain ga-a-ang
That's the sound of the men working on the chain gang

All day long they're singin'
(Hooh! aah!) (hooh! aah!)
(Hooh! aah!) (hooh! aah!)

(Well, don't you know)
That's the sound of the men working on the chain ga-a-ang
That's the sound of the men working on the chain gang

All day long they work so hard
Till the sun is goin' down
Working on the highways and byways
And wearing, wearing a frown
You hear them moanin' their lives away
Then you hear somebody sa-ay

That's the sound of the men working on the chain ga-a-ang
That's the sound of the men working on the chain gang

Can't ya hear them singin'
Mm, I'm goin' home one of these days
I'm goin' home see my woman
Whom I love so dear
But meanwhile I got to work right he-ere

(Well, don't you know)
That's the sound of the men working on the chain ga-a-ang
That's the sound of the men working on the chain gang

All day long they're singin', mm
My, my, my, my, my, my, my, my, my work is so hard
Give me water, I'm thirsty
My work is so hard

venerdì 24 febbraio 2012

Music for the Royal Fireworks di George Frideric Handel

"Music for the Royal Fireworks" (Musica per i Reali Fuochi d'artificio) HWV 351 è una delle opere per orchestra più conosciute di George Frideric Handel. Si tratta di una suite orchestrale commissionata ad Handel dal re Giorgio II d'Inghilterra e fu composta per commemorare la pace di Aix-la-Chapelle che sancì la fine della guerra di successione austriaca. Una elaborata esibizione di fuochi artificiali fu progettata a Londra e il 21 aprile del 1749 una enorme quantità di folla intasò London Bridge, dove la gente attendeva la prova pubblica della "Music for the Royal Fireworks" ai Giardini Vauxhall. Per accontentare re Giorgio II, Handel originariamente allestì un'orchestra militare di proporzioni gigantesche: ventiquattro oboi, nove corni, nove trombe, tre gruppi di timpani, dodici fagotti e un controfagotto, più una serie completa di archi.
 

George Frideric Handel (1685-1759)

MUSIC FOR THE ROYAL FIREWORKS

1. Overture: Adagio, Allegro, Lentement, Allegro
2. Bourée
3. La Paix: Largo alla siciliana
4. La Réjouissance: Allegro
5. Menuets I e II

sabato 18 febbraio 2012

Gianna

Fu una sorpresa leggere il nome di Rino Gaetano tra i partecipanti al Festival di Sanremo del 1978, perché quello era un periodo in cui i cantautori più famosi snobbavano regolarmente la manifestazione canora più famosa d'Italia. La decisione di Gaetano nasceva anche dal suo andare controcorrente, dal fatto che lui non si prendesse mai troppo sul serio (e le sue canzoni lo dimostrano ampiamente) come altri suoi colleghi. D'altra parte il cantautore di Crotone non poteva certo definirsi impegnato o per lo meno non a tutti gli effetti. L'ironia e il divertissement sono state sempre le sue peculiarità; al Sanremo del '78 non si smentì presentandosi sul palco in abiti eccentrici ed originalissimi, e cantando una splendida canzone: "Gianna", dalla musica allegra e accattivante e dal testo leggero, dove predominano, come accade spesso nelle canzoni di Gaetano, i nonsense. "Gianna" si classificò al terzo posto ma certo fu la vincitrice morale di quel Festival che, se qualcuno lo ricorda ancora (e tra questi c'è il sottoscritto) lo ricorda soprattutto per la canzone di Rino Gaetano.
 
 
GIANNA
(Rino Gaetano)

Gianna Gianna Gianna sosteneva, tesi e illusioni
Gianna Gianna Gianna prometteva, pareti e fiumi
Gianna Gianna aveva un coccodrillo, ed un dottore
Gianna non perdeva neanche un minuto, per fare l'amore
Ma la notte la festa è finita, evviva la vita
La gente si sveste e comincia un mondo
un mondo diverso, ma fatto di sesso
e chi vivrà vedrà...
Gianna Gianna Gianna non cercava il suo pigmalione
Gianna difendeva il suo salario, dall'inflazione
Gianna Gianna Gianna non credeva a canzoni o UFO
Gianna aveva un fiuto eccezionale, per il tartufo
Ma la notte la festa è finita, evviva la vita
La gente si sveste e comincia un mondo
un mondo diverso, ma fatto di sesso
e chi vivrà vedrà...
Ma dove vai, vieni qua, ma che fai?
Dove vai, con chi ce l'hai? Vieni qua, ma che fai?
Dove vai, con chi ce l'hai? Di chi sei, ma che vuoi?
Dove vai, con chi ce l'hai? Butta la', vieni qua,
chi la prende e a chi la da!Dove sei, dove stai?
Fatti sempre i fatti tuoi! Di chi sei, ma che vuoi?
Il dottore non c'e' mai! Non c'e' mai! Non c'e' mai!
Tu non prendi se non dai! Vieni qua, ma che fai?
Dove vai, con chi ce l'hai? Butta la', vieni qua,
chi la prende e a chi la da! Dove sei, dove stai?
Fatti sempre i fatti tuoi! Di chi sei, ma che vuoi?
Il dottore non c'e' mai! Non c'e' mai! Non c'e' mai!
Tu non prendi se non dai! Vieni qua, ma che fai?

venerdì 17 febbraio 2012

Piazza Grande

"Piazza grande" è il titolo di una famosa canzone del cantautore Lucio Dalla, che partecipò alla ventiduesima edizione del Festival di Sanremo, nel 1972, piazzandosi all'ottavo posto. Quattro sono gli autori di questo capolavoro della musica leggera italiana: Gianfranco Baldazzi, Sergio Bardotti, Rosalino Cellamare e Lucio Dalla: i primi due hanno scritto il testo, gli altri la musica. Il testo parla di un barbone di Bologna (Piazza Grande si riferisce a Piazza Cavour, che si trova proprio nella città felsinea) che fa una specie di confessione: ammette di aver scelto il tipo di vita che fa, ma dichiara anche di essere come tutti gli altri esseri umani, di sentire cioè anche lui la necessità di essere compreso e magari amato da una donna o da un dio; pure ribadisce che non è disposto a sacrificare la propria scelta, che è stata fortemente ponderata. Si può dire che, dopo la stupenda "El portava i scarp del tennis" di Enzo Jannacci, questa sia la canzone più bella dedicata ad una categoria che non viene considerata mai: quella dei senzatetto, dei barboni, dei clochard, insomma di coloro che vivono ai margini dei margini, fuori da tutto, incredibilmente ignorati e, in alcuni casi, maltrattati. Poi, se nella canzone il senzatetto dichiara di aver scelto la vita randagia, è ben noto che per molti altri la scelta può diventare obbligata a causa di mille motivi; ed io sono convinto del fatto che una società detta "civile" debba aiutare le persone che rimangono indietro e si perdono.
Naturalmente, quando a Sanremo partecipa una canzone di valore eccezionale, si fa di tutto per sminuirla e ignorarla: così è avvenuto per "Piazza grande" che nella classifica finale si è ritrovata ottava, preceduta da alcuni brani che definire brutti significherebbe fargli un complimento.
 

PIAZZA GRANDE
(Gianfranco Baldazzi - Sergio Bardotti - Rosalino Cellamare - Lucio Dalla)

Santi che pagano il mio pranzo non ce n'è
sulle panchine in Piazza Grande,
ma quando ho fame di mercanti come me qui non ce n'è.
Dormo sull'erba e ho molti amici intorno a me,
gli innamorati in Piazza Grande,
dei loro guai dei loro amori tutto so, sbagliati e no.
A modo mio avrei bisogno di carezze anch'io.
A modo mio avrei bisogno di sognare anch'io.
Una famiglia vera e propria non ce l'ho
e la mia casa è Piazza Grande,
a chi mi crede prendo amore e amore do, quanto ne ho.
Con me di donne generose non ce n'è,
rubo l'amore in Piazza Grande,
e meno male che briganti come me qui non ce n'è.
A modo mio avrei bisogno di carezze anch'io.
Avrei bisogno di pregare Dio.
Ma la mia vita non la cambierò mai mai,
a modo mio quel che sono l'ho voluto io
Lenzuola bianche per coprirci non ne ho
sotto le stelle in Piazza Grande,
e se la vita non ha sogni io li ho e te li do.
E se non ci sarà più gente come me
voglio morire in Piazza Grande,
tra i gatti che non han padrone come me attorno a me.

giovedì 16 febbraio 2012

Canzone per te

"Canzone per te" è il titolo del brano vincitore del Festival di Sanremo 1968. Fu interpretata sul palco del Salone delle Feste del Casinò Municipale della città ligure dal cantautore italiano Sergio Endrigo e dal cantante brasiliano Roberto Carlos. Non favorita ai blocchi di partenza, "Canzone per te" rappresenta uno dei rari (se non rarissimi) casi in cui al Festival fu premiato il pezzo più bello. Eppure quell'anno un altro cantautore: Don Backy, pur non partecipando in prima persona, era presente alla competizione canora con due canzoni di ottima fattura: "Canzone", eseguita da Adriano Celentano e da Milva, e "Casa bianca", interpretata da Ornella Vanoni e da Marisa Sannia. Molto ebbe peso, in quella occasione, il suicidio di Luigi Tenco avvenuto un anno prima: si volle così dare una specie di ricompensa ai cantautori (in questo caso rappresentati da Endrigo) e mettere una toppa al tragico errore di aver escluso "Ciao amore, ciao" dalla finale del '67. "Canzone per te" non è una canzone impegnata, ma ancora una volta Endrigo riuscì a trattare il tema dell'amore in maniera unica e coinvolgente; il testo fu scritto da lui e dal paroliere Sergio Bardotti, mentre la musica fu composta dal solo Endrigo. Bellissima la frase con la quale la canzone inizia: «La festa appena cominciata è già finita» che fa venire in mente l'episodio tragico dell'anno precedente; eppure la festa, ossia il Festival di Sanremo, nel '67 proseguì ugualmente, anche dopo una gravissima tragedia.
 
 
CANZONE PER TE
(Sergio Endrigo - Sergio Bardotti - Sergio Endrigo)

La festa appena cominciata
È già finita
Il cielo non è più con noi
Il nostro amore era l’invidia di chi è solo
Era il mio orgoglio la tua allegria
È stato tanto grande e ormai
Non sa morire
Per questo canto e canto te
La solitudine che tu mi hai regalato
Io la coltivo come un fiore
Chissà se finirà
Se un nuovo sogno la mia mano prenderà
Se a un’altra io dirò
Le cose che dicevo a te
Ma oggi devo dire che
Ti voglio bene
Per questo canto e canto te
È stato tanto grande e ormai non sa morire
Per questo canto e canto te.

mercoledì 15 febbraio 2012

Ciao amore, ciao

"Ciao amore, ciao" è l'ultima canzone di Luigi Tenco; la cantò al Festival di Sanremo del 1967, precisamente il 26 gennaio. La canzone fu subito eliminata, e quella stessa notte il cantautore si suicidò. Ancora oggi si discute sui motivi del tragico gesto, certo difficilmente comprensibile e ancor meno spiegabile. Ma "Ciao amore, ciao" è veramente una bellissima canzone, e mi riferisco al testo così come alla musica. Al di là dell'interpretazione forse non eccellente di Tenco al Festival, quel giorno qualcuno decise di escludere un ottimo brano dalla competizione canora, penalizzando una volta di più i cantautori, spesso pesci fuor d'acqua nel contesto sanremese. Si tratta di una canzone di rara intensità e di profondo impegno: parla della travagliata e assai problematica trasformazione dell'Italia da paese agricolo a paese industrializzato; il protagonista è un uomo che non riesce a sopravvivere nel suo paese dove l'unico lavoro possibile è quello dell'agricoltore; così decide di andare via e di abbandonare tutto ciò che ha di più caro, in cerca di maggiore fortuna. Ma il luogo dove giunge, apparentemente pieno di possibilità e di attrattive, si rivela ben vuoto e ben triste: il povero malcapitato si ritrova solo, lontano dal paese natale e senza possibilità d'inserirsi in una società che corre velocissimamente e lo lascia indietro.
 
 
 
CIAO AMORE, CIAO
(Luigi Tenco)

La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare.
Guardare ogni giorno
se piove o c'e' il sole,
per saper se domani
si vive o si muore
e un bel giorno dire basta e andare via.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Andare via lontano
a cercare un altro mondo
dire addio al cortile,
andarsene sognando.
E poi mille strade grigie come il fumo
in un mondo di luci sentirsi nessuno.
Saltare cent'anni in un giorno solo,
dai carri dei campi
agli aerei nel cielo.
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
e non avere un soldo nemmeno per tornare.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.

sabato 11 febbraio 2012

Il Canone di Pachelbel

Il "Canone in re maggiore per tre violini e basso continuo" è il brano musicale più conosciuto del musicista tedesco Johann Pachelbel (Norimberga, 1653 - ivi, 1706). Fu probabilmente composto nel 1680. L'esecuzione del Canone, la cui struttura è piuttosto complessa, prevedeva inizialmente l'uso di tre violini e di un basso continuo; col tempo, questo brano di musica da camera è stato trasformato in modo da divenire uno dei pezzi per orchestra più apprezzati del periodo barocco, noto a tutti come "Canone di Pachelbel". Meno conosciuto è il secondo movimento di questa opera del musicista tedesco: la "Giga" che compare anche nel titolo originale. Ma, tornando al Canone, la sua orecchiabilità ha spinto molti pubblicitari, autori di canzonette e registi ad avvalersi della melodia di Pachelbel, che quindi è stata spesso inserita in contesti tutt'altro che artistici o poetici. Fanno eccezione alcuni film di grandissimo valore, dove il Canone è inserito in momenti di estrema liricità: sto parlando in particolare di due lungometraggi: "L'enigma di Kaspar Hauser" di Werner Herzog e "Voci nel tempo" di Franco Piavoli.
 

 
JOHANN PACHELBEL (1653-1706)
 
Canon
/ Kanon
D major for strings and continuo
en si bémol pour cordes et continuo
B-Dur für Streicher und Continuo
in re maggiore per archi e basso continuo

venerdì 10 febbraio 2012

I "Concerts royaux" di François Couperin


Discendente di un'ampia famiglia di musicisti, François Couperin fu il più grande compositore del medio-barocco in Francia. Visto da un punto di vista storico, oggi, egli occupa uno dei posti più importanti tra Lully e Rameau nella storia della miglior musica francese. Coperin prese il posto di suo zio e di suo padre come organista alla prestigiosa Chiesa di S. Gervaso, a Parigi, e non molto tempo dopo fu scelto dal Re di Francia come uno degli organisti della "Cappella del re". A 21 anni pubblicò la sua prima opera: "Pièces d'orgue". Anche se fu soprattutto un organista, Couperin se la cavava anche come suonatore di clavicembalo, nonchè come compositore di musica da camera.
Quando il Re di Francia organizzò dei concerti domenicali alla sua corte Couperin concepì i suoi "Concerts royaux". Egli stesso partecipò a tali concerti come clavicembalista. I "Concerts royaux furono pubblicati nel 1722, ma la loro stesura avvenne tra il 1714 e il 1715. Visto che nella pubblicazione non esistono indicazioni riguardo all'uso degli strumenti, questi concerti possono essere eseguiti con clavicembalo solo o con un'orchestra strumentale. Non esistono veri e propri concerti che si rifanno a quelli italiani ma suites nella tradizione francese; tuttavia, Couperin cercò d'integrare elementi dello stile italiano all'interno di questi deliziosi lavori. Pochi anni dopo, la musica di Corelli avrebbe influenzato molti compositori francesi, portandoli a suonare e a creare musica nello stile italiano. Restando però al periodo in cui furono pubblicati i "Concerts royaux" è lecito affermare che rappresentino una delle opere migliori e maggiormente originali.
 

CONCERTS ROYAUX 
 
Premier concert

Prélude (Gravement)
Allemande (Légèrement)
Sarabande (Mesuré)
Gavotte (Notes égales et coulées)
Gigue (Légèrement)
Menuet en trio
 
 
Deuxième concert

Prélude (Gracieusement)
Allemande fuguée (Gayement)
Air tendre
Air contre-fugué (Vivement)
Echos (Trendrement)
 
 
Troisième concert


Prélude (Lentement)
Allemande (Légèrement)
Courante
Sarabande (Grave)
Gavotte
Muzette
Chaconne (Légère)
 
 
Quatrième concert


Prélude (Gravement)
Allemande (Légèrement)
Courante françoise (Galamment)
Courante à l'italiéne (Pointé-coulé, gayement)
Sarabande (Très tendrement)
Rigaudon (Légèrement et marqué)
Forlane (Gayement)

venerdì 3 febbraio 2012

La musica strumentale a Venezia nel periodo del barocco

Nella storia della musica, esiste un periodo che in sostanza si può identificare tra l'ultimo decennio del XVII secolo e il primo trentennio del XVIII secolo, e che più o meno coincide col periodo del barocco, in cui la città di Venezia si trova al centro dell'attenzione, in quanto proprio lì vengono stampate le opere di musicisti importanti che hanno portato un rinnovamento decisivo nel modo di comporre musica; in special modo se si parla di concerti, dopo la nascita del "Concerto grosso" ad opera di Arcangelo Corelli, è proprio a Venezia che nascono opere geniali e rivoluzionarie in cui tale forma musicale vede principalmente un solo strumento solista che domina la scena. Ovviamente, quando si parla di musicisti veneziani del barocco, è facile pensare ai nomi di Antonio Vivaldi e di Tomaso Albinoni, ma ne esistono anche altri che, pur non essendo famosi come i due citati, hanno contribuito a rendere la città lagunare famosa per le soavi musiche primo-settecentesche, in modo da poter affermare che, musicalmente parlando, Venezia vada considerata come "città del barocco" per eccellenza. Questi musicisti non necessariamente veneziani, che però a Venezia pubblicarono alcune delle loro opere più significative sono: Giorgio Gentili, Alessandro Marcello, Benedetto Marcello, Carlo Antonio Marini, Giulio Taglietti, Luigi Taglietti, Marc'Antonio Ziani. Di seguito riporto alcune opere di musica strumentale che furono pubblicate in Venezia tra il 1690 e il 1720. L'ordine che ho seguito è quello alfabetico.
 




 
Tomaso Albinoni (1671-1751)
Sonate a 3, op. 1 (1694)
Sinfonie e Concerti a 5, op. 2 (1700)
Concerti a 5, op. 5 (1707)
 
 
Giorgio Gentili (1668-1731)
12 Sonate, op. 1 (1701)
12 Capricci, op. 3 (1706)
12 Sonate, op. 4 (1707)
12 Concerti, op. 5 (1708)
12 Concerti, op. 6 (1716)
 
 
Alessandro Marcello (1684-1750)
 
 
Benedetto Marcello (1686-1739)

12 Concerti a 5, op. 1 (1708)
 
 
Carlo Antonio Marini (1670-1717)
Suonate a 3 et a 5 (1693)
Suonate a tre e a 4, op. 6 (1701)
Sonate a tre (1704)
Sonate a violino solo (1705)
 
 
Giulio Taglietti (1660-1718)
Concerti e sinfonie a 3 (1696)
Pensieri musicali (1707)
 
 
Luigi Taglietti (1668-1715)
Sonate a violino e violoncello, op. 4 (17..)
Concerti e preludi, op. 5 (1708)
 
 
Antonio Vivaldi (1678-1741)
12 sonate per due violini, op. 1 (1703)
12 sonate per violino, op. 2 (1708)
 
 
Marc'Antonio Ziani (1653-1715)

giovedì 2 febbraio 2012

Il Concerto per oboe, archi e basso continuo di Alessandro Marcello

Il nome di Alessandro Marcello certo non è ricordato come quelli di Antonio Vivaldi e Tomaso Albinoni, ma anch'esso fu un musicista attivo a Venezia nel periodo del barocco e scrisse concerti, sonate e cantate di ottimo valore. Marcello oltre che alla musica, dedicò i suoi interessi anche ad altre discipline come la letteratura e la matematica; anche suo fratello Benedetto fu apprezzato musicista. Il nome di Alessandro è oggi legato al suo celeberrimo Concerto per oboe, archi e basso continuo che per lungo tempo fu attribuito al fratello. Del concerto citato colpisce particolarmente per la bellezza rarissima che lo contraddistingue, il secondo movimento: l'Adagio. Possiede un andamento malinconico e una melodia molto affascinante che lo rendono unico e indimenticabile: sicuramente va annoverato tra le migliori cose nate nell'epoca del barocco. Fu inserito in vari film, più o meno famosi, tra questi è giusto ricordare almeno Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno, dove il concerto in questione viene citato (e viene eseguito proprio il 2° movimento) come se fosse ancora incerta (da qui il titolo del film) la sua paternità.
 

Alessandro Marcello (1684-1750)

CONCERTO IN RE MINORE PER OBOE, 2 VIOLINI, VIOLA E BASSO CONTINUO

1 Andante
2 Adagio
3 Allegro