domenica 27 gennaio 2013

In ricordo di Luigi Tenco


Sanremo, 27 gennaio 1967, alle ore 2:30, sul pavimento di una stanza dell'Hotel Savoy, viene identificato il corpo senza vita del cantautore Luigi Tenco. Da successive analisi fu stabilito che che Tenco, profondamente depresso a causa dell'esclusione della sua canzone: Ciao amore, ciao, dalla finale del famoso festival canoro che si svolge nella città ligure, si suicidò sparandosi un colpo di pistola alla tempia destra. Tutto quello che è successo in seguito: dai dubbi sorti sulla certezza del suicidio al modo inopportuno in cui andò avanti la manifestazione musicale quell'anno, dalla ricerca dei motivi per i quali Tenco avrebbe compiuto un simile gesto alle altre chiacchiere inutili, non è nel mio intento trattare in questo post. Mi preme invece sottolineare l'importanza, nell'ambito della canzone d'autore italiana e non solo, che ebbe Luigi Tenco, uno dei cantautori più geniali, che ha contribuito, insieme a Fabrizio De Andrè e a pochi altri, al rinnovamento sostanziale della canzone italiana, impaludata in vecchi schemi ormai logori. L'innovazione compiuta da Tenco è rivoluzionaria in particolar modo per quel che concerne i testi delle sue canzoni di cui spessissimo era autore così come delle musiche. Originalissime ancora oggi sono le parole che il cantautore seppe inventare parlando d'amore, di temi d'attualità o di protesta sociale. Una delle prime canzoni che hanno dato una svolta vera e propria al modo di fare musica pop in Italia è stata Cara maestra, questo brano del 1962, che venne incredibilmente censurato, era un atto d'accusa nei confronti dell'incoerenza che allora si palesava sia negli insegnamenti scolastici, sia nelle prediche religiose, sia anche nei comizi politici; la cosa che sorprende è il netto anticipo con cui Tenco seppe intuire questi comportamenti ipocriti già in quegli anni; ma se pensiamo ai tempi di oggi, risulta chiaro che nulla sia cambiato, anzi, semmai alcuni atteggiamenti di malcelata falsità sono aumentati fino al parossismo. Ecco quindi il testo di Cara maestra (parole e musica sono di Luigi Tenco), una delle canzoni italiane più belle di sempre.



Cara maestra, 
un giorno m'insegnavi 
che a questo mondo noi 
noi siamo tutti uguali. 
Ma quando entrava in classe il direttore 
tu ci facevi alzare tutti in piedi, 
e quando entrava in classe il bidello 
ci permettevi di restar seduti. 
Mio buon curato, 
dicevi che la chiesa 
è la casa dei poveri, 
della povera gente. 
Però hai rivestito la tua chiesa 
di tende d'oro e marmi colorati: 
come può adesso un povero che entra 
sentirsi come fosse a casa sua? 
Egregio sindaco, 
m'hanno detto che un giorno 
tu gridavi alla gente 
"vincere o morire". 
Ora vorrei sapere come mai 
vinto non hai, eppure non sei morto, 
e al posto tuo è morta tanta gente 
che non voleva né vincere né morire? 





venerdì 18 gennaio 2013

Ieri ho incontrato mia madre


Non sono state molto fortunate le partecipazioni al Festival di Sanremo di Gino Paoli, e non fa eccezione quella del 1964, avvenuta in un periodo veramente magico per il cantautore ligure, che aveva da poco sfornato successi memorabili come Sapore di sale e Che cosa c'è. Non poteva quindi la sua canzone: Ieri ho incontrato mia madre, non essere considerata tra le favorite (se non la favorita) per la vittoria di quell'edizione del Festival. Ma non ci fu il trionfo per Paoli, visto che la sorprendente Gigliola Cinquetti sbaragliò il campo con Non ho l'età, favorita anche dalla interpretazione in playback di Una lacrima sul viso da parte di Bobby Solo (ciò a causa di una improvvisa mancanza di voce che colpì il cantante romano proprio nella sera della finale). La canzone di Paoli arrivò comunque in finale (al contrario di E se domani, clamorosamente esclusa e successivamente ripresentata al pubblico da Mina che la portò al successo) anche se non riuscì a scalare le vette della Hit Parade. Ieri ho incontrato mia madre, che al Festival fu cantata anche da Antonio Prieto, parla di un uomo che si trova ad una svolta della sua vita rappresentata dalla prevalenza dell'amore nei confronti della compagna su quello della madre. L'incontro tra l'uomo e la sua genitrice è decisivo perché entrambi si rendano conto che la loro situazione familiare è mutata e che l'uomo si è ormai distaccato definitivamente dal cordone ombelicale materno. Originale l'argomento, bella la melodia, ottima l'interpretazione di Paoli.





IERI HO INCONTRATO MIA MADRE
(G. Paoli)

Ieri ho incontrato mia madre
ed era in pena perché
sa che ti vengo a cercare,
sa che non penso che a te.
Ieri ho incontrato mia madre
e ha pianto un poco perché
sa che non sono più suo,
sa che ora vivo per te.
Crede di avermi perduto per sempre,
che non m'importi più niente di lei,
ora la vita del figlio che aveva
la puoi guidare tu con un dito.
Ieri ho incontrato mia madre
ed era in pena perché
sa che ti vengo a cercare,
sa che non penso che a te.
Ieri ho incontrato mia madre
e ha pianto un poco perché
sa che non sono più suo,
sa che ora vivo di te.

martedì 15 gennaio 2013

Adesso sì

Quando partecipò alla 16° edizione del Festival di Sanremo, Sergio Endrigo certo non poteva sapere che avrebbe dovuto attendere altri due anni per godersi il meritato trionfo nella più importante manifestazione canora italiana. Pure non si può obiettare che Adesso sì, ovvero la canzone che il cantautore di Pola presentò la Festival del '66, sia una tra le migliori di Endrigo. Fatto sta che il vincitore di quell'edizione fu Domenico Modugno che, in coppia con Gigliola Cinquetti, presentò l'ottima Dio, come ti amo. A far pendere la bilancia dalla parte del cantautore pugliese furono probabilmente l'eccellente interpretazione della Cinquetti e, al contrario, quella non entusiasmante del duo britannico Chad & Jeremy; i due, che cantarono insieme a Endrigo Adesso sì, arrivavano in quell'anno al Festival dopo i recenti successi ottenuti negli Stati Uniti, con due brani in particolare: A summer song (1964) e Before and after (1965). Da ricordare che la canzone di Endrigo fu, dopo il Festival, reinterpretata anche da Lucio Battisiti, che all'epoca era praticamente uno sconosciuto. Il pezzo fu incluso in un Lp collettivo intitolato "Sanremo '66", pubblicato dalla Ricordi a poca distanza dalla fine della manifestazione canora e dove, accanto ai protagonisti del Festival si potevano trovare anche artisti alle prime armi come, appunto, Battisti.
 
 
 
ADESSO SI'
(S. Endrigo)

Adesso sì,
adesso che tu vai lontano
sono acqua chiara
le nostre lacrime
e non servono più.

Adesso è tardi
per ritrovare le parole
che tante volte
volevo dirti
e non ho trovato mai.

Senza di me
tu partirai per altri mondi,
ti perderai
tra gente e strade sconosciute.

Non ci sarò
quando qualcuno mi ruberà
gli occhi tuoi.

Adesso sì,
adesso che tu vai lontano
il mio pensiero
ti seguirà:
sarò con te,
dove sei.

lunedì 14 gennaio 2013

Il "Largo" dal concerto "L'Inverno" di Antonio Vivaldi

Il "Largo" del concerto in Fa minore "L'Inverno" (n. 4 dell'Op. VIII: Il Cimento dell'Armonia e dell'Inventione) di Antonio Vivaldi, è, se non il movimento più famoso delle celeberrime "Quattro Stagioni", sicuramente il più malinconico. La melodia è affidata ad un violino solista che viene accompagnato da un pizzicato di archi; l'autore ha voluto in questo brano dare la sensazione della pioggia che lentamente cade sul suolo ghiacciato. La parte del sonetto¹ che Vivaldi scrisse appositamente per questo movimento è la seguente: «Passar al foco i dì quieti e contenti / Mentre la pioggia fuor bagna ben cento». Tra i film che hanno utilizzato questo bellissimo capolavoro del barocco si possono citare Squadrone bianco di Augusto Genina e L'immorale di Pietro Germi, quest'ultimo presenta il "Largo" già nei titoli iniziali e vede come protagonista un maestro di violino (interpretato da Ugo Tognazzi).


NOTE
1)  Per i concerti de "Le Quattro Stagioni" Vivaldi compose quattro sonetti che descrivono ciascuna stagione.









martedì 8 gennaio 2013

Morire per delle idee


"Morire per delle idee" è una canzone che fa parte dell'album di Fabrizio De Andrè intitolato Canzoni, risalente al 1974. Il brano è in realtà la rielaborazione di un brano del cantautore francese Georges Brassens: Mourir pour des idées, uscito due anni prima (1972) nell'album Fernande. Perspicace fu De Andrè nell'individuare i due brani migliori dell'album di Brassens che sono Mourir pour des idées e Les passantes; ed è stato anche bravissimo nel riportarne i testi in italiano, non tradendo minimamente quelli originali. Nelle parole di "Morire per delle idee" trovo che ci sia una saggezza rara, che si fonda sullo scetticismo sotterraneo verso qualunque impeto o entusiasmo nato dalla adesione ad ideali, nuovi o vecchi che siano, politici o religiosi, così convincenti da coinvolgere e trascinare con sè masse di ogni genere. Si può quindi concludere questa breve riflessione con una frase presente in un'altra canzone memorabile uscita qualche anno prima di questa: "Un'idea" di Giorgio Gaber, che dice: «se potessi mangiare un'idea avrei fatto la mia rivoluzione».




MORIRE PER DELLE IDEE

(G. Brassens - F. De Andrè)


Morire per delle idee, l'idea è affascinante
per poco io morivo senza averla mai avuta,
perchè chi ce le aveva, una folla di gente,
gridando: "Viva la morte" proprio addosso mi è caduta.
Mi avevano convinto e la mia musa insolente
abiurando i suoi errori, aderì alla loro fede
dicendomi peraltro in separata sede: 
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè, ma di morte lenta.

Approfittando di non essere fragilissimi di cuore
andiamo all'altro mondo bighellonando un poco
perchè forzando il passo succede che si muore
per delle idee che non han più corso il giorno dopo.
Ora se c'è una cosa amara, desolante
è quella di capire all'ultimo momento
che l'idea giusta era un'altra, un'altro il movimento.
Moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, ma di morte lenta.

Gli apostoli di turno che apprezzano il martirio
lo predicano spesso per novant'anni almeno.
Morire per delle idee, sarà il caso di dirlo
è il loro scopo di vivere, non sanno farne a meno;
e sotto ogni bandiera li vediamo superare
il buon Matusalemme nella longevità,
per conto mio si dicono in tutta intimità: 
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè, ma di morte lenta.

A chi va poi cercando verità meno fittizie
ogni tipo di setta offre moventi originali
e la scelta è imbarazzante per le vittime novizie,
morire per delle idee è molto bello ma per quali;
e il vecchio che si porta già i fiori sulla tomba
vedendole venire dietro il grande stendardo
pensa: "speriamo bene che arrivino in ritardo"
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè, ma di morte lenta.

E voi gli sputafuoco, e voi i nuovi santi
crepate pure per primi, noi vi cediamo il passo,
però per gentilezza, lasciate vivere gli altri,
la vita è grosso modo il loro unico lusso,
tanto più che la carogna è già abbastanza attenta
non c'è nessun bisogno di reggerle la falce
basta con le garrote in nome della pace
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè, ma di morte lenta.

venerdì 4 gennaio 2013

Il rimpianto del passato in 10 canzoni italiane del XX secolo

Il rimpianto di un periodo felice della vita è un tema che si ripresenta spesso in letteratura; si potrebbero a tal proposito ricordare decine e decine di romanzi e poesie di ogni tempo in cui tale tema predomina. Non fa eccezione la canzone, che, a ben guardare, ha molte somiglianze col mondo letterario. Ecco allora in breve la descrizione di dieci ottime canzoni che hanno come argomento comune "il rimpianto del passato". Canzoni nazionali e internazionali quasi sempre famose e, sempre, altamente poetiche.
Il testo di Signorinella è basato sul dolce e lontano ricordo della gioventù e dell'amore sincero: è una tra le canzoni italiane più belle e più note della prima metà del XX secolo. Fu interpretata da grandi cantanti come Carlo Buti, Alberto Rabagliati e Achille Togliani.
Anche in Yesterday, celeberrima canzone dei Beatles, musicalmente eccezionale, si parla di un amore finito e di un "ieri" migliore di oggi. È forse la canzone più famosa del XX secolo, e fu pubblicata nell'album Help, del 1965.
Those were the days descrive con grande rimpianto un lontano periodo di spensieratezza ed allegria; trattasi di una rielaborazione ben fatta di una vecchia canzone russa, che nel 1968 fu ottimamente interpretata dalla giovanissima cantante gallese Mary Hopkin: fu un successo memorabile e il brano si impose in tutto il mondo, ciò anche grazie a Paul McCartney, vero scopritore della Hopkin, bravissimo anche nel rispolverare un canto dal fascino nascosto ma fino a quel momento ignorato da tutti. Da non sottovalutare la cover italiana del brano: Quelli eran giorni, cantata in maniera egregia da Gigliola Cinquetti.

Sia il testo che la musica di Avec le temps sono del cantautore francese Leo Ferrè, che la pubblicò nel 1972. Qualche anno dopo uscì anche l'ottima cover italiana del brano: Col tempo sai, cantata da Gino Paoli.
È una canzone bellissima Les passantes di Georges Brassens, il cui testo è tratto da una poesia di Antoine Pol e rammemora con immenso rammarico i possibili approcci che un uomo avrebbe potuto avere col gentil sesso e che, per vari motivi, non si realizzarono; il brano fa parte dell'Lp Fernande, uscito nel 1972. Pregievole è anche la versione italiana del pezzo: Le passanti, interpretata da Fabrizio De Andrè nella raccolta Canzoni (1974).
In Solo cari ricordi dei Pooh c'è un uomo che torna nei luoghi a lui cari dove ha vissuto un amore profondo e da lì nasce una grande nostalgia per quel tempo felice; si tratta della 2° traccia del lato A di Parsifal, storico Lp dei Pooh uscito nel 1973.
La canzone di Claudio Baglioni intitolata Carillon, parla di un'anziana signora, la quale ricordando i bei tempi andati, ha l'impressione di essere ormai null'altro che un oggetto usurato dal tempo: un "carillon che non va più". Tra i brani più teneri e accattivanti del cantautore romano, seconda traccia dell'Lp mitico: Sabato pomeriggio (1975), Carillon è oggi tra i brani meno ricordati di Baglioni.
Pierangelo Bertoli in Cent'anni di meno narra di un tempo felice e glorioso (che sembra ormai lontanissimo), in cui anche la sofferenza e la tristezza erano riscattate dalla fede in grandi ideali e da una speranza concreta e sincera di un futuro migliore. Bertoli pubblicò la canzone quale lato B di un 45 giri del 1980 (sul lato A c'era Pescatore).
Quattro amici di Gino Paoli è un nostalgico ricordo di una gioventù piena di buone intenzioni e trascorsa a discutere con gli amici sul modo di cambiare e migliorare l'esistenza delle persone. La canzone, uscita nel 1991, permise a Paoli di riscalare dopo tanti anni le vette della Hit Parade italiana e di vincere il Festivalbar di quell'anno.
Mettendo in primo piano un gran numero di elementi precisi e indelebili, Max Pezzali mette in risalto il suo rimpianto per Gli anni che non torneranno più, il tutto avviene elencando una serie di riferimenti a fatti sportivi, slogan, vicende personali e collettive che hanno caratterizzato la gioventù di un'intera generazione. Gli anni uscì nel 1995 sia come singolo degli 883, sia come traccia 11 dell'album La donna, il sogno & il grande incubo.
 


10 CANZONI SUL RIMPIANTO DEL PASSATO


Signorinella (L. Bovio - N. Valente)
Yesterday (J. Lennon - P. Mc Cartney)
Those were the days (Ruskin)
Avec le temps (L. Ferrè)
Les passantes (G. Brassens)
Solo cari ricordi (R. Facchinetti - V. Negrini)
Carillon (C. Baglioni - A. Coggio)
Cent'anni di meno (P. Bertoli)
Quattro amici (G. Paoli)
Gli anni (M. Pezzali)

martedì 1 gennaio 2013

Il suicidio nella canzone italiana del passato

Non poche sono le canzoni italiane che hanno come argomento portante il suicidio o che sono dedicate a personaggi, veri o presunti, che si sono tolti la vita. L'argomento è certamente scabroso e difficile, una volta si sarebbe detto che non poteva assolutamente rientrare nel testo di qualsiasi canzone. In questo senso, ancora una volta il vero rivoluzionario, colui cioè che ha aperto una nuova strada è stato Fabrizio De Andrè, che nel 1961 incise un 45 giri con una canzone intitolata La ballata del Michè, il cui testo parla di un uomo francese, Michè appunto, innamorato di Marì, che viene condannato a vent'anni di galera per l'omicidio di un pretendente, e, poichè incapace di rimanere lontano dalla sua amata per così tanto tempo, decide di uccidersi. Indimenticabili gli ultimi versi del testo che spiegano perfettamente la posizione della Chiesa nei confronti dei suicidi, ecco cosa succederà al corpo di Michè: «domani alle tre / nella fossa comune sarà / senza il prete e la messa / perchè d'un suicida non hanno pietà / domani Michè / nella terra bagnata sarà / e qualcuno una croce col nome e la data / su lui pianterà».È ancora il grandissimo Fabrizio De Andrè a dedicare per primo una canzone a Luigi Tenco, suicida al Festival di Sanremo del 1967. Preghiera in gennaio uscì nel 1968 all'interno di uno stupendo album; la canzone, come dice il titolo, è una preghiera rivolta a Dio affinchè possa accogliere nel "suo" paradiso l'anima del cantautore ligure; ma il discorso di De Andrè non è limitato a Tenco, il paradiso lo meritano tutti coloro che si sono suicidati a causa dell'odio e dell'ignoranza di tanti esseri umani. Commoventi questi versi in cui De Andrè chiarisce quale, se esistesse, sarebbe il vero paradiso e chi vi entrerebbe: «Dio di misericordia / il tuo bel paradiso / lo hai fatto soprattutto / per chi non ha sorriso / per quelli che han vissuto / con la coscienza pura / l'inferno esiste solo / per chi ne ha paura».Un altro cantautore genovese: Bruno Lauzi, nel 1965 cantò una canzone intitolata Il poeta che aveva il suicidio come epilogo; il brano ebbe un discreto successo di vendite e fu interpretato anche da Gino Paoli.
Nel 1969 esce un 45 giri di Herbert Pagani che nel lato B contiene un adattamento di una vecchia canzone francese di Edith Piaf: Les amants d'un jour; Pagani trasforma il titolo in Albergo ad ore e crea un testo assai coinvolgente e toccante, conquistando il pubblico ma suscitando scandalo tra coloro che ritennero troppo crudo l'argomento trattato (è la storia di due giovani innamorati che prima affittano una stanza di un albergo ad ore e poi si uccidono) e censurarono il pezzo.
Sempre nel 1969 Gipo Farassino, cantautore piemontese che ha interpretato da par suo molte canzoni popolari, canta Remo la barca, canzone che racconta la storia di un uomo che si suicida a causa dell'amore non ricambiato di una donna. Qui si trovano non poche attinenze sia con la canzone del '61 di De Andrè che con quella di Lauzi.
Il primo album di Claudio Baglioni risale al 1970, è un disco anomalo rispetto alla sua produzione successiva perchè vede la presenza di alcune canzoni tristi se non disperate, una di queste è Lacrime di marzo, in cui l'autore romano parla di una donna che, dopo pianti e sofferenze infinite causategli dal tormentato rapporto con un uomo crudele, prende l'estrema decisione di darsi la morte; lo stesso brano fu interpretato in quegli stessi anni da Mia Martini.
Nel 1972 esce un album di Roberto Vecchioni: Saldi di fine stagione, che contiene una canzone intitolata La leggenda di Olaf, questa, solo in parte s'ispira alla storia del personaggio mitologico greco: "Ippolito", figlio di Teseo. La differenza sostanziale risiede nel fatto che Olaf, nella canzone di Vecchioni, dopo essere stato cacciato dal re a cui era sempre stato devoto, perchè calunniato dalla regina, sceglie di suicidarsi impiccandosi ad un albero; Ippolito invece, allontanatosi dal padre per ragioni analoghe a quelle di Olaf, viene scaraventato contro le rocce da un'onda mostruosa mentre stava galoppando sul litorale, la gravità delle ferite riportate gli provocheranno la morte.
Sempre nel '72 esordisce nel mondo della musica leggera il cantautore Mauro Pelosi con un LP dal titolo emblematico: La stagione per morire, i 9 brani che lo compongono sono tutti densi di disperazione e pessimismo, tra questi c'è anche Suicidio il cui testo esprime un disagio esistenziale evidente, ciò è dimostrato da alcune frasi inequivocabili: «Strade lunghe senza uscita, / la mia stanza senza porta, / lasciatemi andar via, / lasciatemi andar via...».
Alcuni testi del cantautore romano Francesco De Gregori hanno a che vedere con il suicidio; Irene è una canzone che fa parte dell'album Alice non lo sa del 1973, protagonista è una ragazza, Irene appunto, che sta per gettarsi dalla finestra mentre di sotto la gente passa senza accorgersi della tragedia imminente. Ciò che colpisce nelle parole della canzone è l'estrema leggerezza e il senso di liberazione che prova la donna negli istanti che precedono il suo suicidio. Ancora De Gregori nell'album del 1976, Bufalo Bill, include una canzone intitolata Festival dedicata al cantautore Luigi Tenco. Il testo si differenzia alquanto da quello di Preghiera in gennaio in cui De Andrè aveva voluto rendere omaggio al collega suicida, infatti il tono delle parole di De Gregori è accusatorio, il cantautore punta l'indice contro il mondo della canzone, contro la stampa e contro tutti coloro che fecero troppi pettegolezzi sulla morte di Tenco; inoltre nel testo più di una volta ritorna una domanda che sembrerebbe mettere in dubbio persino il suicidio del cantautore ligure: «Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?». L'impiccato è un brano che fa parte dell'album De Gregori del 1978 ed è un atto di accusa nei confronti delle "carcerazioni facili" cioè quelle eseguite senza avere prove evidenti sui sospettati che, se innocenti, subiscono una violenza gratuita ed ingiusta e possono reagire a questo trauma anche col suicidio, come succede nella canzone in questione.
Nel secondo, indimenticabile album nato dalla collaborazione tra il cantautore Lucio Dalla e il poeta Roberto Roversi: Anidride solforosa, c'è una canzone che s'intitola Un mazzo di fiori, la cui protagonista è una donna ridotta in miseria che, non riuscendo più a tirare avanti, decide di togliersi la vita gettandosi nel Po.
La canzone Preghiera fu cantata dai Cugini di Campagna in un 45 giri del 1976, parla di un uomo fortemente innamorato della sua compagna gravemente malata, tanto che, quando lei muore, decide anche lui di farla finita per ritrovare la sua donna in paradiso.
Per concludere voglio ricordare una canzone di Giorgio Gaber compresa nell'album Pressione bassa del 1980 che s'intitola Il dilemma e parla di una coppia in crisi; ecco alcune frasi del testo: «Il loro amore moriva / come quello di tutti / come una cosa normale e ricorrente / perchè morire e far morire / è un'antica usanza / che suole aver la gente». Il tradimento è alla base di questa crisi che i due decidono di analizzare per poi capire che il loro amore si è ormai logorato e per salvare quello che rimane della loro unione giungono ad una soluzione drastica: darsi la morte entrambi: «Il loro amore moriva / come quello di tutti / non per una cosa astratta / come la famiglia / loro scelsero la morte / per una cosa vera / come la famiglia».