sabato 26 maggio 2012

È tanto facile / Come sarebbe bello

Nel 1969 il Piccolo Coro dell'Antoniano di Bologna era nato da appena sei anni grazie a Mariele Ventre (1939-1995) che lo fondò nel '63 e lo diresse per ben trent'anni. Il coro, formato da soli bambini, esiste tutt'ora, ed è possibile apprezzare la sua bravura ad ogni edizione annuale dello Zecchino d'Oro, competizione canora per i più piccoli che si svolge ogni anno a Bologna. Tornando al '69, io avevo appena tre anni ma già possedevo un mangiadischi e dei dischi a 45 giri, tra i quali uno proprio del Piccolo Coro dell'antoniano che ascoltavo più spesso degli altri. Le canzoni del disco erano "È tanto facile" (sigla televisiva del programma televisivo "La domenica è un'altra cosa") e "Come sarebbe bello". Ancora oggi lo conservo gelosamente, quale ricordo carissimo di un'età irripetibile.
 
 
 
Ri Fi - Novembre 1969 - 45 giri
Piccolo coro dell'Antoniano diretto da Mariele Ventre
Orchestra e produzione G. B. Martelli
Lato A: È tanto facile (Castellano-Pipolo-G. Kramer) 2' 23"
Lato B: Come sarebbe bello (Castellano-Pipolo-G. Kramer) 2' 28"
 
 
 
È TANTO FACILE

Conosco un tipo grosso grosso e tondo
che parla tanto perché ha girato il mondo,
ma a furia di parlare
si gonfia da scoppiare,
l'ho già fotografato:
è un gran pallon gonfiato
però però però...
È tanto facile, non è difficile:
prendilo come ti capita,
gonfialo e dopo pungilo
e lui fa BUM!
Conosco un tipo che sembra un monumento
con un pancione dai piedi fino al mento,
se tu lo stai a sentire
si gonfia da morire
oh mamma che impressione!
è tanto un gran pallone
però però però...
È tanto facile, non è difficile:
prendilo come ti capita,
gonfialo e dopo pungilo
e lui fa BUM!
 
 

COME SAREBBE BELLO

Come sarebbe bello vedere Carosello
insieme alla mia mamma e non andare a nanna,
uscir da solo in strada a passeggiare
senza nessuno che mi sta a strillare.
Ma sono troppo piccolo e non lo posso far,
se io non faccio niente è colpa dell'età.
«Noi siamo troppo piccoli non lo possiamo far,
se non facciamo niente è colpa dell'età».
Come sarebbe bello non mettermi il cappello,
dire una filastrocca succhiando un dito in bocca,
con la matita impiastricciare il muro,
chiamar la mamma quando viene scuro.
Ma sono troppo grande e non lo posso far,
se io non faccio niente è colpa dell'età.
«Noi siamo troppo grandi non lo possiamo far,
se non facciamo niente è colpa dell'età».
Come sarebbe bello giocare col martello,
mangiare con il pane soltanto quando ho fame,
parlare se non sono interrogato,
aprir la bocca e dargli tanto fiato.
Ma sono troppo piccolo e non lo posso far,
se io non faccio niente è colpa dell'età
«Noi siamo troppo piccoli non lo possiamo far,
se non facciamo niente è colpa dell'età».
Pico della Mirandola se non ci aiuti tu
che siamo tanto piccoli non lo capiamo più!
non lo capiamo più!
P-I-U'


giovedì 24 maggio 2012

Le canzoni dell'estate 1978

Sono veramente numerose le canzoni che mi entrarono nella testa in quella lontana estate di 34 anni fa. Era facile, a quel tempo, ascoltarle (anche non volendolo affatto), tanto più se si viveva in località di mare. Infatti in quel periodo ancora gli anni erano scanditi dalle canzonette, che entravano facilmente a far parte dei ricordi migliori; era possibile sentirle alla radio (soprattutto nelle cosiddette radio libere), nei juke-box, nei giradischi o nei mangianastri. Spesso, durante la stagione estiva, la televisione trasmetteva dei programmi dedicati alle canzoni: l'occasione poteva essere data da manifestazioni canore come Saint Vincent estate, il Festivalbar o semplicemente trasmissioni nate per promuovere e lanciare i nuovi brani di musica pop. Tornando all'estate del '78, si può dire che il trionfatore fu ancora una volta Umberto Tozzi, il quale, dopo lo straordinario successo dell'estate precedente con Ti amo, propose un pezzo in parte diverso rispetto a quello citato, ma certamente di gran pregio: Tu; il risultato fu quello di un consenso larghissimo, che vide il disco di Tozzi stabilirsi al primo posto della Hit Parade praticamente per tutta l'estate. Ottimi risultati ottennero in quei caldi mesi anche gli Alunni del Sole, anche loro reduci da un'altra estate memorabile con 'A canzuncella; nel '78 cantarono Liù, brano che vinse il Festivalbar e rimase per parecchie settimane nei primi tre posti della classifica dei 45 giri. Stessa cosa avvenne per Ti avrò di Adriano Celentano, che, come suo solito, presentò una canzone molto piacevole. Per ciò che concerne gli artisti internazionali, fu sicuramente Kate Bush il personaggio di quella estate, con la sua meravigliosa Wuthering heights; grande successo riscossero anche i Bee Gees, esponenti della Disco Music: un genere che in quel momento stava letteralmente spopolando e che permise al gruppo americano un ritorno in auge dopo qualche anno di oblio. Per il resto non si possono dimenticare i nomi di Mina, che propose in un 45 giri due ottime interpretazioni: Ancora ancora ancora e Città vuota (la seconda è in sostanza una riproposizione riarrangiata di un pezzo che Mina cantò nel 1962), e di Patty Pravo col suo Pensiero stupendo. Impossibile dimenticare i Pooh, presenti con Cercami e Giorno per giorno così come Gianni Bella, con No e Sei. Le canzoni d'autore, pur non rientrando nei classici cliché delle canzoni estive, spensierate e allegre per antonomasia, ottennero buonissimi risultati, grazie ad Antonello Venditti, primo nella Hit Parade dalla seconda parte della primavera all'inizio dell'estate con Sotto il segno dei pesci, e a Francesco De Gregori, che in quell'estate fece uscire un 45 giri con due pezzi formidabili: Generale e Natale. Nel genere cantautorale andrebbe inserito anche Rino Gaetano, nonostante le sue canzoni posseggano caratteristiche decisamente sui generis rispetto a quelle dei classici cantautori; in quella stagione Gaetano, dopo la soddisfacente partecipazione al Festival, cantò due brani originali e molto ironici, ancora oggi molto ricordati: Nuntareggae più e E cantava le canzoni. Qualche parola infine per Bella sarai, una canzone della Bottega dell'Arte che non riscosse un grandissimo successo, ma che a me piacque particolarmente. Ecco un elenco di canzoni uscite nell'estate del 1978.


"Ah... l'amore!" - Bruno Lauzi
"Amara" - Enzo Carella
"Amiamoci" - Umberto Napolitano
"Amore" - Umberto Balsamo
"Amore e favole" - Gianni Davoli
"Ancora ancora ancora" - Mina
"Anna" - Miguel Bosé
"Automatic lover" - Dee D. Jackson
"Bella sarai" - La Bottega dell'Arte
"Camminerò solo" - Limousine
"Cantando" - Fantasy
"Cantare, gridare, sentirsi tutti uguali" - Leano Morelli
"Cantilena" - Gianni Mocchetti
"Carissimo maestro di Padova" - Fred Bongusto
"Cercami" - I Pooh
"Chattanooga choo choo" - Tuxedo Junction
"Chi, io?" - Gepy & Gepy
"Città vuota" - Mina
"Con la voglia di te" - Iva Zanicchi
"Concerto in la minore" - Il Giardino dei Semplici
"Crepuscolo" - Umberto Balsamo
"Do or die" - Grace Jones
"Donna luna" - Alan Sorrenti
"Dormire con te" - Le Ciliegie Amare
"E cantava le canzoni" - Rino Gaetano
"È sera" - Vincenzo Spampinato
"Enigma" - Amanda Lear
"Fallo" - Anna Rusticano
"Fatelo con me" - Anna Oxa
"Follow me" - Amanda Lear
"Generale" - Francesco De Gregori
"Giorno per giorno" - I Pooh
"Gli amori finiti" - Ornella Vanoni
"I love America" - Patrick Juvet
"I'm gonna dance" - Asha Puthli
"Io ti amerò" - Ana and Johnny
"Io ti porto via" - Riccardo Fogli
"Johnny" - Patty Pravo
"L'avventuriero" - Filipponio
"La montanara" - Schola Cantorum
"Let men be" - Belle Epoque
"Lì" - Andrea Lo Vecchio
"Liù" - Gli Alunni del Sole
"Love is in the air" - John Paul Young
"Maya" - Lina Savonà
"Mia" - Daniela Davoli
"More than a woman" - Bee Gees
"Mucho mucho" - El Pasador
"Natale" - Francesco De Gregori
"Night fever" - Bee Gees
"No" - Gianni Bella
"Nuntareggae più" - Rino Gaetano
"Occhi verdi mari calmi" - Ron
"One for you one for me" - La Bionda
"Pensiero stupendo" - Patty Pravo
"Piccola idea" - Franco Tortora
"Provincia" - Drupi
"Questo amore" - I Ricchi e Poveri
"Rien n'est plus beau que l'amour" - Shake
"Rondine" - July & July
"Rough diamond" - Madleen Kane
"Sara" - Antonello Venditti
"Scema" - Paolo Frescura
"Se un giorno non mi amassi più" - Leano Morelli
"Sei" - Gianni Bella
"Sempre tu" - Pupo
"Sole rosso" - I Collage
"Sono un pirata, sono un signore" - Julio Iglesias
"Sotto il segno dei pesci" - Antonello Venditti
"Sweet time" - Henghel Gualdi
"Tanto donna" - Roberto Soffici
"Ti avrò" - Adriano Celentano
"Triangolo" - Renato Zero
"Tu" - Umberto Tozzi
"Tu semplicità" - I Matia Bazar
"Una donna una storia" - Walter Foini
"Voglio lei" - Adriano Pappalardo
"Vola" - Mia Martini
"Volare via" - Sandro Giacobbe
"Wuthering heights" - Kate Bush
"You light my fire" - Sheila & B. Devotion
"Zingaro" - Umberto Tozzi

venerdì 18 maggio 2012

Era d'estate / Annamaria

Dopo i recenti successi di "Io che amo solo te", "Se le cose stanno così" e "Viva Maddalena", alla fine del 1963 Sergio Endrigo fece uscire un altro 45 giri con due canzoni molto belle: "Era d'estate" e "Annamaria". Ottima la prima, scritta in collaborazione col paroliere Sergio Bardotti, possiede un fascino non comune, sia per il testo, che tratta di un amore intenso ormai consumato il cui pensiero suscita in chi ha vissuto quei momenti così passionali e rari, delle riflessioni amare sulla vita e sulle relazioni amorose; sia per la musica, di una melodia e di una piacevolezza non comuni; sia per l'interpretazione straordinaria di Endrigo: una voce che chiunque sappia apprezzare il bel canto e la poesia non potrà mai dimenticare. Pregevole è anche il brano del lato B del disco citato: "Annamaria", altra canzone che parla di un amore già finito. Anche qui il testo (che è di Endrigo) risulta essere molto poetico e la musica non è da meno.
 
 
RCA italiana - 1963
SERGIO ENDRIGO
Lato A: "Era d'estate" (S. Bardotti - S. Endrigo)
Lato B: "Annamaria" (S. Endrigo)
Direttore d'orchestra: Luis Enriquez Bacalov
 

ERA D'ESTATE
(S. Bardotti - S. Endrigo)

Era d'estate e tu eri con me,
era d'estate, poco tempo fa:
ora per ora noi vivevamo
giorni e notti felici, senza domani.
Era d'autunno e tu eri con me,
era d'autunno, poco tempo fa:
ora per ora, senza un sorriso
si spegneva l'estate negli occhi tuoi;
io ti guardavo e sognavo una vita
tutta con te,
ma i sogni belli
non si avverano mai.
Era d'estate e tu eri con me,
era d'estate, tanto tempo fa,
e sul tuo viso lacrime chiare
i dicevano solo addio...
Soltanto addio.
 

 
ANNAMARIA
(S. Endrigo)

Annamaria,
tu non vuoi ricordare
le nostre dolci sere
ed i baci che mi hai dato;
ora viviamo
in sogni separati
ma quel che è stato è stato,
non importa se è finita.
Annamaria,
sei passata nel mio cielo
come una rondine leggera
e l'inverno è già tornato
...ma senza te.
Annamaria
di te mi resterà
solo il tuo dolce nome,
il tuo nome:
Annamaria.

giovedì 17 maggio 2012

Il mondo cambierà

Peccato che tra le migliori canzoni di Gianni Morandi in pochi siano a citare "Il mondo cambierà", brano del 1973 che ottenne anche un discreto successo di vendite, visto che il 45 giri che lo conteneva entrò e rimase per alcune settimane nella top ten dei dischi più venduti in Italia. Sia il testo che la musica de "Il mondo cambierà" sono struggenti; è una sorta di messaggio consolatorio scritto da un uomo per un amico in crisi, perchè quest'ultimo, dall'animo molto sensibile, non riesce ad accettare la spietata realtà che vede intorno a lui. Pur essendo una canzone di quasi quarant'anni or sono è, secondo me, attualissima ed esprime un ottimismo ed una speranza quasi commoventi, bellissima la frase finale che dice: «Vedrai, la notte finirà / e l'uomo si risveglierà / con gli occhi e il cuore di un bambino / che non può tradire mai». Magari gli uomini pensassero e agissero come fanno i bambini, se fosse la purezza, l'innocenza, la fantasia e l'entusiasmo dei bambini a governare il mondo!
Gli autori di questo brano sono Renzo Cioni, Franco Migliacci e Sante Maria Romitelli; i primi due sono dei parolieri (molto famoso è Migliacci, autore dei testi delle canzoni più famose di Domenico Modugno) mentre il terzo è un compositore poco conosciuto che contribuì alla nascita di un'altra importante canzone di Morandi: "Un mondo d'amore".
 


IL MONDO CAMBIERÀ
(R. Cioni - F. Migliacci - S. M. Romitelli)

Amico mio che stai
guardando intorno a te,
non credi agli occhi tuoi,
tu piangi e so il perché,
quel che provi tu
lo sto provando anch'io,
ma non cambiare mai,
ti fa paura il mondo?
amico mio, coraggio,
io, io piango come te...
Vedrai che il mondo cambierà,
le sue ferite guarirà,
l'amore no, non può morire:
sarebbe come dire che questa è la fine.
Vedrai la notte finirà
e l'uomo si risveglierà
con gli occhi e il cuore di un bambino
che non può tradire mai.
Se nella mente tua
nascesse qualche idea
coraggio, amico mio,
il mondo aspetta te;
ma non cambiare mai
e non scordare che
via via che salirai
gradino per gradino
ti sembrerò lontano
ma io... io sono uguale a te.
Vedrai che il mondo cambierà,
le sue ferite guarirà,
l'amore no, non può morire:
sarebbe come dire che questa è la fine.
Vedrai la notte finirà, vedrai...
e l'uomo si risveglierà
con gli occhi e il cuore di un bambino
che non può tradire mai.
 
 
 

martedì 15 maggio 2012

Malinconia sulla cima del monte

Mi sento così infelice, disperato e pieno di malinconia,
così infelice, disperato e pieno di malinconia,
che se qualcuno mi comprasse un veleno,
quello sarebbe il genere di morte ch'io sceglierei.


Salirò sulla cima di una montagna e mi butterò a mare,
scalerò la montagna e mi butterò a mare,
e che pesci e squali facciano pure un festino addosso a me.


Troverò una roccia grossa ed alta
da cui saltare sulle pietre ficcate nel terreno,
una roccia grossa ed alta
da cui saltare sulle pietre ficcate nel terreno,
e quando mi troverete vedrete tutt'intorno
i brandelli di me.


Mi sono fabbricato un'amaca nuova e l'ho messa sotto un albero:
mi son fatto un'amaca e l'ho messa sotto un albero:
spero che il vento voglia soffiare così forte
che l'albero mi cada addosso.



Quella riportata sopra è una trascrizione in italiano di un canto del popolo nero americano; appartiene al genere "blues" che si caratterizza per una accentuata vena malinconica e, come nel caso del testo di questa canzone, una disperazione senza vie d'uscita. La parola "blues" deriva dalla lingua inglese e precisamente dall'espressione: "To have the blue devils" (avere i diavoli blu) che poi è un eufemismo per far capire che si sta provando una profonda tristezza. Ma perchè i diavoli nell'espressione citata sono blu? Il motivo è dovuto al fatto che il blu in alcuni luoghi (fra cui l'America) simboleggia proprio l'infelicità e la sofferenza. Il testo del canto ben riflette questi stati d'animo ed esterna una disperazione talmente grande che il protagonista, desideroso di farla finita, individua vari modi per porre un termine alla sua esistenza e, di conseguenza, alla sua sofferenza interiore.

sabato 12 maggio 2012

Arcangelo Corelli: "12 Concerti Grossi" (op. 6)


Le migliori composizioni musicali di Arcangelo Corelli si situano, cronologicamente, in un periodo tra i più fulgidi per la storia della musica classica italiana: quello del barocco; anche la città in cui Corelli viveva e lavorava, Roma, da questo punto di vista era il luogo ideale per creare dei capolavori che potevano qui trovare molti estimatori, tra i quali si possono ricordare la Regina Cristina di Svezia, la principessa Maria Livia Spinola Borghese, i cardinal Benedetto Pamphili e Pietro Ottoboni, il marchese Francesco Maria Rispoli. A questi illustri personaggi, tutti appassionati ed esperti di musica, si dovrebbero aggiungere le scuole artistiche presenti nella capitale italiana all'epoca quali L'Accademia dell'Arcadia per la poesia e l'Accademia Nazionale di San Luca per la pittura. Inoltre contribuivano ad un clima ideale per le migliori espressioni artistiche le presenze di molti ambasciatori presso la Santa Sede oltre alle numerosissime feste e celebrazioni che si susseguivano nella città durante tutto l'anno e che vedevano l'esecuzione di musica classica come usanza mai disattesa. Roma era letteralmente colma di musicisti impegnati presso membri dell'aristocrazia locale o presso eminenti personaggi della chiesa, cosicchè essi avevano modo sia d'insegnare musica, sia di suonare presso le varie orchestre pubbliche e private. In questo ambiente così favorevole si sviluppò il talento musicale di Arcangelo Corelli, che in breve divenne insigne musicista e stimato direttore d'orchestra. Divise il suo tempo tra l'elaborazione di lavori "privati" e "pubblici", le sue opere più conosciute sono le "Sonate a tre" delle opere 1-4, le Sonate per strumento solista dell'Opera 5 e, soprattutto, i Concerti Grossi dell'Opera 6. Questi ultimi, furono pubblicati in edizione lussuosa da Estienne Roger ad Amsterdam nel 1714, con un titolo lunghissimo che riporto:
Concerti Grossi con duoi Violini e Violoncello di Concertino obligati e duoi altri Violini, Viola e Basso di Concerto Grosso ad arbitrio, che si potranno raddoppiare
Questi dodici concerti, insieme a poco altro, sono tutto ciò che rimane oggi delle composizioni per orchestra di Arcangelo Corelli, e, in verità, rappresentano solamente una piccolissima parte della enorme opera del musicista ravennate, scritta in ben quarant'anni di vita artistica svoltasi per intero nella capitale italiana, ma certamente costituiscono il momento più alto e più imitato della musica corelliana oltre che uno dei capolavori indiscussi del concerto barocco.
 
 
Arcangelo Corelli
12 CONCERTI GROSSI, op. 6
 

Concerto no. 1 in D major

1. Largo
2. Allegro
3. Largo - Allegro
4. Allegro
5. Largo
6. Allegro
7. Allegro
 

Concerto no. 2 in F major

1. Vivace - Allegro - Vivace - Allegro - Largo Andante
2. Allegro
3. Grave - Andante Largo
4. Allegro
 

Concerto no. 3 in C minor

1. Largo
2. Allegro
3. Grave
4. Vivace
5. Allegro
 

Concerto no. 4 in D major

1. Adagio - Allegro
2. Adagio
3. Vivace
4. Allegro
 

Concerto no. 5 in B flat major

1. Adagio - Allegro - Adagio
2. Adagio
3. Allegro - Adagio
4. Largo - Allegro
 
Concerto no. 6 in F major

1. Adagio
2. Allegro
3. Largo
4. Vivace
5. Allegro
 

Concerto no. 7 in D major

1. Vivace - Allegro
2. Adagio
3. Allegro
4. Andante Largo
5. Allegro
6. Vivace
 

Concerto no. 8 in G minor (Concerto di Natale)

1. Vivace - Grave. Arcate, sostenuto e come stà
2. Allegro
3. Adagio - Allegro - Adagio
4. Vivace
5. Allegro
6. Largo. Pastorale ad libitum
 

Concerto no. 9 in F major

1. Preludio: Largo
2. Allemanda: Allegro
3. Corrente: Vivace
4. Gavotta: Allegro
5. Adagio
6. Minuetto: Vivace
 

Concerto no. 10 in C major

1. Preludio: Andante Largo
2. Allemanda: Allegro
3. Adagio
4. Corrente: Vivace
5. Allegro
6. Minuetto: Vivace

 
Concerto no. 11 in B flat major

1. Preludio: Andante Largo
2. Allemanda: Allegro
3. Adagio
4. Andante Largo
5. Sarabanda: Largo
6. Giga: Vivace
 

Concerto no. 12 in F major

1. Preludio: Andante
2. Allegro
3. Adagio
4. Sarabanda: Vivace
5. Giga: Allegro
 

Ricordo di Sergio Endrigo

Sergio Endrigo è stato ed è un grandissimo della musica leggera italiana e non solo. Se dovessi stilare una classifica dei migliori cantautori italiani di tutti i tempi lo inserirei al 2° posto alle spalle dell'inarrivabile Fabrizio De Andrè; dirò di più, io lo considero tra i primi dieci del mondo. Purtroppo, come succede spesso in Italia, le prsone di grande valore non ottengono riconoscimenti nè vengono ricordati come gli sarebbe dovuto. Endrigo iniziò la sua carriera da cantante alla fine degli anni '50, il suo primo grande successo commerciale lo ebbe quando nel 1962 interpretò da par suo la canzone Io che amo solo te, a quel periodo appartengono varie altre canzoni di ottima qualità ( Vecchia balera, Viva Maddalena, Era d'estate, La rosa bianca ), nel 1965 canta Mani bucate, l'anno dopo partecipa al festival di Sanremo con Adesso sì, di questi anni sono anche le canzoni: Teresa, Giro tondo intorno al mondo ( da una poesia di Paul Fort ), Il treno che viene dal sud, Perchè non dormi fratello. Nel 1968 è di nuovo a Sanremo e, contro ogni pronostico, vince il festival con Canzone per te, nel 1969 torna nella città dei fiori e giunge 2° interpretando Lontano dagli occhi, lontano dal cuore; a questa fase appartengono brani come Marianne, 1947, Il dolce paese, La colomba. Del 1969 è la collaborazione con Vinicius De Moraes e Toquinho che si concretizza nell'LP La vita amico è l'arte dell'incontro. A partire dal 1970 Endrigo comincia a cantare alcune canzoni per bambini di ottima fattura ( grazie anche alla collaborazione di Gianni Rodari ), si ricordano: La casa, Il pappagallo, Ci vuole un fiore; nel contempo pubblica motivi assai apprezzabili come L'arca di Noè, La prima compagnia, Elisa Elisa che però non ottengono il successo degli anni precedenti. Comincia qui un declino ingiusto (perchè anche negli anni successivi il livello delle sue canzoni non è basso) che arriverà fino alla completa dimenticanza. Il sottoscritto, come penso tutti gli ammiratori di Sergio Endrigo, spera in un tardiva ma quantomai auspicabile rivalutazione e giusta importanza dell'opera del cantautore di Pola.

lunedì 7 maggio 2012

Giovanni, telegrafista


Enzo Jannacci è stato ed è tutt'ora uno dei cantautori più bravi nel nostro paese: a cominciare dagli anni sessanta, fino ai giorni nostri ha scritto e cantato moltissimi pezzi musicali che rimarranno nella storia della musica pop italiana di sempre. Spesso (purtroppo) viene ricordato soltanto per poche canzoni, in verità bellissime, come "Vengo anch'io. No, tu no", "Messico e nuvole", "Ci vuole orecchio", che però rappresentano soltanto un lato della personalità di Jannacci: quello più ironico, allegro e nello stesso tempo impegnato. C'è però un altro Jannacci, che si presenta in maniera decisamente meno scanzonata, anzi, mostra una tristezza e una malinconia che a volte si avvicinano alla disperazione. Le canzoni che rientrano in questo ambito sono "Gli zingari", "Il Duomo di Milano", "Vincenzina e la fabbrica" e tante altre ancora. Io, tra queste, vorrei soffermarmi un attimo su "Giovanni, telegrafista": un brano uscito nel 1968, sia come lato B di un 45 giri (il lato A era "Vengo anch'io. No, tu no"), sia come 4° traccia di un 33 giri (intitolato "Vengoa anch'io. No, tu no"). Il testo, che è stato scritto da Jannacci, parla di uno dei tanti personaggi umili, emarginati e sconfitti, che sono stati descritti con particolare simpatia nelle canzoni del cantautore milanese. In questo caso si parla di un impiegato addetto al telegrafo di una piccola stazione ferroviaria. Il modesto lavoratore non ha ambizioni particolari, se non quella di iniziare una relazione amorosa con Alba: una bella ragazza che frequenta la stazioncina e che Giovanni vede quindi spesso. Ma, improvvisamente, Alba non si vede più alla stazione, lasciando il povero impiegato in un profondo stato di desolazione e di angoscia. Dopo aver fatto molte ricerche Giovanni scopre che Alba si è sposata in una grande città, probabilmente con un uomo molto ricco. Il risultato di tale scoperta provoca, nel telegrafista, un dolore e uno sconforto incomparabili, non è capace di pronunciar alcuna parola, ma scrive, col telegrafo, una frase breve, interrotta, però più eloquente che mai: "Alba, è urgente...". È una delle interpretazioni più coinvolgenti ed intense di Jannacci, che, riproduce in vari momenti della canzone il suono onomatopeico del telegrafo, facendolo diventare vivo, in grado di trasmettere un sentimento di elevata disperazione. Originalissimo è anche il linguaggio che Jannacci immette nel testo, che si rifà a quello tipico usato nella scrittura dei telegrammi. Il pezzo tutto sommato ebbe un buon successo, e ancora oggi lo si ritrova nei dischi che comprendono i maggiori successi di Jannacci.
 
 
 
GIOVANNI, TELEGRAFISTA
(Jannacci - Ricardo - Iacobbi)


Giovanni telegrafista e nulla più,
stazioncina povera c'erano piu' alberi e uccelli che persone
ma aveva il cuore urgente anche senza nessuna promozione
battendo, battendo su un tasto solo.
Elittico, da buon telegrafista,
tagliando fiori, preposizioni
per accorciar parole, per essere piu' breve
nella necessità, nella necessità.
Conobbe Alba, un Alba poco alba,
neppure mattiniera, anzi mulatta
che un giorno fuggì, unico giorno in cui fu mattutina,
per andare abitare citta' grande piena luci gioielli.
Storia viva e urgente.
Ah, inutili tanto alfabeto morse in mano
Giovanni telegrafista
cercare cercare Alba ogni luogo provvisto telegrafo.
Ah, quando l'invecchia cum est morosa urgenza
Giovanni telegrafista e nulla più... urgente.
Per le sue mani passò mondo, mondo che lo rese urgente,
crittografico, rapido, cifrato,
passò prezzo caffé passò matrimonio Edoardo VIII
oggi duca di Windsor,
passarono cavallette in Cina,
passò sensazione di una bomba volante,
passarono molte cose ma tra l'altro
passò notizia matrimonio Alba con altro.
Giovanni telegrafista, quello dal cuore urgente,
non disse parola, solo tre rondini nere
senza la minima intenzione simbolica
si fermarono sul singhiozzo telegrafico:
«Alba e' urgente...»

martedì 1 maggio 2012

Un uomo che dal monte

"Un uomo che dal monte" è il titolo di una tra le più belle canzoni di Giorgio Gaber, che però pochissimi ricordano. Faceva parte di un LP uscito nel 1968, intitolato "L'asse d'equilibrio" (è la 2° traccia del lato A) che comprendeva altre ottime canzoni del cantautore milanese, come "Eppure sembra un uomo" e "Suona chitarra". Il testo di "Un uomo che dal monte" è di Gaber, mentre la musica è stata scritta dallo stesso Gaber e da Giorgio Casellato. L'argomento del brano è in verità molto triste: si tratta della confessione estrema di un uomo ormai giunto al capolinea; costui, che si trova in età avanzata, si dichiara incapace di trovare le forze e gli stimoli per continuare a vivere. Nel testo c'è qualche vago riferimento al romanzo "Il vecchio e il mare" di Hemingway e, più marcatamente, alla poetica dei crepuscolari, visto che si parla di un "uomo triste" rassegnato e consapevole del fatto che il suo tempo migliore è passato per non ritornare mai più. Pertinenti al caso mi paiono anche questi versi di Giorgio Vigolo presenti nell'ultima opera poetica dello scrittore romano, "La fame degli occhi":

«Amico, la tua favola è finita,
chiudi il quaderno, è inutile inventare
altri domani: è l'ovvio che ti aspetta».


La canzone "Un uomo che dal monte". è stata inserita recentemente nel cofanetto antologico "Prima del Signor G" (Bmg Ricordi 2005). Eccone, infine, il testo.
 
 
UN UOMO CHE DAL MONTE
(G. Gaber - G. Casellato - G. Gaber)

Un uomo che dal monte scende a valle
un uomo che non vive quasi più
ormai non ho più niente alle mie spalle
e non mi puoi salvare neanche tu.

E vola il tempo e vola la mia vita
che ormai non mi appartiene quasi più.

Un uomo vecchio che abbandona il mare
un uomo triste che non ride mai
è vero cara io non so più amare
e presto anche tu mi lascerai.

E vola il tempo e vola la mia vita
ciò che hai perduto non riavrai mai più.

Un uomo trascinato da un torrente
non ha la forza di tornare su
anch’io seguo la fila fra la gente
è tanto tempo che non lotto più.

E vola il tempo e vola la mia vita
ciò che è passato non ritorna più.