lunedì 7 maggio 2012

Giovanni, telegrafista


Enzo Jannacci è stato ed è tutt'ora uno dei cantautori più bravi nel nostro paese: a cominciare dagli anni sessanta, fino ai giorni nostri ha scritto e cantato moltissimi pezzi musicali che rimarranno nella storia della musica pop italiana di sempre. Spesso (purtroppo) viene ricordato soltanto per poche canzoni, in verità bellissime, come "Vengo anch'io. No, tu no", "Messico e nuvole", "Ci vuole orecchio", che però rappresentano soltanto un lato della personalità di Jannacci: quello più ironico, allegro e nello stesso tempo impegnato. C'è però un altro Jannacci, che si presenta in maniera decisamente meno scanzonata, anzi, mostra una tristezza e una malinconia che a volte si avvicinano alla disperazione. Le canzoni che rientrano in questo ambito sono "Gli zingari", "Il Duomo di Milano", "Vincenzina e la fabbrica" e tante altre ancora. Io, tra queste, vorrei soffermarmi un attimo su "Giovanni, telegrafista": un brano uscito nel 1968, sia come lato B di un 45 giri (il lato A era "Vengo anch'io. No, tu no"), sia come 4° traccia di un 33 giri (intitolato "Vengoa anch'io. No, tu no"). Il testo, che è stato scritto da Jannacci, parla di uno dei tanti personaggi umili, emarginati e sconfitti, che sono stati descritti con particolare simpatia nelle canzoni del cantautore milanese. In questo caso si parla di un impiegato addetto al telegrafo di una piccola stazione ferroviaria. Il modesto lavoratore non ha ambizioni particolari, se non quella di iniziare una relazione amorosa con Alba: una bella ragazza che frequenta la stazioncina e che Giovanni vede quindi spesso. Ma, improvvisamente, Alba non si vede più alla stazione, lasciando il povero impiegato in un profondo stato di desolazione e di angoscia. Dopo aver fatto molte ricerche Giovanni scopre che Alba si è sposata in una grande città, probabilmente con un uomo molto ricco. Il risultato di tale scoperta provoca, nel telegrafista, un dolore e uno sconforto incomparabili, non è capace di pronunciar alcuna parola, ma scrive, col telegrafo, una frase breve, interrotta, però più eloquente che mai: "Alba, è urgente...". È una delle interpretazioni più coinvolgenti ed intense di Jannacci, che, riproduce in vari momenti della canzone il suono onomatopeico del telegrafo, facendolo diventare vivo, in grado di trasmettere un sentimento di elevata disperazione. Originalissimo è anche il linguaggio che Jannacci immette nel testo, che si rifà a quello tipico usato nella scrittura dei telegrammi. Il pezzo tutto sommato ebbe un buon successo, e ancora oggi lo si ritrova nei dischi che comprendono i maggiori successi di Jannacci.
 
 
 
GIOVANNI, TELEGRAFISTA
(Jannacci - Ricardo - Iacobbi)


Giovanni telegrafista e nulla più,
stazioncina povera c'erano piu' alberi e uccelli che persone
ma aveva il cuore urgente anche senza nessuna promozione
battendo, battendo su un tasto solo.
Elittico, da buon telegrafista,
tagliando fiori, preposizioni
per accorciar parole, per essere piu' breve
nella necessità, nella necessità.
Conobbe Alba, un Alba poco alba,
neppure mattiniera, anzi mulatta
che un giorno fuggì, unico giorno in cui fu mattutina,
per andare abitare citta' grande piena luci gioielli.
Storia viva e urgente.
Ah, inutili tanto alfabeto morse in mano
Giovanni telegrafista
cercare cercare Alba ogni luogo provvisto telegrafo.
Ah, quando l'invecchia cum est morosa urgenza
Giovanni telegrafista e nulla più... urgente.
Per le sue mani passò mondo, mondo che lo rese urgente,
crittografico, rapido, cifrato,
passò prezzo caffé passò matrimonio Edoardo VIII
oggi duca di Windsor,
passarono cavallette in Cina,
passò sensazione di una bomba volante,
passarono molte cose ma tra l'altro
passò notizia matrimonio Alba con altro.
Giovanni telegrafista, quello dal cuore urgente,
non disse parola, solo tre rondini nere
senza la minima intenzione simbolica
si fermarono sul singhiozzo telegrafico:
«Alba e' urgente...»

2 commenti:

  1. Grazie! Ho preso spunto per questo articolo, http://blog.marcocastellani.me/2018/08/il-telegrafista-ed-il-meeting.html

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